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Ma anche…

Di Pierangelo Ferrari • dic 1st, 2009 • Argomento: Note politiche, Primo Piano

Il precedente Primo piano (White Christmas) ha raccolto alcune decine di interventi a commento, pervenuti direttamente sul sito o, in forma riservata, via mail. E’ il segno di un vivo interesse al tema controverso dell’immigrazione, ma soprattutto di un bisogno di discutere, di confrontarsi con altri punti di vista dentro il PD. Chi fa dell’ironia sulla politica in internet, consideri che la circolazione delle idee online riempie il vuoto lasciato libero dai partiti di massa, dalla atrofizzazione della vita associativa, del confronto politico interno. E, in effetti, il PD ha un acuto bisogno di un confronto interno sul merito delle grandi questioni aperte nel nostro Paese. E di decidere, nell’interesse del Paese medesimo. Sarà perchè invecchiando i dubbi prevalgono, sempre di più, sulle certezze, sarà il sintomo di una subconscia crisi di astinenza del partito ideologico, ma il fatto è che avverto, in misura crescente, il bisogno che il mio partito prenda partito. Cioè, che valuti, soppesi, consideri, medi su ciò che si può mediare… ma che infine decida posizioni chiare e comprensibili. Sull’immigrazione clandestina non siamo tutti d’accordo. Fingiamo di esserlo, mettendoci al riparo dell’umanesimo cristiano e terzomondista. Ma nel corpo del partito, tra i suoi amministratori e i suoi elettori circolano sentimenti diversi, a volte opposti, ai quali io riconosco fondamento e legittimità. In un certo senso, ci salva la Lega, perchè ci ricompone nel rifiuto di tante sue iniziative xenofobe. Ma una risposta epocale al più radicale fenomeno sociale dell’ultimo quarto di secolo la sinistra non ce l’ha, tanto in Italia quanto in Europa. E non ce l’ha perchè non sa calarsi nella concretezza del quotidiano. Leggete, qui di fianco,  i commenti, tra gli altri, di Giovanni Buizza e di Arcangelo Riccardi a White Christmas, per capire ciò che intendo dire. Ebbene, io ritengo che questa sia una delle cause non ultime del suo appariscente declino. Ma la sinistra è afona (perchè non vuole, non sa fare i conti con la pluralità delle posizioni che esprime) anche sul mercato del lavoro, sullo stato della giustizia, sulla questione meridionale… insomma sulle grandi questioni che interessano la società italiana. Parlano (molto) i singoli dirigenti, ma sfido chiunque a sostenere che su questi temi vi sia stata una sede di partito che abbia deciso una posizione di partito, una politica, un disegno riformatore.

Non ho convinzioni irremovibili. Sullo stato della giustizia, poi, e sul nodo drammatico che la intreccia alle sorti della politica nazionale presto attenzione ai diversi punti di vista: a quello di chi sostiene che con Berlusconi non sia possibile alcun dialogo e a quello di chi ci richiama allo stato di paralisi delle istituzioni e al bisogno di uscirne, con larghe intese riformatrici.  Ma avverto soprattutto, più che su qualsiasi altra questione, la pressione di un’emergenza che ci incalza, che ci chiede di assumere un’iniziativa. Casini ha preso posizione. Una scelta discutibile, ma esplicita e politicamente impegnativa. L’Idv è quello che è, senza incertezze. Così il campo berlusconiano e Fini, così la sinistra antagonista e i radicali. Tutti hanno una risposta chiara alla questione giudiziaria e al nodo costituzionale dell’equilibrio dei poteri. Siamo dentro un passaggio politico decisivo, dal quale dipende il futuro del Paese. La posta in gioco è la tenuta dello Stato, la qualità della democrazia. E il PD che dice? Io so ciò che dicono Enrico Letta e Violante, Rosy Bindi e Veltroni, ma la somma non fa un totale. E il PD resta muto. Tu puoi dire di sapere che la giustizia civile è una ingiustizia organizzata ai danni dei cittadini più deboli, puoi ammettere che la separazione delle carriere sarebbe auspicabile, che la responsabilità civile dei giudici è degna di uno Stato di diritto, che molto andrebbe cambiato e riformato (come credo si dovrebbe fare) e aggiungere che, tuttavia, con Berlusconi in campo, non è possibile accedere ad alcuna intesa. E sarebbe una posizione. Che rimuove le inadempienze del passato, ma che assume un impegno per il futuro: so quello che voglio fare, ma non posso farlo insieme a Berlusconi. Oppure, puoi sposare le posizioni di Di Pietro e di tanta parte dell’opinione pubblica della sinistra. Io me ne andrei, ma riconoscerei che, finalmente, si è approdati a una determinazione. Oppure, ancora, puoi aprire un tavolo di confronto col centrodestra perchè ritieni che l’emergenza istituzionale prevalga sui disegni politici del premier e sull’opacità dei suoi trascorsi. E sarebbe una terza opzione, discutibile ma chiara. Sono passati due anni dalla nascita del PD. Perchè la segreteria del partito non ha mai convocato la Direzione, a cui sottoporre la questione, con una proposta esplicita in apertura e una conclusione comprensibile in chiusura? Su quella base, in ragione delle nostre scelte, non ci sarebbe stato difficile, tra l’altro, aderire o dissociarci dalle manifestazioni altrui. L’imbarazzato cerchiobottismo che manifestiamo rispetto alla manifestazione anti berlusconiana di sabato prossimo nasce dall’irresolutezza della nostra politica, non dalla intraprendenza dei giustizialisti che l’hanno sponsorizzata. 

Se mai quella discussione si aprirà, vorrei dire la mia, ma sono pronto ad ascoltare e a cambiare opinione. Vorrei dire che la minaccia incombente della degenerazione berlusconiana del sistema ci fa perdere di vista una minaccia altrettanto letale per la democrazia, per quanto meno indecente negli interessi coltivati e nel costume esibito: la deriva populista che ha infettato la sinistra e il campo democratico. Berlusconi, prima o poi, uscirà di scena, ma resteranno sul terreno, insieme ai danni da lui procurati, le tossine di un linguaggio, di una pratica politica, di una spregiudicatezza in nome dei quali alcuni populisti hanno scelto di combatterlo. A me aveva convinto il progetto del Lingotto proprio perchè si proponeva di mettere il PD al riparo dalle liasons dangereuse con alleati discutibili. Poi è venuta l’alleanza elettorale con Di Pietro e la stagione del ma anche… Si sono avvicendati tre segretari da allora, ma mi pare che quegli alleati siano sempre più impresentabili e che dalla sindrome del ma anche… non siamo ancora usciti.

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Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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4 Commenti »

  1. Caro Pierangelo, leggo sempre con interesse i tuoi interventi.
    Vista la lunga fase di transizione nella definizione degli assetti del PD a livello locale, mi chiedo perchè voi tre parlamentari bresciani non vi facciate promotori, certo anche d’intesa con la segreterai provinciale di momenti periodici di confronto e dibattito sui grandi temi che poi si riflettono nell’attività parlamentare, per fare, almeno a livello bresciano, quello che tu giustamente rivendichi a livello nazionale. penso ai temi dell’immigrazione, del testamento biologico, delle politiche di welfare, nazionale e regionale.
    E’ un modo per creare dibattito e far circolare le opinioni, contribunedo ad avere il polso di ciò che pensano i nostri iscritti, per far crescere la nuova classe dirigente, per fare rete tra amministratori locali e iscritti. Non si può relegare il dibattito nelle associazioni culturali, promosse perlatro da esponenti del PD, per poi lamentarsi che il nuovo partito non discute e non cresce. Con stima. Gianpaolo Comini

  2. Solo una piccola cosa, sono d’accordo sul fatto che Di Pietro usi toni e modi che non sono consoni al modo di fare del politico tradizionale, però continua a prendere voti…c’è da chiedersi, non è che forse una parte dell’elettorato di sinistra sempre crescente è d’accordo con la sua idea di giustizia? Non si può rimanere ambigui e indecisi per sempre…

  3. Personalmente penso che dopo tangentopoli il Paese, nella maggioranza dei cittadini e della classe dirigente, fosse pronto e preparato a prendersi le proprie responsabilità e a produrre il cambiamento e le riforme di cui aveva bisogno.
    A quel punto è sceso direttamente in campo Berlusconi che con la propria potenza, economica, mediatica e politica (non arrivava dal nulla), ha deviato la storia del Paese, portandolo dov’è ora ridotto. E anche dopo di lui le conseguenze rimarranno.
    Non penso vi siano le condizioni per ragionare con Berlusconi; chi ha provato a farlo ha fatto pagare al Paese amare conseguenze.
    Probabilmente è vero: la classe dirigente del PD non riesce ad esprimere posizioni chiare e individuabili. Non sa dire dei sì e dei no che la gente possa comprendere, o quanto meno valutare e giudicare.
    Forse c’è una sola possibilità; magari insidiosa ma c’è: sentire l’opinione degli elettori, o perlomeno degli iscritti, quando gli organismi dirigenti non riescono a prendere una decisione.
    Credo che gli elettori del PD siano sufficientemente affidabili e maturi per questo.
    Poi chi vorrà rimanere, rimarrà; chi vorrà andarsene se ne andrà.

  4. Non sono d’accordo. Riconosco ad ogni componente del PD, anche nella Binetti lontanissima da me, la piena legittimità a stare nel partito. Parimenti non condivido certe posizioni di Di Pietro e dei suoi ma sono un nostro alleato naturale. Una volta sgombrato il campo dai bertinottismi (ma Fini non sta forse facendo il Bertinotti di destra in questa legislatura?) e dai mastellismi a me sta bene il tutti dentro, purché con la buona fede e la buona volontà.
    Mi si lasci riprendere (non citare perché non ce l’ho sottomano) Voltaire, che diceva che la res publica è bene sia amministrata dal bottegaio e dal sarto, e dal borghese, lasciando intendere che è cosa semplice e non fuori dalla portata del cittadino comune. La volontà di essere più belli e più puri è propria di un credo o di una fede, in politica un buon punto di partenza (e, perché no, di arrivo) sarebbe quello di lasciarla fare a chi si vuole sporcare le mani (nel senso buono del termine, cioè lavorando e facendo).

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