Neanche un euro per l’Abruzzo?
Di Pierangelo Ferrari • apr 15th, 2009 • Argomento: Primo PianoMia figlia mi ha dato oggi un testo di un giovane giornalista siciliano, Giacomo Di Girolamo, che circola su Facebook. L’ho letto e ho deciso di pubblicarlo nel “Primo piano” del mio blog. Poi ho letto, sempre oggi, l’articolo di Adriano Sofri che lo commenta. Buona lettura.
“Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda. Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no–stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare. Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro. Eppure penso che le tragedie, tutte, possano essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese. E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella. C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente? Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte. Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è. Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate. Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente. Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo. Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto. Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto. Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto. Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia. Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know–how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico. E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia. Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d’altronde.”
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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Condivido 100 x 100 l’articolo “Neanche un Euro per l’Abruzzo”, perchè anchio è anni che ho dentro una grande rabbia con i politici-parlamentari.amministratori del ex DS. Incapaci e inetti difronte al degrado morale ed istituzionale del paese, seguire le trasmissioni della Gabanelli è ormai diventato una tortura che mi riempie ancora più della rabbia che dicevo; ma dove erano, cosa hanno fatto i nostri parlamentari per evitare questo degrado….??????? in tutti questi anni…. ???? mi vergogno e mi pento amaramente di aver dedicato tempo ed energie spesi per portare i santini ad ogni familia del mio quartiere in occassione delle varie elezioni. Sono astremamente deluso e sempre più lontano dai vostri riti. Bravo a Giacomo Di Girolamo che ha focalizzato bene il sentimento che ormai permea tanti ex militanti. Lo sento come una bandiera questa presa di posizione e mi chiedi come nessuno dei “nostri parlamentari sia riuscito a essere così lucido verso la nostra situazione politica attuale. Grazie per l’ospitalità.
Difficile non sottoscrivere una sola parola di questo testo che ci presenti. Rappresenta il dramma di un paese assoggettato ad una classe dirigente sempre più adorata dalla maggioranza dei cittadini e sempre più odiata da una minoranza ristretta. Dove questo ci porterà oggi non riesco a vederlo.
Purtroppo in parte a ragione ed in parte a torto anche l’opposizione viene accomunata nelle colpe. Mi sembra inevitabile.
Il Pd doveva essere una risposta anche a questo dramma. Doveva essere l’ennesimo nuovo modo di far politica, doveva essere la priorità delle regole, qualcuno l’ha chiamato civismo, doveva essere una svolta rispetto un passato nel quale spesso la ragione del governo aveva il sopravvento rispetto al buon governo.
Una speranza durata una campagna elettorale. Poi si è tornati alla ordinaria amministrazione, agli equilibri resi più difficili dalla incompiuta integrazione fra le componenti, al riemergere dei saggi, vecchi democristiani e vecchi comunisti, che che hanno soffocato sul nascere il nuovo che poteva emergere. Tutto ciò aggravato dal fatto che il partito non veniva costruito, le regole erano pletoriche, no al tesseramento, la democrazia una finzione, la lotta politica personalizzata fra due leader, ovviamente l’originale Berlusconi ne è uscito trionfatore. La colpa di Veltroni, e del gruppo dirigente in generale, non è stata quella di aver perso le elezioni, i giochi probabilmente erano già fatti, ma quella di sedersi su un presunto successo e non lavorare per la costruzione di un vero nuovo partito.
Quando si è deciso di fare il tesseramento l’entusiasmo era già sparito ed i risultati si sono visti.
Tuttavia occorre ripartire da una analisi seria della realtà e da un esame dei comportamenti concreti e non dalle asserzioni astratte e ritrovare un punto comune di partenza. Continuo a credere che ciò deve avvenire nel PD. Che sia ancora possibile che le tante forze sane che ci sono nel partito sappiano individuare la strada.
Il passaggio cruciale sono i valori di riferimento e la capacità di verificare la corrispondenza fra di essi e le scelte quotidiane che si compiono. I valori e la democrazia nelle scelte politiche che oggi vanno per conto loro.
Ad esempio la scelta di astenersi sul così detto polo logistico di San Polo a quali valori fa riferimento, come è stato deciso; sarebbe un dibattito esemplare su come non si fa politica se si vuole che i Mario non crescano.