Diritti civili
Di Pierangelo Ferrari • ott 14th, 2009 • Argomento: Note politiche, Primo PianoCome è andata lo raccontano tutti i giornali. La sostanza politica è questa: dopo un anno di lavoro in Commissione, grazie all’impegno di Paola Concia ma non solo, si approda a un testo condiviso che introduce un’aggravante per i reati riconducibili a motivazioni omofobiche. Ma, nel passaggio tra la Commissione e l’Aula, qualcosa succede. La Carfagna comincia a frenare, sostenendo ‘virtuosamente’ di voler estendere l’aggravante ad atti di violenza commessi su altre categorie deboli; l’Udc annuncia una pregiudiziale di costituzionalità; i berluscones si mostrano insofferenti per l’approdo in dirittura d’arrivo di un provvedimento ostinatamente voluto dal PD e ne chiedono il ritorno in Commissione… Infine, in Aula si consuma l’agguato. Il PD ottiene che non si torni in Commissione, in assenza di certezza sui tempi della ridiscussione, ma passa la pregiudiziale di costituzionalità presentata dall’Udc. Le tensioni del dopo voto, che si sono registrate anche nella riunione del Gruppo, non possono mettere in discussione una circostanza indiscutibile: che il PD, nel suo insieme, ha sostenuto lealmente il provvedimento e che la sua gestione in Aula è stata trasparente. Detto ciò, l’episodio apre un paio di questioni, una interna al partito l’altra relativa al sistema delle alleanze politiche. Nella fase concitata del dopo voto e sotto il peso dell’amarezza accumulata, Paola Concia ha ricondotto la questione anche all’ambito congressuale, chiedendo conto a Franceschini di comportamenti coerenti. Capisco Paola, ma non sarei d’accordo se si trasformasse la battuta d’arresto di ieri in una occasione di scontro congressuale. Sostengo Ignazio Marino proprio perchè penso che il partito avesse la guardia troppo abbassata sulle questioni dei diritti civili e della laicità. E mi auguro che un consistente sostegno a Marino il 25 ottobre imponga questi temi tra le priorità dell’agenda politica del PD. Ma sarebbe un errore non vedere che un “effetto Marino” si è già manifestato e che la sua sfida ha già guadagnato l’attenzione del partito su questi temi. Di tutto il partito, a cominciare dal suo segretario, che sta imboccando il tratto finale dell’estenuante percorso congressuale con posizioni più limpide e più laiche di quanto sostenesse nella fase iniziale. Le parole di Franceschini sulla ennesima dissociazione di Paola Binetti sono inequivocabili e non sono il frutto, così mi è parso, di una convenienza congressuale. Per questo penso che oggi si debba dire, con forza, a maggior ragione dopo l’episodio di ieri, che il tema dei diritti civili è patrimonio comune dei tre candidati alla segreteria, perchè è patrimonio dell’intero partito.
Il voto di ieri ci dice anche che cosa è l’Udc: un partito clericale al servizio delle gerarchie ecclesiatiche. Monsignor Fisichella, a bottino incassato, minimizza e nega: “il Parlamento non segue i dettami della Chiesa”. Ma Rocco Buttiglione, meno scaltro e noto gaffeur, ammette: “sì, abbiamo avuto contatti con alcuni vescovi italiani, perchè per un cattolico sapere quello che pensano i vescovi è come sapere quel che pensa la moglie: non sempre fai quello che vuole lei, ma sapere come la pensa lei ti aiuta a capire come la pensi tu”. Lasciamo perdere l’odore di muffa e di sudaticcio che emana dalla cultura dell’on. Buttiglione. Stiamo alla sostanza. L’apertura all’aggravante omofobica avrebbe rischiato di aprire la strada ad altre aperture, ben più rilevanti, che la Chiesa teme e combatte: il riconoscimento dei diritti civili alle coppie gay. Non aveva forse dichiarato monsignor Sgreccia che l’omosessualità è una malattia e che, di conseguenza, i gay vanno solo curati? E la stessa Binetti non aveva sollevato scandalo equiparando, in sostanza, in un’intervista al Corriere, omosessualità e pedofilia? Lì, su quel terreno, siamo stati inchiodati dalla pregiudiziale dell’Udc. Altro che incostituzionalità e obbligo di estensione della aggravante a violenze commesse su altre categorie deboli. Casini è un leader politico e spesso i suoi interventi in Aula danno voce all’intera opposizione. Ma non riesco a capire come si possa perseguire il disegno di una nuova alleanza di governo che vada dalla sinistra radicale all’Udc. Questa Udc, che ha, soprattutto al Sud, una ben determinata rappresentanza sociale e un peculiare ceto politico. Che esprime le posizioni note sulle questioni della laicità, dei diritti civili, della autonomia dello Stato. Che è l’erede più accreditato del partito della spesa parassitaria e della pubblica amministrazione insindacabile. La prospettiva della vocazione maggioritaria coglieva questo nodo politico, il rilancio di un sistema largo di alleanze lo rimuove. E così, nel migliore dei casi, ci troveremo per le mani un’alleanza elettorale in grado di vincere, per la terza volta, le elezioni, ma – ancora una volta - impedita, dalle sue divisioni e dai suoi ritardi culturali, a governare il Paese. E’ il modo con cui vinciamo e per cui non governiamo che ci allontana, dopo ogni delusione, dal nostro mondo di riferimento.
Ne parlo in Aula con alcuni colleghi e l’obiezione più frequente che mi sento fare è la seguente: con tutti i problemi che ha il Paese noi ci perdiamo nella difesa dei diritti dei gay… C’è del vero in questa ruvida considerazione. Avverto anch’io (e l’ho scritto più volte) il limite di una fase congressuale tutta rivolta all’interno, incapace di parlare agli italiani dei loro problemi. E sento anch’io il bisogno che il mio partito parli, con una voce sola, di occupazione, di sanità, di scuola. Tuttavia, ho imparato un paio di cose, leggendo di storia e praticando la politica, da un terzo di secolo. Che le grandi coalizioni, i campi contrapposti, quelli che incidono sulla storia di un Paese e lasciano il segno del loro passaggio, si definiscono sull’idea di democrazia, sulla concezione dei diritti, mentre le opzioni economiche e sociali attraversano gli schieramenti. Tanto più nell’epoca della globalizzazione e dei grandi organismi sovranazionali. In effetti, la distanza del PD dalla Polverini, su questi temi, per fare un solo esempio, non è superiore a quella che ci separa da Ferrero. Ecco perchè non possiamo non occuparci di diritti civili, anche delle minoranze, e perchè una coalizione competitiva non può non fondarsi sulla condivisione di un sistema di valori e su un’idea di libertà. Perchè parlare di questioni economiche e sociali serve a dire ciò che intendi fare per il Paese (e questo è molto), ma parlare di diritti civili significa dire ciò che sei (e questo è necessario). Oggi, più che mai, questo è il nostro problema, serve dire entrambe le cose.
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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Sono totalmente convinto che l’area politica di appartenenza politica si delinea con la convergenza sui concetti di democrazia ,doveri,diritti , libertà individuali e collettive. Sono contento che Marino si sia candidato dicendo che su questi temi si deve essere chiari anche se questo qualche volta rende difficile catturare il consenso.Quanto al fatto che la gente ha altri problemi ,bisogna sapere che la gente ha sempre avuto altri problemi.Sta a noi far capire che sopra e dentro questi problemi ci stanno le scelte fondamentali della società.E’ un lavoro lungo e difficile,ma bisogna continuare a provarci
Manfredo
“Identità e Progettualità per il futuro”. Di questo ha bisogno oggi il PD.
E va da sè che la progettualità e l’impianto programmatico di un partito non possono che discendere dalla identità.
Le opportunità politiche, o pur anche gli opportunismi, sono un’altra cosa.
Definiamo quindi, almeno più o meno, questa identità, incominciando dai punti evidenziati nella nota di Pierangelo.