Non chiamatelo congresso, per favore
Di Pierangelo Ferrari • giu 25th, 2009 • Argomento: Note politiche, Primo PianoFinalmente il congresso, il primo del Partito democratico. Insomma, una sorta di congresso di fondazione. “Sarà un congresso vero”, dichiara Franceschini. “Un confronto trasparente e leale”, rilancia Bersani. Che bello. Era ora che il milione di iscritti ai Ds e alla Margherita fossero chiamati, una volta convenuti nel nuovo partito insieme ad altri, a discutere sul loro futuro e sul futuro del Paese. Il militante fiducioso si prepara, pertanto, a una bella discussione nel merito delle tante questioni aggirate fin qui. Si prepara a dire la sua, con le opinioni e con il voto. Vorrebbe insegnanti preparati per i propri figli, una riforma degli ordini professionali e un accesso al lavoro meno filtrato dalle clientele, vorrebbe risposte concrete a problemi concreti. Il nostro militante è un riformista mite ma frustrato. Vorrebbe che i dirigenti del proprio partito non lo trattino come un minorenne. Vorrebbe che parlassero chiaro, che si misurassero alla luce del sole sul merito, questione per questione. Vorrebbe vedere e capire le motivazioni delle contrapposizioni personali di cui legge sulla stampa. Ha sofferto sin qui per avere assistito a scontri che vengono da lontano e di cui si sono perse per strada le ragioni iniziali. Perciò, ha accolto con un sospiro di sollievo l’annuncio del congresso. Finalmente ci siamo.
Il militante non sa, tuttavia, che ci sono alcuni problemi che si interpongono alla realizzazione delle sue aspettative. Per poter registrare l’opinione di un partito, tanto per cominciare, bisogna contare su un’affidabile anagrafe degli iscritti. Ma le modalità cervellotiche previste per l’iscrizione al PD hanno fatto precipitare la base congressuale dall’iniziale milione a meno della metà e, soprattutto, hanno aperto le porte a pratiche opache e a distorsioni territoriali. Oggi, la maggior parte degli iscritti è concentrata al Sud, con punte esorbitanti e patologiche in Campania e a Napoli, in particolare. Dove il PD, nella sola provincia napoletana, ha il doppio degli iscritti dell’intera Lombardia. E stanno aumentando, per la corsa aperta tra le fazioni in conflitto. Quali fazioni, si chiede il militante ingenuo, se le candidature stanno affacciandosi in queste ore? Appunto, le candidature si affacciano solo ora, ma le fazioni vengono da lontano e si riproducono identiche, con il passare delle stagioni. Come si può fare un congresso in queste condizioni? Il militante non sa neppure che il futuro del PD non è nelle sue mani, ma è a disposizione di una indifferenziata (e incontrollata) platea di elettori (tutti elettori del PD?). Perchè il congresso (parola che peraltro non compare nello Statuto, come se ci si vergognasse di evocarla) si limiterà, attraverso un percorso di “convenzioni”, a scegliere i candidati alla segreteria (non più di tre) da sottoporre alle cosidette “primarie”. E’ lì, in campo aperto, non nel percorso “congressuale”, che si deciderà la leadership. Per cui può accadere che un candidato vincente all’interno del partito sia battuto alle “primarie” esterne. Avremmo così, in questo caso, un partito smentito dai suoi elettori, i suoi iscritti messi sotto tutela, le sue decisioni delegittimate e, soprattutto, assisteremmo alla rimozione del leader che si era scelto.
Si dirà: ma io sostengo Tizio proprio perchè questa procedura demenziale è colpa dell’amico di Caio, della sua concezione liquida del partito. No, mi dispiace, l’argomento non è ricevibile, perchè in quella Commissione Statuto erano in cento e hanno approvato il testo all’unanimità. E poi, se non ricordo male, tra quelli che oggi sostengono Tizio c’è anche chi, due anni fa, gli ha sbarrato la strada per tenerla sgombra all’avanzata dell’amico di Caio. E quelle regole servivano alla bisogna, allora, alla faccia del partito strutturato. La verità è che queste regole insensate sono tutt’oggi funzionali alla tipologia della sfida in corso: quella interna a un gruppo dirigente che si bipolarizza e che chiede a un partito di schierarsi di qui o di là. Non a caso, toni e argomenti si stanno incattivendo, adeguandosi alla conta referendaria. La partita ha già trovato i suoi ultras, gli argomenti polemici, le parole d’ordine. Le nobili bandiere esibite saranno, da un lato, radicamento e innovazione, dall’altro, rinnovamento e discontinuità. Vale a dire, tutto ciò che andiamo proclamando da un ventennio, senza realizzare alcunchè. Sotto quelle bandiere, in realtà, è già iniziata, provincia per provincia, una ben più concreta partita, quella che decide i rapporti di forza interni ai gruppi dirigenti locali. Ma da chi ha l’ambizione di guidare il mio partito io mi aspetto un’idea di futuro e qualche proposta sulla crisi epocale del Paese. Da Franceschini, che ha retto degnamente la segreteria negli ultimi mesi, mi aspettavo qualcosa di più, nell’annuncio della sua candidatura, della logora contrapposizione del nuovo che avanza al vecchio che resiste. Nell’altro campo, per ora (24 giugno), non si va più in là del tormentone sulle alleanze e sui sistemi elettorali. Per il resto, tutti d’accordo su vaghezze riformiste, trite e ritrite. E’ una discussione che non mi interessa. Spero che Bersani alzi, quanto prima, lo sguardo sui problemi del Paese e che Franceschini lo segua. Per adesso, per favore, in attesa della politica, non chiamatelo congresso…
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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Dopo aver letto questo tuo intervento non mi resterebbe che andarmene a casa, per me non è per niente difficile.
Invece intendo restare in gioco, non perchè ambisco a qualcosa, ma perchè continuo a credere che un partito ci voglia per combattere le dure battaglie che ci attendono per il futuro dell’umanità.
Pensa te che pretese.
Se così com’è il partito non va bene, e sono d’accordo, aggiustiamolo, facendo ognuno onestamente la propria parte.
Ciao
L’analisi è spietata e, oserei dire, con pochi margini di speranza. Resistere dal profondo Nord non è facile, chiedere a dei ragazzi di ascoltarci a queste condizioni è impossibile. Mi accodo a Rossi nel dire, stiamo al nostro posto e facciamo la nostra parte. Tuttavia io aprirò anche a quelle persone che non sono iscritte, che non intendono farlo, ma che vogliono partecipare. Non intendo trincerarmi dietro una tessera, ad uno slogan, ad un battibecco. Farò del mio meglio per creare un gruppo di lavoro per il territorio in cui vivo, oggi in mano alla lega; farò del mio meglio perché non ci siano una, due, tre divisioni, che favoriscono solo coloro che, corpo compatto, pigliano tutto. Aprirò a tutti coloro che non stanno con la lega, anche se non se la sentono, per il momento di stare con il PD. A quando rifletteremo perché molti, pur non stando con la destra, non stanno con il PD?
Suvvia, un partito delegittimato dai suoi elettori? A parte l’evidente lapsus (forse che un partito possa essere più legittimato del suo elettorato? Per fare che ed andare dove?), In fin dei conti i candidati vengono scelti dai tesserati e questo è di per sé una garanzia di appartenenza. Poi conta il fatto che le primarie aperte sono state previste, appunto, per mettere in maggior sintonia il partito con i simpatizzanti, quelli che stanno là fuori, con la società civile. Forse impareremo a scegliere i candidati in modo che abbiano maggiori possibilità di successo nelle primarie e dunque anche nelle elezioni politiche ed amministrative, il che è, niente più e niente meno, il vero spirito che ha portato alla formazione del Pd ed a stabilire le primarie come regola di selezione. Peraltro, è proprio vero che il metodo basato sul solo tesseramento sia più affidabile, dopo quel che dici che succede in Campania? Per il resto, concordo sul pauroso vuoto di contenuti e sulla necessità di programmi veri, che però giudico più facilmente elaborabili proprio se si chiede all’elettore di partecipare, poiché il semplice iscritto vive assai più facilmente su mere e vuote contrapposizioni di schieramenti interni. Certo è che, dopo avere appreso dei tentativi, più o meno formali, di modifica degli statuti proprio per impedire le primarie aperte, si iniziano davvero a delineare gli schieramenti. Ciao
D’accordissimo. Mi consentirai di commentare anche se non sono iscritta al PD.
Ma guardo da 2 anni con attenzione a quanto succede nella casa dei miei ex. Finora ho sempre atteso che qualcosa, qualche decisione,alzata di testa, mi facesse decidere di ritornare con i miei amici: purtroppo non è mai successo. Da quel che sto leggendo ora sui quotidiani penso che ,non solo chi, come me, sta alla finestra non deciderà di entrare dalla porta, ma temo che anche chi è già dentro decida di uscire per rspirare un po’ di aria fresca. Ciao e “auguri”. Gabriella
“là fuori qualcuno ci guarda”. Per fortuna ci sono le primarie ed il confronto con gli elettori, altrimenti per il PD sarebbe inevitabile l’involuzione autoreferenziale, il ritorno a riti antichi ed il definitivo distacco dalla base. Le primarie aperte dovrebbero essere l’occasione per rinnovare il contatto con l’elettorato, per tastarne gli umori, per ascoltarne i problemi (radicarsi sul territorio). Dovrebbero essere l’antidoto ai giochi di palazzo, ai tatticismi, all’intruppamento delle tessere, l’occasione per coinvolgere il nostro popolo nelle scelte che lo riguardano, per aprire la politica alla partecipazione. Se poi, per il mancato coinvolgimento della base, dovesse emergere un giudizio negativo delle scelte del partito, non resterebbe che prenderne atto e cambiare direzione, nel senso sia di dirigenti che di scelte strategiche. Meglio essere bocciati alle primarie che alle elezioni, almeno si può provare a rimediare. La forma del partito della sinistra in Italia, il suo modo di rapportarsi con la propria base sono una delle questioni concrete, e non la meno importante, a cui dare risposta in un congresso. Radicamento, rinnovamento, riformismo, sono parole vuote che non ci sollevano dalla responsabilità di offrire a questo paese un partito in grado di governarlo nel nome della libertà, della giustizia, della solidarietà, dell’eguaglianza. La responsabilità è grande perché fuori dal PD il centrosinistra propone Di Pietro col suo populismo velleitario e tutto il resto che sembra un avanzo del museo delle cere. Sappiamo bene che ci aspetta una traversata del deserto, o una lunga marcia, a seconda dei gusti, ma altrettanto bene sappiamo che, se fallisce il PD, si aprono spazi per progetti minoritari, per il ritorno di ideologie slegate dalla pratica del possibile. Con l’unica prospettiva di un radicalismo consolatorio e sterile.
“là fuori qualcuno ci guarda”. Se ne ricorderanno i nostri dirigenti?