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Un anno dopo

Di Pierangelo Ferrari • ott 14th, 2008 • Argomento: Note politiche, Primo Piano

“La vita fugge e non s’arresta un’ora” , dice il poeta. Il secondo verso non lo cito perchè è funereo e sto parlando del PD, con un certo investimento di fiducia. In effetti, la vita fugge, se pensiamo a quanto è accaduto nell’ultimo anno, da quel 14 ottobre del 2007 in cui 3,4 milioni di italiani si recarono a votare per scegliere il leader nazionale del Partito Democratico. Al termine di quella giornata straordinaria non potevamo certo immaginare che il centrosinistra sarebbe finito, di lì a poco, con la caduta del governo Prodi. Che Berlusconi sarebbe tornato trionfalmente a palazzo Chigi, sei mesi dopo, e che, tempo un anno, le borse del mondo occidentale sarebbero crollate, segnando la fine (per sempre?) del turbocapitalismo finanziario. Siamo nati, solo un anno fa, in un altro mondo. Quel mondo, oggi non c’è più. E’ questo il fatto che complica i brindisi del primo compleanno. La domanda è: ci siamo messi in sintonia con il nuovo scenario e con i problemi inediti che esso porta con sé?

Il primo anno di esistenza del PD ci ha offerto cose buone e meno buone, sconfitta elettorale a parte, che assegno alla categoria dell’ineluttabile. Tra le cose meno buone si segnalano le liste elettorali e la (inadeguata) circolazione delle idee, per non parlare dell’ombra del governo ombra. Due limiti che ci riportano al medesimo problema: il PD è nato, ma fatica a crescere, a darsi una autentica vita democratica e a reggere, al suo interno, un aperto confronto politico. Per ora, la somma dei due affluenti politici ha prodotto una convivenza patteggiata, un gruppo dirigente attento ad autotutelarsi (le liste bloccate, gli incarichi congelati) e incapace di portare all’esterno, alla luce del sole e alla conoscenza degli iscritti, le opzioni politiche e culturali che lo attraversano. Il timore delle divisioni (e degli scossoni nello status quo) genera chiusure, reticenze e ritardi. Le buone notizie non mancano, del resto. Sono il grande investimento di fiducia ottenuto da un terzo degli italiani e l’enorme patrimonio di generosità e di impegno dei suoi aderenti. Alla ripresa di settembre, usciti dalla quarantena della sberla elettorale con una prima struttura organizzata, i nostri circoli stanno muovendo i primi passi. E sono passi confortanti. Le riunioni sono partecipate, incontri pubblici compresi, mentre si amalgamano, sul territorio, le generazioni e le culture.

Ma lo scenario politico, nel frattempo, è cambiato. Gli avversari sono cambiati, praticano un nuovo modulo di gioco. Non abbiamo più di fronte la destra del primo Berlusconi, dichiaratamente liberista e antisindacale, quella dell’assalto all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ci dobbiamo oggi misurare con una nuova destra populista e trasformista. “I ricchi scoprono il socialismo quando gli fa comodo”, ha detto Bersani citando Galbraith. Ora sta accadendo in tutto il mondo, ma Tremonti aveva aperto la strada in Italia con le Robin taxes, la rinegoziazione dei mutui e la social card. Operazioni fallimentari, le prime due, e tutta da verificare nei suoi effetti reali, la terza. Contro questa nuova destra, avvolgente e doppiogiochista, ha fatto bene Veltroni ad alzare il livello dello scontro. Certo, praticando una opposizione frontale, la cultura riformista del PD rischia di lasciare qualcosa sul terreno. Tuttavia, la riforma della scuola non si chiama Gelmini, una giustizia moderna non può uscire dalle mani di Berlusconi e l’equità sociale non la garantisce Tremonti. Considerate le loro soluzioni non c’è dialogo che tenga. E poi, la manifestazione del 25 ottobre serve a dare fiducia e identità a un partito smarrito. Serve a dire a noi stessi e all’opinione pubblica che siamo vivi, che i non garantiti possono contare su di noi, che il governo deve fare i conti con una opposizione robusta.

Ciò che conta è che la piazza del 25 non sia l’ultimo episodio di una vecchia partita ma il primo di una nuova sfida. Perchè, oltre agli avversari è cambiato il campo di gioco. Bisogna ammettere che Tremonti l’aveva capito prima di noi e che si era preparato per tempo. Le grandi crisi, come quella che stiamo vivendo, sono momenti di svolta. Spartiacque, dopo i quali nulla è più come prima. Qui si misurerà la prontezza della nostra leadership, la consapevolezza di muoversi  dentro uno scontro che sta ricollocando i poteri e redistribuendo la ricchezza, la capacità di parlare un linguaggio nuovo difendendo interessi e valori antichi. Su questo passaggio si deciderà il futuro del PD. Il quale, fin da subito, deve porre una questione: chi pagherà lo sforzo ingente di salvataggio e di riconversione del sistema Italia, il paese con il debito pubblico più alto d’Europa? E, fin da subito, deve schierarsi in difesa delle vittime designate della destra, vecchia e nuova: i percettori di reddito fisso. Con politiche coraggiose, però, che facciano i conti con tutte le rendite e i parassitismi che paralizzano questo Paese.  Domande chiare e risposte chiare, se vogliamo assolvere una funzione nazionale e non restare imbottigliati nell’angolo di una opposizione querula e difensiva. Questo mi aspetto dal mio partito, finiti i brindisi del compleanno.

 

 

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Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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