C’è posta per voi
Di Pierangelo Ferrari • set 16th, 2009 • Argomento: Note politiche, Primo PianoIl senatore Marino non sarà, verosimilmente, il nuovo segretario del Partito democratico. Nonostante il successo di partecipazione ai suoi incontri pubblici e i primi sorprendenti risultati dei congressi di circolo in molte aree del centronord, il terzo candidato difficilmente riuscirà a liberarsi dall’immagine del terzo incomodo, comparso inopinatamente a disturbare i due contendenti ‘canonici’. Giocano contro di lui il modesto consenso che sembra raccogliere nel Mezzogiorno (dove sono concentrati due terzi degli iscritti), l’indisponibilità di apparati e di risorse e, soprattutto, la bipolarizzazione che registra sui media la presenza quotidiana del segretario del partito e del suo antagonista. Per trovare spazio su la Repubblica, per dire, ha dovuto ricorrere alla rubrica delle lettere. Tuttavia, come hanno scritto i suoi sostenitori bresciani, la sua debolezza è la sua forza. Mai come ora, a congresso avviato e avendo chiare le condizioni svantaggiose in cui la sua mozione deve farsi largo nell’ aspra contesa bipolare, risultano chiare e necessarie le ragioni della sua sfida. Marino rappresenta un monito e manda un messaggio all’intero gruppo dirigente, responsabile nel suo insieme dell’impasse del primo biennio di vita del PD: la vocazione maggioritaria (che io difendo), l’alleanza con Di Pietro, le liste elettorali, il regolamento congressuale… sono state scelte condivise da tutti, nessuna voce significativa si è alzata per tempo a contestare questa o quella operazione. Chi parla oggi di un biennio fallimentare, sottraendosi alle responsabilità collettive, fa un’operazione riprovevole e perde in credibilità. Mi riferisco a D’Alema. A tutti, per le scelte fatte e, soprattutto, per quelle non fatte, la mozione Marino dice che serve una netta discontinuità nella cultura e nelle modalità di funzionamento del PD. Una doppia innovazione, di prodotto e di processo. Serve mandare un messaggio all’oligarchia nazionale, nel suo insieme, che dica di un bisogno di cambiamento, di trasparenza, di partecipazione, di decisioni. Di libertà e di laicità, valori non negoziabili, ereditati da duecento anni di sacrifici, lotte e conquiste. La mozione Marino è il solo mezzo di cui disponiamo per mandare questo messaggio. C’è posta per voi. Se il messaggio sarà flebile, tutto continuerà come prima, chiunque vinca. Se, invece, questo messaggio sarà robusto, il nuovo segretario, chiunque esso sia, sarà nelle condizioni di farlo pesare e, in ragione di quel mandato, di affrontare la sclerosi delle correnti e la palude delle mediazioni infinite.
Sono stato in valle Camonica, l’altra sera, per un dibattito pubblico tra le mozioni. Uno dei rari incontri che siamo riusciti a strappare all’indifferenza (degli uni) e all’ostilità (degli altri) verso il confronto delle idee. E quel confronto è servito. A me, a capire qualcosa in più degli umori del mio partito, ma forse anche a farmi capire. Mi colpisce l’incoerenza di chi, da un lato, alza la bandiera dei diritti degli iscritti e, dall’altro, non si preoccupa minimamente di garantire tra gli iscritti medesimi la circolazione delle idee, nella sola forma democratica degna della nostra identità. Che non è la raccolta compulsiva delle firme di adesione, prima ancora che tutte le proposte fossero in campo, ma la messa a confronto delle proposte medesime, in sedi pubbliche, aperte al dibattito. Il fatto è che la bandiera del partito radicato, sventolata anche da chi ha contribuito personalmente a sradicarlo, ha una funzione mitico-evocativa. Allude all’età dell’oro dei partiti di massa e tace sulla circostanza che quell’età è irrecuperabile. Serve a raccogliere voti congressuali ma non porta a un incremento di consensi elettorali. Non è, cioè, una risposta politica alla crisi di legittimazione dei partiti. L’ho detto ai miei compagni dell’ex Pci, mettendoli in guardia dalle sirene dell’amarcord. Intanto, si sono tenuti a Brescia i primi nove congressi di circolo, a cui hanno partecipato 313 dei 488 iscritti. Oggi è mercoledì 16 settembre, siamo solo all’inizio e i dati potranno cambiare, anche sensibilmente, ma mi rassicura il fatto che il nostro punto di vista non è passato inosservato. La mozione Marino è attestata al 19,2%, Bersani al 42,5%, Franceschini al 38,3%.
Cambierà, lo so. Devono ancora essere impegnate le fanterie bersaniane delle valli e dell’oltremella e noi siamo destinati a scendere, probabilmente. Ma un un punto fermo è stato conquistato: esiste a Brescia un gruppo di persone che si sono ritrovate attorno alla mozione Marino per tenere vivi i temi della libertà e della laicità, della trasparenza e della responsabilità. Cattolici e laici. Non è una circostanza transitoria, il nostro impegno non si esaurirà nel percorso congressuale. Per quanto mi riguarda, avverto la necessità di una svolta. Non ho mai sottovalutato la questione delle alleanze e le esigenze dell’ organizzazione, ma mi sono convinto che oggi la sinistra italiana, dentro il PD, debba recuperare i propri fondamentali, debba restituire priorità a quel sistema di valori, ampiamente smarriti, senza i quali la schiena del partito si piegherebbe inesorabilmente a rapporti di subalternità e ci porterebbe nell’angolo di una condizione di insignificanza. Perciò, con Marino, anche in pochi se fosse necessario, per testimoniare questa priorità. E’ consolante, del resto, scoprire che siamo un pò di più di quattro gatti. Ho letto nei giorni scorsi il libro di Mino Martinazzoli, Uno strano democristiano, e lo consiglio vivamente ai miei amici. Ci ho trovato tanta lungimiranza, un retrogusto di malinconia e molta fierezza, per la proprie scelte e per la propria tradizione. Giusto quello che manca a noi. A Martinazzoli, con il quale sono stato talvolta ingeneroso, vorrei dire, per sdebitarmi, che solo oggi capisco il senso non snobistico della frase di un grande prete bresciano che egli ha sempre portato con sè, come una divisa, un abito etico. E cioè che le idee valgono per quello che costano, non per quello che rendono.
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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E’ un messaggio fondamentale, direi vitale, quello che Marino sta cercando di portare al PD, ma, considerato che Marino non ha possibilità di vincere, credo che diventi importante un altro aspetto: il destinatario principale del messaggio, ossia il prossimo segretario.
Personalmente ritengo che i due candidati, ma più ancora i due “schieramenti” al loro sostegno, siano sostanzialmente diversi.
Le ragioni del rinnovamento, della capacità di decidere, dell’apertura, del puntare sull’identità prima che sugli accordi di palazzo credo siano più rappresentate -molto più rappresentate- da Franceschini che non da Bersani.
Il dubbio è allora questo: se alle primarie nessun candidato avesse la maggioranza (ipotesi tanto più probabile, quanto più Marino andrà bene) e Marino fosse terzo, chi sosterrebbero i suoi delegati al ballottaggio nell’assemblea nazionale? Andrebbero ognuno liberamente dove vogliono? Deciderebbero unitariamente?