Carlo Emilio Gadda
Di Pierangelo Ferrari • lug 28th, 2009 • Argomento: LibreriaSi, vi consiglio vivamente la lettura di Carlo Emilio Gadda, il più complesso, intricato, irregolare, innovativo scrittore italiano del Novecento. E il più grande. Assolutamente il più grande, più di Svevo e di Pirandello. Non parliamo del resto. Ma il meno letto. Troppo difficile, stravagante, colto fino alla stupefazione e popular fino all’irrisione dialettofona. E isolato, introverso, complessato e paranoico. Feroce dileggiatore della “somaresca tribù” della borghesia milanese, nel cui milieu il destino gli aveva assegnato la nascita e l’educazione. Cultore di antiche virtù (l’onore, il decoro, la sobrietà, l’amore patrio…) che le trasformazioni sociali andavano via via degradando e annichilendo. Un conservatore anacronistico e smarrito, un uomo infinitamente fragile e sprovveduto ma uno scrittore geniale e un osservatore impietoso della volgarità dilagante. Insomma, un grande, irrinunciabile autore classico. Forse, avete capito che amo Carlo Emilio Gadda. Amo lo scrittore e mi intenerisce l’uomo, quella sua figura corpulenta, quell’aria eternamente burbera dietro cui si nascondeva una sensibilità ferita, un bisogno d’affetto mai corrisposto, fin dall’infanzia.
Da dove cominciare per intraprendere un viaggio nel mondo gaddiano? Lasciate alla fine il capolavoro, La cognizione del dolore. Troppo ermetico e iniziatico, accessibile per i soli cultori di Gadda, della sua vita, dei suoi traumi, del suo linguaggio. Potete partire con l’unico bestseller della produzione gaddiana, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, l’incompiuto giallo romano del gran lombardo, ma io vi consiglio di spostarvi al nord, nella sua città, e di iniziare l’esplorazione della sua lingua e dei suoi temi con L’Adalgisa. Pubblicato nel 1944, più volte ripubblicato con innesti e aggiunte, L’Adalgisa (sottotitolo Disegni milanesi) è una satira comica e impietosa del proprio ambiente di estrazione, di quella affaccendata borghesia ambrosiana, di cui mette in luce il cattivo gusto, il cialtronismo, lo spirito di rapina, la miserabile “saggezza moraleggiante, consigliante, sentenziante, giudicante e stentatamente grammaticante”. Un violento, corrosivo ritratto a cui fa da contrasto un’affettuosa partecipazione alle vite degli strati più umili del popolino lombardo. La stessa “insinuazione del dialetto” (a cui Gadda ricorre frequentemente, dal milanese al toscano al romano del Pasticciaccio) è una “forma di accostamento al popolo, di partecipazione al suo giro mentale e al suo essere”, come scrisse lo stesso Gadda.
Ma perchè l’estate deve essere la stagione delle letture leggere e spensierate? E’ alla fine di stressanti giornate di lavoro che non c’è tempo e voglia per letture impegnative, mentre solo l’estate, la stagione del tempo libero e rilassato, ci regala la condizione essenziale per letture di lungo respiro. L’estate è la stagione dei classici, per chi ami la letteratura. Datemi retta, se soprattutto amate la scrittura come valore in sé, se Joyce e Céline sono i vostri autori preferiti, buttatevi su Gadda. E poi, se volete andare alle radici antropologiche del berlusconismo, inteso come malattia terminale della bauscioneria ambrosiana, è da lì che dovete passare. Con sommo godimento.
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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Aggiunge pure che Gadda nasce come scrittore in Vallecamonica dove scrive le prime pagine del “Giornale di guerra e prigionia”. Gifuni reciterà le sue pagine sul MOntozzo domenica 9 agosto al sorgere del sole. Ciao
Giancarlo
Maledizione! Domenica 9 sono sulla costa maremmana. Ma, per farmi perdonare, ti riporto il testo più bresciano che si possa trovare nelle pagine di Gadda. E’ tratto da “Il primo libro delle favole”, il divertimento gaddiano in lingua meidoevaleggiante: “Il conte Ubaldino di Bertù, ch’era de’ cittadini primi de la nobile città di Brescia, torquato d’oro per il Re Cattolico, avendo susurrato a lungo ‘n un’orecchia a la bella figliola di Ser Pelagio di Gattinara, mentre delle dita avea la collana a trastullo fu con malizia per taluno lodato, (o ripreso), ch’ei sapesse dir bene il complimento a qualunque femina. Il conte Ugolino, che fierissimo vegliardo era, e di venustissima e bianca barba, conosciuto il veneno dell’argomnentar di colui, affisò mesto cotale negli occhi: e poi ch’ebbe dolorosamente suspirando ‘l capo scosso, quasi per lontana rememorazione alcune verità eterna adducendo, nella bresciana favella osservò: ‘Qua seri bo de daghel, seri miga bo de dighel: dess che so bo de dighel, so pu bo de daghel’ che è da discior la lingua uno maraviglioso nodo e mirabile sentenzia sopra allo ascendere e al descendere delle umane fortune”.