Un confronto asfittico e mediocre
Di Pierangelo Ferrari • lug 9th, 2009 • Argomento: Note politiche, Primo PianoSe ne sentono di tutti i colori. Questa, per esempio: in una regione del Sud, il segretario regionale chiede un consiglio al suo vice sul tesseramento nella propria provincia e gli chiede: “che ne dici, quanti iscritti devo fare, 25000 bastano?”. Allo sbalordimento del vice, il segretario si corregge e precisa: “beh sì, in effetti sono troppi, facciamo 20000“. Evito di precisarvi le modalità delle iscrizioni. In questo clima esemplare sono tre i fronti ”congressuali” aperti: primo, la raccolta di adesioni, con tanto di firme che costituiscano un fatto compiuto, non revocabile. Due, una campagna separata (e gonfiata, soprattutto in alcune regioni) di tesseramento. Terzo, una suddivisione, all’interno di ciascuna delle due cordate principali, della attribuzione dei feudi territoriali, cioè delle segreterie regionali. Su cui si manifestano già le prime tensioni. Il rapporto centro-periferia, di conseguenza (primo effetto del “congresso”), si sta ulteriormente irrigidendo, dentro i confini angusti delle correnti fidelizzate. C’è una quarta attività in corso, per la verità, ed è la messa a punto dei mitici programmi, quelli che dovrebbero fare la differenza, quelli che verranno presentati a iscritti ed elettori per giustificare la contesa “congressuale” e per raccogliere consensi. Ma la contesa viene da lontano, si è riaperta aspramente e non ha a che fare con i programmi, cioè con quello che dovremmo dire al Paese sul Paese medesimo. Finora, abbiamo parlato solo di noi a noi stessi, in un clima di crescente aggressività.
Solo due temi si sono decisamente imposti in questo avvio insensato di confronto “congressuale”, la forma partito e la questione delle alleanze. Liquidi contro solidi, autosufficienti contro relazionali. Su queste linee di frattura sono riprese antiche ostilità, promosse dai soliti contendenti, sostenuti dalle abituali tifoserie. E’ un confronto asfittico e mediocre, tanto più se messo di fronte alla crisi del Paese. Il quale sconta, per la prima volta dal dopoguerra, un declino che potrebbe diventare irreversibile. Ma, quel che è peggio, è una dialettica falsa e artificiosa. Insomma, parliamo d’altro e anche questo poco d’altro di cui ci occupiamo si è atrofizzato, con il passare degli anni, in stereotipi a cui non corrispondono più comportamenti reali, scelte concrete, responsabilità. Prendiamo il tema della vocazione maggioritaria, tema simbolo del Lingotto. Dov’erano i suoi critici all’indomani dell’evento? Nella fase precedente le elezioni politiche, poi, mi pare che fossimo tutti d’accordo nell’escludere alleanze con la sinistra radicale. Si poteva contestare l’alleanza con Di Pietro, volendo. Qualcuno l’ha fatto, allora? E, in ogni caso, l’alleanza con Di Pietro contravveniva al criterio rigido della vocazione maggioritaria. E anche se si fosse ritenuto opportuno non aprire una polemica alla vigilia del voto, perchè non si è chiesto un congresso all’indomani della sconfitta? Se D’Alema è così aspro oggi nel giudicare il lavoro di un biennio, non è lecito chiedergli dov’era un anno fa, quando negava l’opportunità di un passaggio congressuale? La verità è che, dietro le formule, tutte le leadership inseguono l’alleanza più larga e più coesa nelle condizioni date. Perchè tutti vogliono vincere le elezioni. E che questo disegno non è affatto in contraddizione con la vocazione maggioritaria del più grande partito del centrosinistra italiano, salvo che l’esito è nelle mani degli elettori, non di un “congresso” incattivito e bizantino. Alle recenti elezioni amministrative, tutti e ovunque, sono andati in cerca di alleati, senza distinzioni tra veltroniani e dalemiani, tra aree e correnti. Ma di che cosa stiamo parlando?
Il peggio, tuttavia, si raggiunge sulla forma partito. Intanto, perchè non si fa un congresso sul processo ma sul prodotto, se si vuole parlare al Paese. Per definire le nostre forme associative e le modalità dei legami sociali basterebbe una Conferenza organizzativa. Dice: ma noi il congresso lo faremo su piattaforme politiche. Per favore, vi siete già schierati, quasi tutti, in totale assenza di analisi della crisi italiana e di progetti sulle vie d’uscita. Avete impugnato vecchie insegne e vi state dando botte da orbi, recitando vecchi copioni. Non ci credo che Marini e Fioroni, Fassino e Cofferati, da una parte, vogliano il partito liquido, mentre D’Alema e Letta, Rosy Bindi e Bassolino, dall’altra, siano garanti del radicamento organizzato. Intanto, perchè l’insensato regolamento congressuale che apre il varco a una pericolosa dicotomia tra iscritti ed elettori lo hanno approvato all’unanimità. All’unanimità. E poi perchè io non ricordo che il partito diretto da D’Alema fosse più solido di quello guidato da Veltroni. La verità è che tanto gli uni quanto gli altri non si sono mai occupati di una seria innovazione della nostra presenza organizzata nella società e hanno concepito il partito (tutti quanti) come l’intendance qui suivra. La contrapposizione ringhiosa tra i nostalgici dei partiti di massa della prima repubblica e gli americanizzanti degli spazi (politici) aperti ci sta tenendo sospesi, da quindici anni, tra la via Emilia e il West. Senza andare davvero da nessuna parte.
Ho scritto, fin qui, la parola congresso chiusa dentro un paio di sprezzanti virgolette. Ma so che, strada facendo, i temi veri, quelli che interessano agli italiani, emergeranno e si imporranno, per forza, al confronto congressuale (senza virgolette). A quel punto, però, le truppe in campo saranno già schierate e impediranno una libera partecipazione alla battaglia delle idee. Si sta con questo o con quello, a prescindere, anche perchè su molti temi ci sarà una convergenza (diciamo così) al centro dei problemi. Forse chiedo troppo al mio partito. Del resto, basta guardarsi attorno, in casa d’altri, per impartirci generose assoluzioni. Ma io sono arrivato alla politica perchè vedevo nella politica il campo in cui le idee si misurano con la realtà. Forse è lì che un congresso ci dovrebbe riportare. Se ciò non accade, è un “congresso” che non mi interessa.
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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Bene, condivido analisi e conclusione. Mi sono iscritto al Pd da poche ore dopo 20 anni esatti che non avevo in tasca nessuna tessera di partito. L’ho fatto perchè mi ha convinto la candidatura del prof.Marino.
È un esperimento che merita di essere intrapreso: niente correnti, lobbies affaristiche, patriarcati e nepotismi, laicità come ce l’ha insegnata don Primo Mazzolari, meritocrazia autentica, verificata e verificabile, primarie vere e non confermative, circoli territoriali intesi come ellissi virtuose di impegno per migliorare i rapporti fra individui. Tutte cose che nell’attuale Pd non si sono ancora realizzate.
Se non sarà così il resto non m’interessa un bel fico secco… e mi pare che anche la stragrande maggioranza degli italiani non ne senta proprio il bisogno.
Male che vada fra un anno m’aspettano altri vent’anni di battaglie sociali senza l’aiuto dei partiti… a me pare giunto il giorno dei sognatori, gli unici realisti utili al futuro.
D’altra parte se Rosa Parks non si fosse rifiutata di cedere il posto ad un bianco sul un bus a Montgomery oggi Barack Obama non sarebbe il presidente dei presidenti nel G8 dell’Aquila. O no? …potà
ciao ggfondra
E se invece di avvitarci sul tema se sia o no un congresso vero,se le truppe siano in gran parte già schierate e via dicendo cominciassimo davvero a parlare delle nostre proposte, anche su quelle sulle quali diano per sontato di avere una posizione comune: come uscire dalla crisi, quali priorità negli interventi sull’economia, quali soluzioni al precariato, quali soluzioni al tema della sicurezza, che in primo luogo è quella della vita e della salute nei luoghi di lavoro, sulle politiche fiscali in un paese dove l’evasione il nero sono inaccettabili, sulla scuola e sull’università, sull’accesso al mono del lavoro, sulla meritocrazia (che non può essere le misure 90-60-90 per le donne) o il cognome che porti o il padrinato politico (da noi la Lega batte i vecchi partiti).
E poi i temi della laicità dello stato, non a parole, e i diritti civili: testamento biologico, coppie di fatto.
Noi pretendiamo questo dibattito e questa chiarezza da chi ha responsabilità, sia nel partito che nelle Istituzioni.
Parliamo di questo e semttiamo di continuare a dire se si tratta di un vero congresso o di una conta; siamo stufi di rincorrere le dichiarazioni e le ricostruzioni giornalistiche.
Fateci sapere come la pensate sui temi che interessano le persone, anche voi che state in Parlamento.
Caro Giampaolo, perchè te la prendi con il dito e ti rifiuti di guardare la luna? Per quanto mi riguarda, su questo sito e in molte altre sedi pubbliche ho espresso chiaramente il mio pensiero, su diverse questioni, soprattutto sui temi della laicità. Ma ti segnalo il fatto che si è aperto un percorso congressuale e che alcuni si sono candidati alla segreteria nazionale. Io non sono tra questi. Chiedili a loro i famosi “temi che interessano le persone”, non solo a me. Io lo chiedo ad alta voce e nessun calcolo mi chiuderà la bocca. Se un pò di firme fossero state messe sotto appelli di sollecitazione in tal senso a tutti i candidati invece di sottoscrivere cambiali in bianco, ora ascolteremmo forse qualche parola concreta in più. E’ questa la luna che ti rifiuti di vedere. Con immutata stima, Pierangelo.
Leggo volentieri lo scritto di Gigi Fondra perche’ lo ricordo tanti anni e anni fa e mi permetto di salutarlo da qui non avendo altro modo per farlo. Devo dire che anche a me l’ingresso nella tenzone del Prof.Marino ha fatto piacere proprio perchè si carica di temi che da Franceschini e Bersani non ho ancora visto sottolineati come meriterebbero. Spero che qualcosa si muova veramente grazie anche alla spinta di Pierangelo .
Altrimenti dovremo rassegnarci ,ancora una volta, a vedere passare, nei nostri ingenui sogni, quel “Tram che si chiama desiderio”….
Lo confesso la decisione di Ignazio Marino di candidarsi rappresenta ai miei occhi una novità, tanto inattesa quanto capace forse di infondere la speranza che sia ancora possibile parlare ai molti che si sono allontanati da un impegno attivo. Attendo altri eventi e nuove informazioni, non ultimo il programma. Nel frattempo, proprio oggi ho parlato con un assessore di un piccolo comune vicino a Brescia. Voteranno tra due anni e giustamente mi proponeva il suo problema: il sentimento di sentirsi soli sul territorio. Senza riferimenti certi nei partiti, senza legami con una struttura provinciale capace di dare orientamenti, dirimere questioni, portare contributi autorevoli capaci di costruire processi unitari, insomma di favorire aggregazioni e mediazioni. Perchè c’è bisono di tutto questo, sia che si tratti di maggioranze di coalzione sia di liste civiche, sia di aggregazioni di persone. Mi ha poi rappresentatola situazione di un comune confinante al suo nel quale il centro sinistra che governava ha perso le elezioni per un pugno di voti. Perchè? Perchè dispute, rancori, mancati riconoscimenti hanno determinato una pluralità di liste e candidati nel centro sinistra (come noto è accaduto in molti altri casi addirittura due liste PD nel medesimo comune). E mi chiedeva: è mai possibile che il centro destra si mobiliti con la presenza di assessori provinciali, regionali, deputati, dirigenti provinciali che in qualche modo sono capaci di promuovere quei processi unitare così indispensabili? So bene che il vento non è favorevole, il centro destra governa ovunque noi no, ma non aveva dubbi riguardo questa necessità. Occorre un partito capace di rapportarsi al territorio, capace di orientare, dirigere, dirimere questioni, far crescere amministratori, selezionare quadri. Discorsi vecchi? Non credo. Mi sconforta invece sentire da mesi che nel PD bresciano è aperta la competizioe per la designazione del prossimo/i candidato/i in regione. Avanti così non ce ne sarà nessuno.
P.S.
Un partito che promuove le primarie per la scelta del candidato sindaco dopo il primo mandato del sindaco ancora in vita è un partito votato al suicidio. Incosciente. E non lo si è detto a sufficienza. Perciò si ripeterà.
Condivido il tuo scritto.
Partito solido partito liquido, negli ultimi anni li ho visti ambedue. Teoricamente dovevano essere una cosa ma nei fatti sono stati altro. L’uno tanto solido da essere diventato un blocco di cemento totalmente immobile e incapace di dialogare con la società, l’altro più che liquido è stato scivoloso.
Per quanto mi riguarda ritengo indispensabile che un partito sappia essere sia solido che liquido.
Solido: radicato sul territorio e nei luoghi di lavoro che veda attivisti organizzare volantinaggi, attaccare manifesti, installare gazebo, organizzare assemblee per parlare con i cittadini. In pratica che veda in ogni quartiere, in ogni paese gruppi di attivisti numerosi, meglio se con tanti giovani. Forse desidero un partito così perchè vengo da un tradizione che vedeva sezioni di quartiere con punte di 400/500 iscritti e 70/80 di attivisti.
C’è un piccolo problema quel partito non può esistere perchè la società non è quella di 30/40 anni fa.
L’enunciarlo è un falso propagandistico che tende a far leva sui bei ricordi del passato.
E lo dico io che tutt’ora distribuisco volantini, attacco manifesti, organizzo assemblee, insomma lo dice chi è interessato a fare il massimo del partito solido possibile. Ripeto possibile.
Liquido: che sappia penetrare anche in quei settori della società difficilmente raggiungibili dalla propaganda tradizionale, che utilizzi internet, i media, la fantasia necessaria ad ottenere utili spazi sui giornali e le tv. Per fare questo è meno necessario avere centinaia di attivisti in ogni quartiere, ma bisogna avere quel minimo di fantasia e di modernità che troppe volte ci manca.
Anche in questo caso la mia esperienza è quella di fare il massimo possibile: dialogando in facebook, o nei vari giornali telematici, aprendo un sito del pd, cercando di rendere appetitose le iniziative in modo che i giornalisti scattino una foto o facciano un articolo in più, ecc. Il tutto per far passare le nostre posizioni in modo diffuso, anche se inevitabilmente meno approfindito. Ripeto il possibile.
Il problema è che non siamo un partito solido e neppure liquido. Perchè siamo un partito vecchio.
Vecchio anagraficamente, vecchio nella prassi, vecchio nei modi di parlare e di comunicare. Vecchio e anche un poco conservatore. Ogni volta che facciamo una scelta coraggiosa, e quindi inevitabilmente insicura, alla prima incertezza le paure ci attanagliano e si torna indietro.
Detto tutto ciò ritengo che il tema fondamentale non sia quella relativa al partito solido o liquido, perchè ciò attiene all’importante problema delle modalità con cui noi formiamo i gruppi dirigenti e parliamo alla società. Ma la questione è parlare alla società per dire cosa? Ovvero è di linea politica.
Un congresso serviva all’indomani della sconfitta elettorale di un anno fa.
La segreteria cittadina approntò un documento che chiedeva un congresso subito. Tra i dirigenti bresciani, ad esclusione di noi “bizzarri” della segreteria cittadina, lo firmaste tu e Fabio Capra.
Quindi, a Brescia come a Roma, tutti quelli che oggi criticano la mancata discussione e prima sono stati zitti o addirittura hanno approvato la scelta di rimandare il congresso fanno i furbi.
Pure io non ho ancora deciso con chi schierarmi, ma ritengo sempre più improbabile stare dalla parte della conservazione che si sta unificando intorno al bravo già ministro Bersani. Potrei sostenere la tesi che li c’è troppa conservazione con argomentazioni politiche, ma mi basta un segnale per capire molto: tutti, ma proprio tutti coloro che erano contro la nascita del pd sono con Bersani. Sò bene che ci sono pure molti che sostennero la nascita del pd, ma la cosa stupefacente è che neppure uno dei contrari non si trovi in quella mozione. A Brescia partendo da Bragaglio, il più determinato dei suoi aversari e proseguendo con i giovani Belloni e Reboldi.
Mi auguro di sbagliare ma temo che parte di chi si trova a sostenere Bersani stia lavorando per tornare al passato.
Caro Giorgio, forse converrebbe ascoltare cosa dicono i tre candidati, vedere i tre siti, confrontare i curriculum.
Se si entra nella logica c’è questo, c’è quello, manca quest’altro non ne esci.
Richiede uno sforzo che forse non siamo più abituati a fare
Ciao
Caro Francesco, non si tratta solo di siti, curriculum e neppure quel che dicono. La scelta, per quanto mi riguarda sarà determinata soprattutto dal progetto che i candidati metteranno in campo. E dico soprattutto perchè è vero conteranno pure le cose dette e i curriculum.
Ma conterà pure la compagnia politica (non personale) che sosterrà i vari candidati.
Tant’è che non ho ancora scelto perchè prima di decidere voglio leggere i programmi. A differenza dei molti che sono corsi a sostenere l’uno o l’altro a prescindere dal loro profilo programmatico ed a Brescia in troppi lo hanno fatto già da qualche settimana (in particolare nel fronte pro Bersani). Per questi amici è stato indifferente perfino quali altri candidati sarebbero stati in campo (si parlava di una possibile candidatura Chiamparino e di Marino neppure si parlava). Costoro non hanno ascoltato i candidati, non hanno guardato i siti e non hanno potuto confrontare i curriculum (all’epoca Marino non era neppure in campo) e tanto meno hanno atteso i programmi.
Nel commento ho scritto “non ho deciso con chi schierarmi…ma ritengo sempre più improbabile…”. Improbabile non impossibile, proprio perchè saranno i progetti che mi faranno decidere.
Quindi per quanto mi riguarda, come mia abitudine, lo sforzo lo farò. E non deciderò sulla base se c’è quello o quell’altro, perchè ritengo altamente probabile che qualsiasi candidato sosterrò mi troverò affiancato da gente che non mi piace.
Il problema della compagnia è tutto politico e non personale e l’aver visto che tutti, ma proprio tutti quelli che si erano opposti alla nascita del pd si trovino con Bersani mi fa temere che questi amici continuino a lavorare per tornare indietro.