Primo Piano
Il Caimano e gli utili idioti
Nella sola giornata di ieri, martedì 9 marzo, in una soltanto delle sedi, istituzionali e meno, della politica nazionale, abbiamo assistito a due episodi, in sequenza: il mattino, alla ripresa dei lavori della Camera, che prevedevano la fase conclusiva di approvazione (ordini del giorno, dichiarazioni e voto finale) dell’ennesimo discusso decreto, su cui la scorsa settimana il Governo aveva posto l’ennesima discutibile fiducia, la maggioranza si è presentata a ranghi ridotti ed è stata battuta dalla nostra richiesta di inversione dell’ordine del giorno, con la inevitabile coda di tensioni nelle loro fila e l’esibito nervosismo della Lega. Ma non sapevano che si riprendeva su un provvedimento che avrebbero dovuto avere cura di difendere? Il pomeriggio, l’esordio sui banchi del Governo della neo promossa sottosegretaria Santanchè ha scatenato inedite forme di dileggio e di protesta tra i banchi della maggioranza. Una cosa mai vista. Quei pochissimi che si sono avvicinati per salutarla sono stati sommersi da rumoreggiamenti da loggione di teatro d’opera. Una netta presa di distanza dalle scelte di Berlusconi, autocrate dei destini personali, delle discese ardite e delle risalite nel campo della libertà. Questa è la situazione. O meglio, per non prenderla troppo alla lettera, questi sono sintomi che fotografano una situazione inedita, inimmaginabile fino a un mese fa, insieme a ben più rilevanti fenomeni, quali il crescente affanno del premier impegnato nella fuga dagli appuntamenti processuali, all’emersione dei fenomeni di corruzione che si allargano tra le classi dirigenti, ma che portano sempre più nelle vicinanze di palazzo Chigi, e allo spettacolo sgangherato della preparazione e della presentazione delle liste della libertà. In un Paese normale l’opposizione potrebbe limitarsi ad attendere, in modo composto, il proprio turno, raccogliendo nel frattempo i frutti caduti dall’albero del governo, scosso dalla sua stessa maggioranza. In un Paese normale. In Italia no. Di fronte a una raffica di autogol e di risse, quale quella in cui è impegnata l’ amorevole famiglia delle libertà, l’opposizione dovrebbe vedere impennare i propri consensi. Dovrebbe, ma non accade, se non per spostamenti ridotti, limitati in ogni caso all’interno della stessa coalizione (dal Pdl alla Lega) o dal voto all’astensione. Per cui, è ragionevole attendersi, per effetto di questi fenomeni, una contabilità elettorale delle Regioni vinte e perse migliore di quanto mettevamo in conto fino a un mese fa (e questo è importante, in ogni caso) ma non si registra, neanche in queste condizioni, uno spostamento di settori di opinione pubblica da un campo all’altro, dall’area del governo all’area dell’alternativa di governo. E questo è un problema che permane. Forse perchè l’alternativa di governo non è percepita come tale. Non ancora, non abbastanza. Questo è il punto che ci riguarda e di cui dovremmo occuparci con più determinazione, a cominciare dalla campagna elettorale in corso, anche per non farci trovare impreparati da un’altra possibile campagna elettorale, imprevista e precipitosa.
Dunque noi, ciò che siamo e l’immagine che trasmettiamo al Paese. Questa è la carta decisiva da giocare. La Destra non teme più di tanto la denuncia del berlusconismo, anche quando si manifesta come nobile indignazione morale e testimonianza dei valori civili, della cultura del rispetto delle regole. Non lo teme perchè sa che non apre le loro porte e non mette in movimento pezzi di elettorato. Frequenta minorenni, sua moglie ha chiesto per questo la separazione, si procura prostitute ospitandole nella sua residenza romana, è inseguito da capi di imputazione impugnati da diverse Procure, si circonda di gaglioffi, fa approvare leggi ad personam a tutela della sua impunità e dei suoi interessi, candida veline e igieniste personali, è scredidato (e ci scredita) presso la stampa di tutto il mondo… che altro serve per capire che se, nonostante tutto ciò, il Cavaliere è ancora in sella forse dovremmo parlare anche e soprattutto d’altro. Non per abbassare la guardia della coscienza, ma per alzare quella della sfida politica. Loro lo sanno meglio di noi e lo temono. Come hanno reagito alla Camera, messi di fronte alla nostra inevitabile decisione di alzare il tiro dopo il decreto salva liste? Hanno cancellato la seduta, prevista in diretta televisiva, da noi ostinatamente richiesta fin dall’ottobre 2008, dedicata alla crisi economica. Avrebbe dovuto tenersi oggi, finalmente, dopo una lunga trattativa, e avrebbe dovuto essere aperta da una relazione di Tremonti. Cancellata. Con il pretesto che… noi facciamo opposizione. La rappresaglia rivela ciò che temono: governo e opposizione che si misurano, davanti all’opinione pubblica, sulle condizioni materiali e sulla realtà sociale del Paese.
Il precedente Primo piano ha aperto un confronto tra alcuni commenti dissonanti, a proposito delle responsabilità di Napolitano. Discutere pubblicamente, anche animatamente, sulle ragioni di quella firma è lecito e capisco i turbamenti di chi non si è sentito tutelato dallo scudo del Quirinale. Ma c’è una novità delle ultime settimane, che dovrebbe essere considerata da quei leader di centrosinistra in cerca di facile popolarità: messo alle strette dalla sua insania populista e dal sovraccarico delle sue irrisolte questioni il Cavaliere è sempre più il Caimano che minaccia l’equilibrio democratico del Paese. Dopo due anni della sua terza, deludente esperienza di governo, con davanti la prospettiva di un insuccesso in quelle elezioni regionali che avrebbero dovuto celebrarlo e alle prese con un partito che non riesce più a tenere insieme Berlusconi è oggi una minaccia per l’Italia. Proprio per questo, proprio perchè ci troviamo in queste condizioni, il Capo dello Stato, quale che sia l’esercizio discrezionale dei suoi atti, è una garanzia – la principale – della tenuta unitaria del Paese. Chiederne la messa in stato di accusa è un atto politico forsennato: tolto di mezzo Napolitano, il Caimano si troverebbe la strada spianata. Sarebbero queste Camere, con questa maggioranza, ad eleggere il nuovo Capo dello Stato. Ed è facile immaginare cosa potrebbe succedere. Lo capiscono i Di Pietro e i De Magistris, che fanno una deplorevole gara a chi la spara più grossa? Chi va in piazza sabato prossimo, se non vuole fare la parte dell’utile idiota, deve avere ben chiara in testa la situazione in cui ci troviamo.
Diario in Camera
mercoledì 10 marzoCalderisi uno e Calderisi due. Dieci giorni fa aveva gridato, più o meno, al colpo di Stato: “siamo di fronte a un reato, a un fatto di inaudita gravità, mai successo”. E annunciava denunce penali. Stamattina approda nella mia Commissione il decreto sulle elezioni regionali e Calderisi è il relatore del provvedimento, ma scompare la teoria del reato di inaudita gravità. Resta un imbarazzante pretesto, a giustificazione del decreto: una “grave e colpevole negligenza” da parte del personale della cancelleria del Tribunale, che si sarebbe reso responsabile di non aver rilevato la presenza del “delegato della lista del Pdl” che “aveva anche alzato la mano, insieme ad altri tre, quando un componente dell’ufficio si è affacciato nel corridoio per chiedere quanti delegati dovevano presentare le loro liste”. Dal colpo di Stato alla mano inutilmente alzata. E poi, sublime quell’anche. Profe, c’ero anch’io, lo giuro… siamo a quel livello. Mi chiedo come mai i più zelanti tra i berluscones siano gli ex radicali: Calderisi, Quagliariello, Capezzone, Straquadanio… uno peggio dell’altro. Anche i segretari d’Aula dei due gruppi maggiori sono ex radicali: Giachetti per noi, Baldelli per il Pdl. Efficiente e rompiscatole il primo, altrettanto efficiente ma simpaticissimo il secondo. Tutti figli di Pannella. Qualcuno anche figlio di p…
La conferenza stampa di Berlusconi sulle liste mancate diventa quello che ci si poteva aspettare, la pagliacciata di un esagitato. Ma [...]
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Il confronto-scontro tra il Nord e il Sud del nostro Paese incrocia gran parte dell’attività parlamentare. Che si tratti di federalismo fiscale o di sedi giudiziarie disagiate, di politiche scolastiche o di contrasto alla criminalità organizzata si finisce sempre lì. Se si escludono le tirate propagandistiche dei leghisti e il vittimismo stentoreo dei “sindacalisti” del Sud, presenti in tutti gli schieramenti, resta in campo un grande e serio problema politico: le ragioni storiche degli squilibri territoriali, le attuali condizioni di tali squilibri e le vie d’uscita dalla principale questione che pesa sulla qualità e sulle prospettive dello sviluppo del sistema Italia. Della sterminata bibliografia sull’argomento segnalo un testo appena uscito e, di seguito, un necessario corollario in funzione di contrappeso. La casa editrice Guerini e Associati ha da poco pubblicato un saggio di Luca Ricolfi che sta già facendo un certo rumore, Il sacco del Nord. Luca Ricolfi è un sociologo sessantenne dell’Università di Torino, molto serio e apprezzato in ambito scientifico. Non è uno sbracato leghista e, pur collocandosi a sinistra, si è segnalato nei suoi editoriali de La Stampa per una impietosa propensione a parlare chiaro, nei confronti di tutti. Celebre, del resto, il suo saggio precedente, Perchè siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori prima e dopo le elezioni del 2008 (Longanesi 2008).
Il titolo del libro è provocatorio, ma fotografa fedelmente la [...]



