giovedì 9 luglio
Di Pierangelo Ferrari • lug 11th, 2009 • Argomento: Diario in CameraLa Camera è semideserta. Ancora una volta, come succede da alcune settimane, i lavori sono terminati nel tardo pomeriggio di mercoledì. Decreti e fiduce stanno svuotando l’attività parlamentare. Io mi fermo per un paio di appuntamenti politici. Lele Fiano ha deciso di candidarsi a segretario regionale lombardo e io lo sostengo con convinzione. Poco importa che abbia scelto di sostenere una candidatura nazionale nella quale non mi riconosco. L’autonomia dovrebbe cominciare proprio da qui, dal rifiuto di collegare leasdership regionali a tutor nazionali. Fiano si candida in Lombardia per ciò che è e per ciò che rappresenta, soprattutto nell’area metropolitana milanese, non perchè qualcuno l’abbia mandato avanti da Roma. E’ impossibile ripartire in Lombardia senza ripartire da Milano. Lui è l’uomo giusto per farlo. Lo dico all’incontro dei franceschiniani lombardi: non sto con voi, ma se candidate Fiano in Lombardia lo sosterrò con convinzione, a prescindere dagli schieramenti. Penso che saranno in molti a farlo, scavalcando i confini delle divisioni nazionali. Nel pomeriggio, Piero Fassino presenta e motiva, in una sala gremita, il suo sostegno alla candidatura Franceschini. Fa un discorso appassionato e convincente. Condivido ciò che dice, ma dissento su ciò che non dice. Riconosco a Franceschini di avere fatto bene e di guardare avanti, più di quanto faccia D’Alema, che ha la testa rivolta al passato, alle solite modalità di gestione del partito e di relazioni politiche. Non è sufficiente, tuttavia, per togliermi l’imbarazzo che proverei accompagnandomi agli andreottiani di Fioroni e alla Binetti. Soprattutto, non voglio stare con il ceto politico fallimentare del PD del Sud, che si sta dividendo tra Franceschini e Bersani a colpi di tesseramento gonfiato.
Il mio amico Sandro Maran ripete da tempo che arriverà il giorno in cui ci faranno uscire dalla Camera con le mani in alto. Non si riferisce a colpi di Stato ma alla crescente indignazione popolare per lo spettacolo della politica. La mignottocrazia berlusconiana è la metastasi senile di una malattia del sistema politico. Noi sappiamo di essere un’altra cosa, ma ci illudiamo se pensassimo di essere al riparo dalla disistima generalizzata. O meglio, saremmo al riparo se quando è il nostro turno di governare ci rivelassimo credibili, ci assumessimo responsabilità impopolari, prendessimo decisioni, fossimo uniti e determinati. Ma finchè il nostro profilo di governo è quello del biennio 2006-2008 finiremo anche noi nel sacco dell’antipolitica. Dove ce n’è per tutti, mignotte o meno. E’ una storia vecchia. Quarant’anni fa fu scoperto e pubblicato un inedito romanzo di fine Ottocento, che ha per protagonista un deputato al quale l’autore mette in bocca parole amarissime sulla decadenza dei costumi politici. Denuncia la “floscia pinguedine di vecchiaia” di una borghesia “straricca e grassa”, vede “una generazione di infermi” passare la mano a “una generazione di incurabili” e ammette il fallimento degli ideali risorgimentali: “Noi ce ne andiamo ignobilmente. Almeno gli aristocratici, prima di scomparire, fecero fuoco a Jemappes! Noi, quando verrà la nostra volta, correremo a nasconderci fra le gonne delle ballerine”. Se questo è un sintomo, la crisi del berlusconismo è davvero iniziata…
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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