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L’aspra contesa dei liquidi e dei solidi

Di Pierangelo Ferrari • lug 1st, 2009 • Argomento: Note politiche, Primo Piano

Dunque, Chiamparino non c’è. Gli è mancato l’appoggio di Fassino, che sta con Franceschini. A me dispiace che Chiamparino non ci sia, gli avrei dato una mano, ma credo che Fassino abbia fatto bene a dissuaderlo e a tenere fermo il sostegno a Franceschini. La ragione è tutta politica e ha a che fare con l’amalgama del PD: senza Fassino la candidatura Franceschini sarebbe rientrata sostanzialmente dell’alveo dell’area popolare. Chiamparino, tuttavia, avrebbe intercettato la principale delle questioni che pongo da tempo, perchè la sua candidatura sarebbe nata al di fuori del circuito chiuso della oligarchia nazionale. Oggi, primo luglio, inizia il finale di partita, con l’assemblea bersaniana all’Ambra Jovinelli. Domani è il turno di Veltroni, sabato tocca a Rutelli, lunedì chiude Franceschini. Di altri si dice, ma non si sa… Mi aspetto parole chiare, ma temo che non arriveranno. Franceschini ha scelto di aprire spazi al nuovo, per fare che cosa non è chiaro. Quale partito, quale modello sociale? Nebbia fitta. Vedremo lunedì se la nebbia comincerà a diradarsi. Per oggi, la mitica Serracchiani dice di stare con Franceschini perchè è “simpatico”. E’ un criterio, non c’è che dire. Degno del Bagaglino. E di considerare D’Alema fuori dal PD. Qui c’è poco da ridere, siamo solo al teppismo politico. La solidarietà a D’Alema, del resto, non mi distrae dal fatto che, sul versante degli antipatici, considero il tema del radicamento del partito un logoro refrain. Io ho buona memoria e qualche anno sulle spalle. E ricordo bene che lo sradicamento del partito da cui provengo non è iniziato con Veltroni nel 1998, ma qualche anno prima. Dall’epoca in cui il luogo delle decisioni politiche fu trasferito dalla segreteria allo staff e il partito cominciò ad essere concepito come una zavorra che frena lo slancio innovatore del leader. Una volta aperto quel varco, altri sono passati e hanno prodotto i danni che sappiamo, fino al regolamento congressuale del PD. Perciò, non credo più a chi impugna questa bandiera, portando quella responsabilità. A meno che si assumano impegni precisi, non revocabili. Per esempio, chi farà propria la proposta di Romano Prodi e si impegnerà a realizzarla? Con un articolo comparso ieri su Il Messaggero, Prodi ha proposto una radicale riforma del partito in senso federale, con la costituzione “in ogni regione di un Partito regionale, dotato di ampia autonomia interna, ma obbligatoriamente federato” al partito nazionale “e legato alle sue decisioni sui temi politici di maggiore rilevanza”. Con la clausola che “i delegati al Congresso nazionale siano esclusivamente in proporzione dei voti riportati nelle ultime elezioni e non dei tesserati al Partito”. Questa è una proposta concreta e risolutiva della questione del radicamento. Il resto sono chiacchiere utili a incassare il consenso degli iscritti, per tornare a fare quello che si è sempre fatto, nessuno escluso: una gestione centralistica e piramidale del partito.

La verità è che si ricorre a simboli, da una parte e dall’altra, a parole d’ordine evocative e vuote. Oltre, gli uni e gli altri, non possono andare, per l’eterogeneità delle posizioni che stipulano gli accordi congressuali. Ciò che li accomuna – come ha scritto Adriano Sofri – è “un toccante e micidiale senso di proprietà del partito”. Proprio così. Si è aperta, tra “un notabilato molto conservatore e spesso usurato”, un’aspra contesa patrimoniale sulla titolarità della “ditta”. Non a caso, il percorso congressuale (per così dire) viene ridotto alla questione della segreteria. Bisognerebbe partire, invece, da un’altra preliminare questione: dalle ragioni della sconfitta. Oggi, come nel 2001, non si vuole aprire questo capitolo. Oggi è il coté veltroniano a rifiutarsi di farlo. Allora, nel mio partito, fu la maggioranza  dalemiana a non rendersi disponibile, poichè si trattava di sottoporre a giudizio quello che fu chiamato il “riformismo senza popolo”. Ma i bilanci andrebbero fatti, sempre, per capire finalmente le ragioni della sconfitta del riformismo della sinistra italiana, di quel riformismo senza riforme , che è l’identità che ci accompagna da un quindicennio, dalla nascita del nuovo centrosinistra. E le candidature dovrebbero emergere dalle diverse risposte alle domande che da tempo evitiamo di porci. Invece, le domande sono state ancora una volta aggirate. Che fine ha fatto la “rivoluzione liberale” del 1995? Abbiamo fatto procedere, nei sette anni di governo, il primato del merito e del talento, delle libertà del cittadino, della lotta alle burocrazie e alle lobbies? Abbiamo fatto i conti con la sopravvivenza di quanto di conservatore portano con sè le nostre tradizioni politiche? Questi, solo questi, sono temi degni di un confronto congressuale. Altro che la mortificante dialettica tra il vecchio e il nuovo, il rinnovato scontro tra movimentisti e burocrazie, la contesa sul partito tra liquidi e solidi. Il fatto è, come ha scritto il mio amico Sandro Maran, che “servirebbero teste nuove, non solo facce nuove”.

Noi non ne usciremo rafforzati rimuovendo tutto, bilanci e scelte dirimenti. Non ce la caveremo consegnando il tema della laicità all’ambito discrezionale delle coscienze individuali. Non saremo mai autenticamente riformisti se, insieme ai tanti (e contraddittori) sì, non pronunceremo qualche sonoro no. All’assistenzialismo, per esempio. A Reggio Calabria, città metropolitana, per esempio. Alle corporazioni nella magistratura, nelle professioni, nell’università. Ai diritti acquisiti nella pubblica amministrazione… a tutto ciò che mantiene inchiodato il Paese alla sua arretratezza. Congresso lo chiamano. Ma che razza di congresso potrà essere con le regole che sappiamo e con gli schieramenti già disposti in campo prima che i candidati abbiano presentato il proprio progetto, ben prima che inizi uno straccio di discussione? Mai come in questa occasione mi auguro di avere torto. C’è ancora tempo per la chiusura delle candidature e per conoscere i relativi profili politici. Vedremo. Ma non riesco a scrollarmi di dosso l’impressione di stare aspettando Godot. Condizione patetica, perchè, come è noto, Godot non arriva mai.

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Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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3 Commenti »

  1. Concordo.

    Ma deve valere a Roma come a Brescia.

    I sonori no che chiedi a Roma (assolutamente necessari per non tenere inchiodato il Paese alla sua arretratezza), troppe volte non sono stati detti a Brescia. Le nostre precedenti giunte non li hanno saputo dire. E’ stata una buona amministrazione quella della giunta Corsini, lo dico e lo ripeto da sempre (assolutamente imparagonabile alla roba che ci governa oggi). Ma ci sono molti ma, che insieme allo tzunami che ci travolse in tutta Italia hanno concorso a farci perdere le elezioni comunali di Brescia.

    Oggi ci troviamo la giunta Paroli che dimezza gli elevatissimi compensi del consiglio di amministrazione di A2A, scelta che le regala ampi e giusti consensi tra i cittadini, che così si scordano della brutta operazione posta in atto da Paroli con le revoche.
    Da qualche anno alcuni di noi sostenevano che quei compensi erano sproporzionati. La risposta: “demagogia!”.
    Non abbiamo detto no a compensi che erano privilegi.

    Giustamente critichiamo Paroli per le revoche e le nomine in A2A. Ma a proposito di partitocrazia pure noi avevamo fatto, anche se meno peggio, la stessa scelta.
    Alcuni di noi ritenevano sbagliata quella scelta. La risposta: “i partiti hanno diritto di indicare loro uomini in un’azienda del Comune”
    Non abbiamo detto no alla partitocrazia.

    La gestione della macchina amministrativa della precedente giunta è stata improntata alla meritocrazia o più vicina ad altre logiche che si sono disinteressate del merito?
    Parecchie voci si levarono preoccupate di un peggioramento dell’ottima macchina amministrativa del comune di Brescia. In quel caso qualche attenzione alle proteste, compresa la tua, ci furono ma nulla cambiò.
    Non abbiamo detto no ai favoritismi.

    La decisione di mandare Morgano in A2A per evitare le primarie con Del Bono è state scelta sbagliata e dannosa.
    Tutto il popolo democratico ne fu infastidito. La risposta: “i nodi politici in qualche modo devono essere risolti”
    Non abbiamo detto no all’uso di un’azienda importantissima per risolvere un problema politico del pd.

    La decisione di correre alle amministrative del Comune di Brescia insieme a rifondazione comunista, introducendo una novità negativa rispetto alle precedenti alleanze resa ancor più contradditoria dal fatto che per la prima volta a livello nazionale si decideva di correre da soli (scelta premiata dal 33,4% degli elettori..che vista la situazione fu un buon risultato..magari avercelo oggi..).
    Eppure erano molte le voci preoccupate. La risposta: non ci furono risposte se non in un lunghissimo e per me contorto e incomprensibile intervento di Bragaglio.
    Non abbiamo detto no all’errore politico.

    Al pari tuo temo che i congressi non entreranno nel merito delle questioni e tanto meno serviranno per fare un’analisi degli errori e delle sconfitte.

  2. “servirebbero teste nuove, non solo facce nuove”

    Nel PD queste teste e facce (salvo rare eccezioni) sono le medesime da 40 anni: Ok saggezza ed esperienza, ma nel frattempo il mondo, nel senso più lato del termine, è cambiato: pochissime di queste teste hanno provato ad evolversi, ancora meno ci sono riuscite, le altre sono ancora quelle, ottime e adatte allora, un po meno attuali oggi.
    40 anni fa quelle/queste teste furono la massima espressione della base e con la spinta della base hanno potuto fare quanto è stato fatto. Oggi la base non è più quella e quelle/queste teste hanno (paradosso del mondo multimediale) difficoltà di dialogo (sopratutto ascolto) con questa nuova base: la spinta non può che essere venuta meno.
    Non è, e non deve essere, la “voglia di nuovismo” a guidare le scelte, ma l’attualizzazione delle teste al mondo di oggi: se le “vecchie facce” vorranno e sapranno (non è detto che gli riesca, visto come è andata sino ad ora) attualizzarsi ben venga, altrimenti sarà gioco forza cambiare facce in cerca di nuove teste(sperando di trovarne).
    Unica consolazione, anche qualora miracoli della scienza e della biogenetica portassero a record la durata in vita del Premier e di Bossi, è che, prima o poi, anche le teste del PDL e della Lega “invecchieranno” tali e quali a come erano nel ‘94 e inizierà il decadimento aprendo uno spiraglio…ma 1994+40=2034…

    Davide Zanotti
    Marone(BS)

  3. D’accordo sui liquidi e sui solidi, anche prchè qui a Montichiari, visto il trend, tra poco resterà solo l’arido deserto dei tartari….senza liquidi ma senza solidi….a eno di un miracolo…cosa, essendo io laico, non credo si verificherà.
    Forse , visto il risultato elettorale del Pd monteclarense, sotto il 10%, e rispetto alle provinciali con 1000, diconsi 1000, voti in meno, qualcosa si muoverà…ma chi e come e quando??
    Un saLUTO, UN POCO SCONSOLATO, dal tuo vecchio amico Carlo

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