Domande
Di Pierangelo Ferrari • gen 20th, 2010 • Argomento: Note politiche, Primo PianoMassimo D’Alema ha dichiarato, a proposito della situazione pugliese del PD, di non capirci nulla neppure lui. Lo invidio, se ciò significa che su tutto il resto ha le idee chiare. Io no. In realtà, D’Alema ha idee chiare anche sulla Puglia. Vedremo dove portano. Si è solo concesso, per un attimo, alla dimensione problematica propria degli umani. Per quanto mi riguarda, passano i giorni e crescono le domande che mi faccio. Sugli uomini e sulle cose della politica, sul mio partito e sul mio Paese. Troppe domande fanno male alla salute, lo so. Ho sostenuto e praticato per anni, anche in ragione delle responsabilità che ho ricoperto, una dimensione risoluta della politica. Ora non più. In effetti, PCI, PDS e DS, i partiti da cui provengo, erano portatori di risposte, in una misura direttamente proporzionale (e decrescente) alla solidità dell’impianto ideologico e culturale. Valeva anche per gli altri partiti della prima repubblica, del resto, in un contesto di regole sperimentate e di campi recintati. Di qui o di là. Ora non più. Oggi, nell’epoca del bipolarismo, vanno di moda i transiti. E’ questo il paradosso. Perchè è pur vero che il sistema maggioritario ha tracciato una netta linea di separazione, ma il confine non è invalicabile e, oltretutto, al di qua (ma anche al di là) della trincea cosa non si fa per ingaggiare ufficiali e caporali, nani e ballerine. E io, a differenza di D’Alema, comincio a non capirci più nulla per davvero. E a fare delle domande, nella speranza che qualcuno mi rassicuri con risposte convincenti.
Prendiamo la questione dell’UDC. A me pare la quarta volta in cui ripetiamo uno schema collaudato: il centrosinistra non basta a se stesso e va in cerca di alleanze con spezzoni di centro. Nel 1995 accadde con Buttiglione e con Dini, il cui ingaggio ci consentì di dare vita a una maggioranza parlamentare che non ci portasse alle urne dopo l’implosione del primo governo Berlusconi. Lo stesso nel ‘98 con Cossiga, che fornì a D’Alema quel gruzzolo di voti che impedirono le elezioni anticipate dopo la caduta, per mano di Bertinotti, del primo governo Prodi. E ancora nel 2006, quando l’alleanza estesa fino a Mastella ci ha consentito di vincere (in realtà, di pareggiare) le elezioni. Qui nasce una prima questione: che bilancio facciamo di queste operazioni “centriste”? E una seconda questione, strettamente connessa: perchè nasce il Partito Democratico? A cosa serviva, visto che DS e Margherita, ciascuno a casa propria e insieme nel condominio dell’Ulivo, non stavano poi tanto male in salute? A me pareva di avere inteso che il disegno coltivasse un’ambizione: quella di semplificare il sistema politico e di rappresentare in proprio, tanto sulla sinistra quanto al centro, uno spettro di posizioni che si disperdevano nella frammentazione delle alleanze estese, riconducendole a un unificante progetto riformista. Questo disegno l’ho ritrovato nella piattaforma del Lingotto e nella prospettiva della vocazione maggioritaria. Perchè, se togli al PD questo progetto, che cosa resta che non sia perseguibile anche (e meglio) separatamente dalle forze politiche fondatrici? Domando: che cos’è questa ansiosa ricerca di accordi con l’UDC se non il ritorno a una politica precedente la nascita del PD, per realizzare la quale non c’era bisogno del PD? In effetti, i fuoriusciti, da Rutelli in poi, usano strumentalmente questo argomento. E quelli che restano pongono una questione: visto il peso politico che noi assegniamo ai potenziali alleati centristi, che cosa trattiene un moderato del PD dall’uscire dal partito e collocarsi sul mercato politico nella posizione più conveniente per contare per il PD? Domande.
La risposta la conosco: ci sono elezioni in vista e bisogna battere Berlusconi. Come non essere d’accordo? E come non convenire con Bersani quando ci richiama alla lungimiranza della tela che sta tessendo, quella di uno schieramento maggioritario alternativo al centrodestra. Tuttavia mi chiedo: ma non lo abbiamo già visto questo film e come sono andate a finire le precedenti proiezioni? Mi viene un dubbio irriferibile, tanto è puerile: ma non è che noi siamo troppo concentrati sulle elezioni e troppo poco sul dopo? Non è che le vicende della seconda repubblica hanno accumulato frustrazione tra le fila dei nostri elettori proprio per la reiterata distonia tra l’investimento elettorale e le prove del governo? La nascita del PD aveva portato con sè questa consapevolezza, mi pare. Il nostro ceto politico, invece, continua a regolare i propri conti sui risultati elettorali, o peggio sui sondaggi, mai sull’esito delle prove di governo. Loiero va avvicendato in Calabria per fare posto al candidato dell’UDC o perchè ha fallito la prova del governo? E, comunque, l’uno o l’altro, per fare che cosa, in uno degli epicentri più degradati della questione meridionale? Non dovremmo essere più attenti al merito delle questioni, soprattutto quando, presi dall’affanno delle sfide elettorali, ci spingiamo il più lontano possibile dai nostri confini? Che cosa abbiamo in comune con l’UDC? E che cosa è l’UDC in tanta parte del Paese? E, ancora: sull’altare delle alleanze con l’UDC, possiamo permetterci di mortificare quel dieci per cento di elettorato che stava alla sinistra dei Ds e che oggi è a cavallo tra il PD, la diaspora antagonista e l’avvilimento astensionista? Tessere una tela va bene, ma se non rispondi a queste domande, finisci per essere una Penelope che, nella notte del governo, smonta la tela faticosamente costruita il giorno delle elezioni. Domande. Qualcuno vuole rispondermi?
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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Caro Pierangelo non avrai da me una risposta alle tue domande perchè sono esattamente le stesse che mi pongo io ed alle quali, credo, la risposta la dovrebbe dare il segretario nazionale o comunque chi oggi governa il partito per avere vinto le primarie. Il dubbio atroce, che poi mi pare sottinteso nella tua riflessione, è che le risposte non ci sono proprio perchè fino ad ora si è fatto di tutto per scansare le domande. In particolare una voglio riprendere : alleanza con l’UDC ma per fare che cosa ? Perchè mi sembra evidente che il problema non è mai se allerasi o no con qualcuno, ma per andare dove e per fare che cosa, e sia nel caso dell’UDc, sia nel caso dell’ IDV a questa domada non risponde nessuno mentre, viceversa, viene pian piano smantellato il progetto del lingotto e quella vocazione maggioritaria che da alcuni, strumentalmente e scioccamente , veniva coniugata come ” andare da soli ” mentre invece signficava altro e per questo rimando proprio al documento del lingotto. E se per davvero dovessimo vincere e tornare al governo temo che finirà come le volte precedenti proprio perchè come dici tu sarebbe la ripetizione di uno schema collaudato che però agli elettori interessa sempre meno proprio perchè rivelatosi deludente. E se si butta il lingotto per inseguire soltanto effimere vittorie elettorali , per altro sempre transeunti ed illusorie, cosa resta delle politiche riformatrici ? Il poco o nulla che c’era prima, a mio avviso……
Per quanto mi riguarda è impossibilerispondere alle tue domande, quindi una sola, fin troppo banale, considerazione: temo che la giusta preoccupazione di battere Berlusconi, abbia fatto riemergere, sbagliando, la necessità di farlo ad ogni costo.
Se andrà bene, ma temo non sarà così, vinceremo qualche elezione, per po ritrovarci, come avvenuto in passato, nell’incapacità di Governare il Paese.
Le risposte a queste domande le abbiamo date tante volte. Poiché sembra che sia un esercizio inutile, le risposte appaiono evidentemente sbagliate, anche se non lo sono. Fra un po’ saranno i sostenitori di D’Alema a dire che le sue risposte non sono più giuste ma sbagliate, si farà un altro congresso, avremo il Lingotto 2 e si ripeterà il giro. La realtà è che il gruppo dirigente del Pd gioca una partita del tutto virtuale, quella della politica fine a sé stessa, non la partita vera, quella per il governo del Paese. La cosa davvero impressionante è che tutto questo porta all’assoluta incomunicabilità tra il partito e la maggioranza dell’elettorato, che si fa incantare da Berlusconi perché noi siamo occupati a giocare a battaglia navale nella nostra stanzetta. Noi, in sostanza, siamo lo zio scemo e lo zio scemo non comanda mai in casa. Penso che al nostro gruppo dirigente occorrerebbe dare una console di gioco virtuale, dirgli che con quella si stabiliscono le grandi strategie dell’universo, fargli fare brum brum e toglierlo dalle cose serie. Se qualcuno mi dirà che questo è qualunquismo, lo farà solo per qualunquismo. Ciao
Leggo le domande racchiuse nel tuo commento e poi leggo la tua nota del 20 gennaio. Mi pare che la risposta principale te la dai da solo in questo secondo testo.
Questa volta non mi dilungherò. Bravo Pierangelo. Ho scelto dopo il Lingotto l’adesione al Pd perchè era quella novità. Per fare la politica che sta facendo ora si stava meglio in due. Se ognuno deve pescare nel proprio elettorato è meglio a quel punto essere più visibili. Grazie per aver posto esplicitamente queste domande che mi frullano in testa da più di un mese a questa parte. Forse, prima ancora che pensare alle regionali, che peraltro qui in Lombardia saranno la solita disfatta, è proprio l’ora di pensare, riflettere, elaborare, seminare.