pierangelo ferrari

Un Paese incattivito

Di Pierangelo Ferrari • nov 18th, 2009 • Argomento: Note politiche, Primo Piano

Sono troppi i segnali che ci dicono, da troppi anni, che è in corso nel nostro Paese una regressione culturale, uno slabbramento del costume civile, peraltro non molto consolidato, in confronto alla vita sociale degli altri Paesi dell’Europa occidentale. Da alcuni giorni mi sto occupando di un paio di vicende su cui, con Paolo Corsini, presenteremo interrogazioni, nei prossimi giorni, ai ministri competenti. Nell’estate scorsa, due genitori extracomunitari, residenti in Italia da tredici anni e in possesso di regolare permesso di soggiorno, si rivolgono al Comune di Pompiano, dove risiedono da quattro anni, per poter seppellire nel cimitero comunale il loro bambino neonato. Accampando pretesti, il sindaco nega loro il diritto di sepoltura. Ad Adro, con un’ordinanza dell’assessore competente, il Comune blocca il servizio di mensa e di scolabus a disposizione dei bambini extracomunitari i cui genitori hanno perso il posto di lavoro e non sono più in grado di pagare le rette del servizio. La vicenda del bonus bebè riservato ai residenti italiani del Comune di Brescia è nota e ha fatto il giro della stampa nazionale. Si dirà: si, ma queste sono scelte politiche, riconducibili all’ideologia leghista, non sono il segno di un cambiamento in corso del costume. A me pare, invece, che si tratti di scelte politiche che, nello stesso tempo, registrano un cambiamento del costume, lo legittimano (da qui, i consensi elettorali della Lega) e lo incrementano. Io non sono per una politica delle porte aperte nei confronti dell’immigrazione. Vorrei più rigore nei controlli alle frontiere e più determinazione nelle politiche di sicurezza. Ma una classe dirigente che abbia a cuore controlli e sicurezza si occupa, con altrettanta deteminazione, di politiche di inclusione per gli immigrati regolari, perchè sa che l’integrazione è la principale leva della sicurezza. Una classe dirigente costruisce ponti e piazze, non alza muri, non recinta ghetti. E si assume responsabilità, tanto verso gli ingenui samaritani, con il cuore sempre in mano, quanto verso gli avvelenatori dei pozzi della convivenza civile.

Se qualcuno pensa ingenuamente che i muri e i ghetti siano una conseguenza limitata e inevitabile dei fenomeni di immigrazione incontrollata, vada un giorno in uno stadio di calcio, uno qualsiasi, o si metta davanti alla tv per assistere a uno dei tanti salotti pomeridiani in cui imperversano insulti e volgarità. Non è sempre stato così. Mio padre mi portava allo stadio, negli anni Sessanta, nell’epoca paleolitica precedente il tifo organizzato delle curve degli ultras e non ricordo slogan raffinati, come il più classico coro di accoglienza dei tifosi ospiti che si sente in tutti gli stadi italiani:“Ciuccia la… ciuccia la… ciuccia la banana, interista (per dire) figlio di puttana“. Con regolare accompagnamento di gestualità conseguente. Patetico amarcord? E’ un andazzo che dura da decenni e non è il caso di fare una tragedia? Può darsi, ma di andazzi in andazzi su cui non è mai stato il caso di tragediare, gli stadi italiani (e le piazze, i luoghi pubblici…) si sono svuotati e hanno lasciato campo libero alla volgarità e alla aggressività. L’incultura della destra sta affrontando, a modo suo, la lotta alle tossicodipendenze e l’affollamento delle carceri, facendo strame di diritti e di garanzie. E lasciando cadaveri sul terreno. La regressione culturale ha intaccato anche le nostre scuole. Non tutte e non dappertutto, ma i fenomeni di bullismo si moltiplicano, favoriti dai modelli che scendono dall’alto (della tv, degli adulti, della politica) e dall’effetto moltiplicatore delle tecnologie informatiche.

Servirebbe una classe dirigente della politica, rispettabile per il costume esercitato e capace di impopolari assunzioni di responsabilità. Capitale infetta, Paese malato, si diceva un tempo. Sono passati quarant’anni dal celebre titolo dell’ Espresso. Questo mi fa sospettare che il problema delle classi dirigenti sia un problema antico del nostro Paese. Anzi, sia il problema. Ma oggi, ci sono un paio di circostanze che ci dovrebbero indurre ad avvertire un più acuto campanello d’allarme: il ceto politico è più delegittimato di un tempo e il Paese è più incattivito. Un Paese diviso, il Paese senza  raccontato da Alberto Arbasino, una società che si trascina, irrisolti, i suoi antichi mali (dalla criminalità organizzata agli egoismi sociali) avrebbe bisogno di guide autorevoli, di schiene diritte, tanto a destra che a sinistra. Imperversano, invece, populismo e demagogia, per non parlare degli effetti degenerativi del berlusconismo. Se leggete Libero o Il Giornale sarete colpiti dai toni più che dal merito, conseguente alla scelta di campo. Uno stile squadristico. E, del resto, il campo dei riformisti deve fare i conti con Di Pietro e con l’irresponsabilità di tanti demagoghi. Un casino, una rissa permanente. Il PD è alle prese, in questi giorni, con i propri assetti di direzione, tanto del partito quanto dei gruppi parlamentari. Speriamo di fare presto e bene, nel modo più unitario e inclusivo, per dirla con Bersani. Ma la nostra mission è un’altra, non a niente a che fare con gli equilibri interni. Riguarda esclusivamente gli squilibri esterni di un Paese incattivito che ha smarrito la strada.

Strumenti di diffusione:
  • PDF
  • Facebook
  • Twitter
  • email
  • Google Bookmarks
  • del.icio.us

Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
Invia una Mail | Tutti gli Articoli di Pierangelo Ferrari

2 Commenti »

  1. Quando hai scritto questo pezzo mancava ancora la perla di Coccaglio.
    Intanto noi ci attrezziamo per la prossima conta interna.
    Ma che razza di gruppo dirigente abbiamo a Brescia. Dopo 5 mesi di congresso che per fortuna ha visto milioni di persone rinnovarci la fiducia, noi per altri tre mesi ci occupiamo di equilibri di potere interno senza che questo gruppo dirigente abbia la capacità di individuare soluzioni unitarie che rispettino sia le indicazioni del 25 ottobre sia l’esigenza di recuperare l’unità necessaria nel momento fra i più difficili e per la democrazia e per la situazione economica che vede imprese in sofferenza, lavoratori disoccupati o in cassa integrazione, famiglie disperate.
    Questa volta non ci sto. Non partecipo alla gara (?). Ho altro da fare.
    Quando sarà finita e si vorrà tornare alla politica che lo facciano sapere.

  2. Egregio On.,
    condivido la sua analisi, ma dico anche che occorre fare ancora molta strada per bloccare la deriva razzista della Lega. Invertire la tendenza è una fatica ardua che va fatta con degerminazione ed equilibrio. Saluti e buon lavoro. Salvatore De Felice.

Lascia un Commento