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Canton Mombello

Di Pierangelo Ferrari • gen 5th, 2010 • Argomento: Note politiche, Primo Piano

Canton Mombello, per chi non lo sapesse, è il carcere circondariale di Brescia. Collocato nel cuore della città, è un edificio massiccio che risale alla fine dell’Ottocento e che rivela, a una visita anche sommaria, tutti i centoventi anni che si porta sulle spalle. Dovrebbe ospitare 205 detenuti, ma alla fine dell’anno erano 475. Si era superata anche la soglia dei 500, alla vigilia dell’indulto del 2006, quando, per sistemare tutti i detenuti, si alzarono letti a castello che impedivano l’apertura dei finestroni delle celle. Ed era piena estate. Ora quel primato si sta riavvicinando. In una cella di venti metri quadrati ci sono ’solo’ dodici detenuti e il finestrone si può ancora aprire, volendo. Quando arriverà il tredicesimo, non più. Incontri il direttore del carcere e il personale di servizio e ne hai una impressione positiva. Fanno quello che possono e anche di più. Visiti l’infermeria e ti senti rassicurato, la biblioteca e ti immagini che i detenuti possano occupare il proprio tempo anche leggendo… ma quelle celle, quegli spazi asfittici per le ore d’aria, quei muri lividi e scrostati, quell’affollamento bestiale non sono degni di un Paese minimamente civile. Come fanno a sopravvivere in quelle condizioni uomini,  per la maggior parte giovani immigrati, appartenenti a trentanove diverse nazionalità (gli italiani non sono più di un terzo) e, per la stragrande maggioranza, in attesa di giudizio? Sono solo 84 i detenuti che stanno scontando una pena definitiva, tutti gli altri sono in attesa, alcuni da anni, di conoscere il loro destino. Chi è finito a Canton Mombello, salvo la presunzione di innocenza che si deve riconoscere a chiunque non abbia ancora subìto una condanna definitiva, è ragionevolmente colpevole di un reato, d’accordo. Ma la pena prevista per i reati è la perdita della libertà personale, in una misura temporale commisurata alla gravità del reato commesso. Non può essere anche l’umiliazione che comporta la convivenza in condizioni di sovraffollamento, in un carcere fatiscente, la spoliazione della propria dignità, la riduzione a uno stato degradante. Questo sovraccarico di pena non è previsto nei codici di alcun Stato di diritto, da Cesare Beccaria in poi. In Italia invece è previsto dalle condizioni reali di carcerazione, nonostante l’art. 27 della Costituzione dichiari che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Rieducazione ?!

Spaccanapoli e i Quartieri spagnoli, per chi non lo sapesse, sono aree estese del centro storico di Napoli. Ci sono stato, a Napoli, tra Natale e Capodanno, per godermi la rassegna sul Barocco distribuita in diverse mostre, da Capodimonte agli altri siti monumentali della città. Mi sono goduto le mostre, ma non la città. Per colpa, forse, delle troppe letture critiche su Napoli, che è diventata per me, dalla vicenda dei rifiuti in poi, l’immagine speculare dell’intero Paese. Spaccanapoli e i Quartieri spagnoli non sono carceri, ma il sovraffollamento e il degrado sono gli stessi. E medesimo il fallimento che segnalano. Sono state dette miliardi di parole e sono stati scritti migliaia di libri e di articoli sul degrado di Napoli e di tanta parte del Sud, sull’arretratezza che si è andata cronicizzando, sulle emergenze nazionali che si rinnovano, di stagione in stagione. Ma siamo ancora al medesimo punto di ieri, dell’altro ieri. Le primavere politiche in cui avevamo confidato se ne sono andate, i rinascimenti si sono rivelati effimeri e ingannatori. E intanto passano i decenni. E un carcere aperto quando Brescia aveva appena 6oooo abitanti è ancora lì e i vicoli della plebe napoletana, di cui avevamo letto nei libri di Matilde Serao, anch’essi sono sempre lì. Dopotutto, fanno tanto folklore per i turisti. Solo il degrado è invincibile nel nostro Paese. E lo è perchè la politica non sa fare il proprio mestiere. Del resto, occorre vedere i problemi, non basta guardarli superficialmente. Canton Mombello è collocato a duecento metri da piazza Arnaldo, dall’allegro frastuono della movida bresciana, la location preferita dalla jeunesse dorée bresciana. Duecento metri separano il nostro edonismo dalla nostra indifferenza.

Questo blog è fatto di parole, cioè di chiacchiere che non risolvono un bel niente, lo so. In un certo senso, è la prova stessa, insieme a tutti gli strumenti della politica scritta e parlata, della impotenza dell’agire politico, quando è sottratto alle sue funzioni di governo, alle sue responsabilità decisionali. Incapaci o impossibilitati ad intervenire sulla realtà ci accontentiamo, nel migliore dei casi, di parlare della realtà. Può bastare, per ora, in attesa di tempi migliori. A condizione di guardarci dentro, senza reticenze, nelle realtà del nostro tempo. Scopriremmo tanti canton mombello e tanti quartieri spagnoli che non hanno conquistato, fin qui, una adeguata attenzione: nelle famiglie che hanno perso un reddito dignitoso, nelle solitudini che aprono la porta alle tossicodipendenze e ai suicidi, nello sfruttamento del lavoro delle nuove forme di caporalato, nel saccheggio del territorio…  Ecco, questo è l’augurio che faccio al mio partito (e a me stesso), imboccando il nuovo anno: quello di ripartire dal basso dei problemi economici e sociali, dalla concretezza della quotidianità, dalle condizioni vitali degli individui e delle comunità. Non ci sono solo alleanze e primarie, vocazioni maggioritarie e liste bloccate. Anche il resto è riformismo. Anzi, solo quello lo è veramente.

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Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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Commento »

  1. Un mio amico di A2A settimanalmente si reca ad Acerra per la gestione del termoutilizzatore che come sai è affidata alla società di C.so Vittoria, 4 Milano. Ha cercato anche lui di capire come mai in Campania le cose funzionano peggio che da noi. La ragione principale a suo giudizio è che manca una cultura di impresa, manca una autonomia d’impresa. Tutto è troppo affidato alla politica che non è in grado nemmeno se ne ha la volontà, figurati se questa non c’è, di risolvere i problemi complessi. A suo giudizio anche da noi si sta allentando la cultura dell’impresa, soprattutto della impresa pubblica. Posso confermarti che al di la di buone eccezioni, anche nei nostri comuni la professionalità media ad esempio negli uffici tecnici è calata. L’impressione è che in questi anni nella pubblica amministrazione non sono entrati i giovani migliori che hanno preferito altre strade professionali. Noto poi che almeno nei piccoli comuni gli assessori spesso fanno i funzionari in piccolo essendo pagati più o meno come impiegati, svolgendo così una funzione impropria che deresponsabilizza i funzionari effettivi. A lungo andare peggiora la qualità dei servizi. La paghetta agli assessori poi crea situazioni di diatribe che spesso hanno poco di politico. La mancata conferma di un assessore a volte determina ritorsioni, cambiamento di schieramenti ecc.
    Beati i tempi in cui si versavano al partito anche le 5.000 lire lorde di gettone di presenza.

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