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Opposizione. Se non ora, quando?

Di Pierangelo Ferrari • ott 8th, 2008 • Argomento: Note politiche, Primo Piano

Forse ci siamo, avevo scritto una decina di giorni fa. Forse, il PD sta uscendo dalla convalescenza autistica successiva alla batosta elettorale di aprile. Vedevo segnali di rimonta, una determinazione nuova, un mobilitazione in corso. Rinviamo il congresso a tempi migliori, dicevo, e concentriamoci sull’opera di radicamento e di rilancio politico del partito. Non ho cambiato idea, nonostante nei giorni passati sia ripresa la fibrillazione interna al partito, con le incaute polemiche di Tonini sulle responsabilità di Prodi, le invettive di Parisi il censore, le critiche (non infondate) al governo ombra  e con la nuova puntata dell’eterno duello tra Veltroni e D’Alema. I quali, come i duellanti di Conrad, spostano la sfida, volta a volta, su terreni nuovi: ora si tratta di competere con le tv satellitari. Ma, mentre in casa nostra riprendevano le tensioni tra gli oligarchi del loft, si andava aggravando la crisi della finanza mondiale. Ecco una questione seria di cui dovremmo occuparci. Siamo nel pieno di una crisi epocale, che ha varcato l’Atlantico e ha raggiunto l’Europa. Non è irragionevole pensare che la crisi comincerà, quanto prima, a intaccare i redditi familiari del nostro Paese. Mi pare, dunque, che qualcosa stia accadendo nel mondo grande e terribile, appena fuori le porte delle nostre sedi. E noi che diciamo, dov’è la voce della sinistra europea? Domanda non infondata se consideriamo che, per fare un solo esempio, è vero che, fino ad oggi (martedì 7), Tremonti si è rifiutato di intervenire in Parlamento sulla crisi della finanza globale e sulle terapie che il governo intende approntare, ma è altrettanto vero che in quella sede non si è sentita neppure la voce del PD. Eppure le voci, anche autorevoli, non ci mancano.

Propongo una moratoria delle polemiche intestine. Di nove mesi. Il tempo necessario a riorganizzare l’opposizione su un progetto di fuoriuscita dalla crisi, a ricucire estesi legami sociali e ad attrezzarci per la sfida elettorale di primavera. Dopo, subito dopo, via libera a bilanci inclementi e alla battaglia delle idee. A un congresso aperto e partecipato, insomma. Senza reti di protezione, senza liste bloccate e cooptazioni. Ma ora occupiamoci d’altro… se non vogliamo che il congresso, quando ci arriveremo, sia solo un aspro regolamento di conti sulle occasioni perdute. Occupiamoci dello stato del Paese e concentriamoci sulla opposizione a questo governo. Se non ora, quando deve farsi sentire l’opposizione?. Trovo stucchevoli le discussioni sulla questione del dialogo. E’ l’eterno ritorno del solito tormentone. Dice Veltroni: “Si fa opposizione dura, poi se arriva un’emergenza nazionale si collabora”. Risponde Berlusconi: “Non me ne frega niente”. Allora intendiamoci: l’emergenza nazionale è arrivata e servirebbe una politica di unità nazionale. Una politica, non un governo. Ma c’è ancora qualcuno  che ritenga possibile dialogare, anche in queste condizioni, con un uomo simile? Sono altri i piani su cui investire, in attesa che Berlusconi rinsavisca: l’Unione europea, chiamata alla adozione di politiche concertate, e la contrattazione nazionale delle parti sociali.

La crisi che sta precipitando sarà, come tutte le grandi crisi, l’occasione di una ingente redistribuzione della ricchezza. Se noi lasciamo soli lavoratori e pensionati, se non ci mettiamo dal lato dei redditi familiari veniamo meno a una funzione storica. Lì dobbiamo stare, non ci competono altri ruoli. Bersani ha fatto una buona relazione alla Conferenza economica del PD (scarica il testo della relazione). E’ una solida base su cui costruire un progetto che parli al Paese. Lo so bene che quando i toni si alzano e lo scontro si accentua, rischiamo di lasciare qualcosa sul campo e il riformismo viene messo a dura prova. Se il capo del governo fosse Angela Merkel e non Silvio Berlusconi, ci dovremmo sedere al tavolo delle riforme della scuola, della giustizia, della pubblica amministrazione, perchè scuola, giustizia e pubblica amministrazione hanno bisogno di essere rinnovate da radicali riforme. Ma la politica si fa nelle condizioni date, non in quelle desiderate. Se alziamo il tiro dell’opposizione non è per neutralizzare Di Pietro e per inglobare Niki Vendola. Ci sono ragioni più serie: in una fase in cui una crisi importata aggrava le già precarie condizioni del Paese, la destra populista al governo non ha né un progetto né una classe dirigente degna di questo nome. Le ossessioni del Cavaliere e le furbizie di Tremonti non sono la terapia, sono parte della malattia. “Diceva Galbraith che i ricchi scoprono il socialismo quando fa comodo a loro” ha ricordato Bersani. E’ il giochino che sta facendo Tremonti, fino a ieri l’alfiere della “finanza creativa” che sta mettendo in ginocchio le Borse mondiali e sta intaccando l’economia reale. Di conseguenza, parafrasando Galbraith, i riformisti devono riscoprire la tensione dell’opposizione quando fa comodo al Paese. Altra strada non c’è.

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Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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