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Filippo La Porta, Maestri irregolari (Bollati Boringhieri, 2007)

Di Pierangelo Ferrari • feb 20th, 2008 • Argomento: Libreria

Sono convinto che ciascuno dovrebbe attrezzarsi una propria “biblioteca del PD”, senza attendersi antistorici canoni ufficiali, calati dall’alto. Le dure repliche della storia ci hanno indotto a lasciare alle spalle le ideologie onniscienti che pretendevano di accompagnarci, dalla culla alla tomba, verso magnifiche sorti e progressive. Rimasti soli, alle prese con la complessità del mondo globalizzato, dobbiamo dotarci di un pensiero critico, plurale e personale. L’area culturale dei democratici italiani si definirà, strada facendo, più che sui codici etici votati dai congressi, con l’amalgama di materiali di diversa provenienza. Sola condizione unificante, il perseguimento della promozione umana: libertà, solidarietà, giustizia, dignità.

A chi voglia intraprendere la strada di una personale scelta dei fondamenti culturali del proprio impegno politico, consiglio di avviarsi portando con sé un volumetto pubblicato recentemente da Bollati Boringhieri: Maestri irregolari, di Filippo La Porta, critico letterario e saggista. Sottotitolo: Una lezione per il nostro presente. Il testo contiene brevi profili di undici intellettuali del secolo scorso, preceduti da una introduzione che “lega” i temi affrontati negli undici profili, ricavandone, appunto, una lezione per il presente. Gli undici “maestri irregolari” (irregolari rispetto alle ideologie dominanti del Novecento) sono Nicola Chiaromonte, George Orwell, Simone Weil, Albert Camus, Ignazio Silone, Arthur Koestler, Carlo Levi, Hannah Arendt, Christopher Lasch, Pier Paolo Pasolini e Ivan Illich.

La chiave di lettura del saggio, il lascito essenziale che ci consegna si trova all’interno del profilo su Hannah Arendt, laddove La Porta cita la fondamentale sentenza di Rahel Levin Varnhagen, un’ebrea tedesca dell’Ottocento: “tutto dipende dal riuscire a pensare da soli”. L’intero saggio è attraversato da questa tensione. I “maestri irregolari”, eretici, isolati, sono coloro che ci insegnano a pensare da soli. “Dopo la morte di Dio – sostiene l’autore nell’introduzione – la principale sfida della modernità consiste nel fondare la nostra morale su basi interamente terrene”. Alla ricerca individuale di queste basi, l’individuo sradicato e solo sceglie i propri maestri. “Maestro è chi, arrivato prima – scrive La Porta – ci chiede di raggiungerlo, anche se la via dobbiamo trovarla da noi”.

Gli undici maestri scelti dall’autore descrivono un orizzonte etico che ci interpella, che mette a dura prova l’eredità culturale e politica della sinistra storica, che ci spinge verso una riformulazione della nostra idea del pianeta e dell’umanità che lo abita. Segnalo, in poche battute, il recupero e la valorizzazione della categoria orwelliana della common decency, così carente nel costume nazionale: “per un impegno umano e politico coerente, spinto talora all’estremo del sacrificio, non occorrono utopie grandiose, ideali solenni, visioni palingenetiche, ma solo un senso geloso, inscalfibile del proprio decoro”. E, ancora, leggiamo la denuncia dell’inganno del futuro. “Camus – ci ricorda La Porta – ci mostra come sul piano politico la violenza, il delitto, la menzogna nascano in buona parte dall’idea di futuro, dalla promessa del miracolo, di una giustizia lontana”. E’ quel delirio di onnipotenza, denunciato da Rossana Rossanda nel suo La ragazza del secolo scorso, che ci impedisce di fare entrare gli esseri umani in carne ed ossa nel nostro campo visivo, presi come siamo dai soggetti salvifici di massa, dalle palingenesi storiche. E infine (per limitarci a tre temi tra i molti), la denuncia delle incoerenze di una sinistra che ha combattuto il capitalismo, sul piano delle ideologie, ma che con esso ha condiviso “l’ideale della soddisfazione illimitata dei bisogni”, la società dei consumi. Tema molto caro a Pier Paolo Pasolini. E a Christopher Lasch, su cui tornerò presto.

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Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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