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Cerco un centro di gravità…

Di Pierangelo Ferrari • ott 28th, 2008 • Argomento: Note politiche, Primo Piano

Lasciamo stare le rodomontate sui milioni di partecipanti e le speculari (e sollecitate) minimizzazioni della Questura di Roma. Quello che conta è il risultato politico. E il risultato ci dice tre cose. Che si è trattato della più grande manifestazione politica della cosiddetta seconda repubblica. Che il popolo del PD crede ancora nel proprio partito e che è disposto a mobilitarsi per le buone cause. Che l’opposizione al governo Berlusconi esiste. Questo è il risultato e questo è il messaggio che il Partito Democratico  manda al Paese. Non è tutto quanto possiamo fare, ma non è poco, in una fase in cui il PD sarà sollecitato dalla crisi ad assumere posizioni, nello stesso tempo, sempre più radicali e sempre più responsabili. Ora, dipenderà dalla direzione politica verso cui sceglieremo di dirigere il peso politico recuperato. Tutta la questione del dopo 25 ottobre si riassume nello sforzo di trovare un baricentro tra la necessaria, intransigente opposizione e le ragioni di una cultura riformista, che non si può limitare, per sua natura e vocazione, all’antagonismo e alla protesta. Cerco un centro di gravità… canta il PD, dopo il Circo Massimo. Le grandi manifestazioni non sono necessariamente levatrici di magnifiche sorti e progressive. Ne ricordo una, che chiuse una stagione e ne aprì un’altra. Nel settembre del 1980, Enrico Berlinguer chiuse la Festa nazionale de l’Unità di Genova, davanti a una folla strabocchevole, non inferiore a quella del Circo Massimo. Fu il comizio che mise fine alla stagione, ormai logorata, della soldarietà nazionale e che aprì la fase dell’ultimo Berlinguer, quella dell’arroccamento identitario, della ”questione morale” e della opposizione frontale. Insomma, la manifestazione avviò una grande ritirata nelle proprie roccaforti, non una gloriosa avanzata, e fu l’inizio della fine del PCI. Le grandi manifestazioni sono mezzi, non fini. Il Circo Massimo ci ha messo in mano uno strumento rilevante, ora si tratta di spenderlo al servizio di una politica che ci faccia riguadagnare consenso nel Paese. Perchè il Cavaliere, benchè lesionato dalle reazioni al decreto Gelmini, è ancora saldamente in sella.

Questo è il punto. Abbiamo bisogno di un solido baricentro. Cioè di una politica che parli al Paese. Con le ragioni dell’opposizione. Che non mancano, avendo di fronte questo Governo e dovendo misurarci con le loro politiche. Se abbassi la guardia della lotta all’evasione e all’elusione fiscale (e già cominciano a manifestarsi i primi effetti nella caduta della curva delle entrate) e devi fare i conti con il debito pubblico più rilevante d’Europa (metà del debito pubblico dell’intera Unione) non ti resta che tagliare, senza criteri, le postazioni essenziali della spesa pubblica: istruzione, ordine pubblico, giustizia, trasporto pubblico, beni culturali, ambiente, diritti sociali… E’ quello che stanno facendo. Salva l’Italia è uno slogan enfatico, ma non ci sono dubbi che questo esecutivo stia producendo danni al Paese. E’ notizia di oggi che il Governo ha tagliato sensibilmente il finanziamento della tanto sbandierata social card. E  così, il provvedimento rientra nell’alveo della demagogia, accanto alle Robin Hood taxes e alla rinegoziazione virtuale dei mutui. Di conseguenza, opposizione senza se e senza ma, non ci sono alternative. Tanto più se li ascolti, i Berlusconi, i Capezzone, i Gasparri, e se leggi la loro stampa. Sulla “marmaglia”, i “fessi”, i “cretini” delle scuole in sciopero, Vittorio Feltri ha scritto: “..slogan idioti, caciara. Forse con una speranza inconfessata: che nella bolgia fortemente voluta e preparata con cura ci scappi non dico il morto, ma almeno qualche ferito. I volti insanguinati di alcuni giovanotti stesi in barella suscitano sempre la solidale commozione di mamma e papà d’ogni colore”. Titolo della pacata riflessione: “Attenti a voi, ragazzi”.

Senza che, nella foga dell’opposizione, cadano le ragioni del riformismo. Quelle ragioni  devono essere onorate da una politica: idee, progetti, proposte di legge, campagne di orientamento di massa. Perchè scuola e università, per parlare del presente, hanno bisogno di radicali riforme. Quelle che non abbiamo fatto nei sette anni di governo del centrosinistra. Formazione e selezione dei docenti, qualità dell’offerta formativa, autonomia e competizione al meglio delle sedi universitarie, lotta al nepotismo e alle baronie, apertura al merito… E pubblica amministrazione efficiente. E moderne relazioni industriali. E un piano energetico nazionale. E una rete integrata della mobilità, alla faccia di tutte le resistenze localistiche… Quando il Governo, per fare cassa, colpisce la scuola elementare, il miglior livello scolastico del Paese, non ci sono alternative a una ferma opposizione al decreto della inconsapevole Gelmini. Ma al movimento degli studenti che il decreto ha provocato e alimentato abbiamo il dovere di parlare il linguaggio della responsabilità e della necessaria innovazione del sistema scolastico e universitario. Senza cullarci nell’illusione che tutte le proteste portino acqua al nostro mulino. E distinguendo tra studenti e baroni, tra docenti motivati e parassiti in cattedra, tra problema e problema. E poi. Non so se stiamo prestando adeguata attenzione al cambio di fase che stiamo vivendo e alle radicali novità che la crisi dei mercati finanziari sta portando con sè. Quello che immagino è che la crisi non ci consentirà vacanze politiche e ci costringerà a onerose assunzioni di responsabilità. Bisognerà mettere mano, finalmente, alle arretratezze di questo Paese se vogliamo evitare il declino. Qui e ora. Chiunque governi.

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Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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