Hanno capito benissimo
Di Pierangelo Ferrari • gen 26th, 2010 • Argomento: Note politiche, Primo PianoC’è solo una cosa peggiore delle sconfitte: le scuse che si accampano per giustificarle. Così, pare che il motivo del successo di Vendola nelle primarie pugliesi sia stato il poco tempo a disposizione di D’Alema e dei suoi sodali per spiegare il senso dell’operazione politica che è stata sonoramente battuta nelle urne. “Non siamo stati capiti”, è il ritornello autoassolutorio. Serviva più tempo per fare comprendere ai pugliesi (notoriamente teste dure) la lungimiranza dell’ azzeramento di una esperienza di governo e di un nuovo inizio, a braccetto dell’Udc. Basta guardare le cifre, tuttavia, per cogliere una lapalissiana verità: i pugliesi hanno capito benissimo. Per questo hanno detto di no, con quella ingente partecipazione al voto e con quella travolgente nettezza. Arroganza e dilettantismo a parte, la vicenda pugliese rimette in gioco la questione delle alleanze e della stessa prospettiva del PD. Il nostro disegno politico non cambia, sostiene Bersani, ma è proprio su questo disegno che si addensano contraddizioni e interrogativi. Io li ho da tempo e non li ho mai nascosti. Sono tra coloro, dei molti che li coltivano, che ne parla apertamente. Non ho aspettato il risultato pugliese per avanzare riserve sulla politica delle alleanze estese, dalla sinistra radicale all’Udc. Ma oggi la questione si arricchisce di un elemento in più.
Riepilogo, per fare chiarezza a me stesso. Credevo che la nascita del PD fosse innanzitutto la risposta al fallimento delle alleanze estese, in grado di vincere le elezioni ma non in grado di assicurare al Paese un governo all’altezza dei suoi bisogni. Perciò, ho salutato positivamente l’impianto del Lingotto e la prospettiva della vocazione maggioritaria. E’ andata come è andata: le dimissioni di Veltroni, l’affermazione di Bersani su Franceschini e la ripresa della sperimentata politica delle alleanze. Ho dei dubbi sull’efficacia di questa prospettiva, sempre che intendiamo la politica come lo strumento di soluzione dei problemi, ma Bersani ha ricevuto un mandato maggioritario dal partito e quel mandato va rispettato, innanzitutto sostenendo lealmente il segretario. Ma oggi, fermo restando il rispetto per Bersani, c’è un fatto nuovo da registrare: la vicenda delle candidature alle presidenze delle giunte regionali ha visto dipanarsi un’altra iniziativa, al di fuori del mandato congressuale: non la costruzione di alleanze larghe, ma il tentativo di estendere al centro l’alleanza, anche a costo di scontare una rottura sulla nostra sinistra. E’ a questo disegno che i pugliesi hanno detto di no, ribellandosi – come ha scritto Adriano Sofri – “a una politica in cui l’ottusità ha fatto a gara con la prepotenza”. Si vogliono costruire alleanze larghe, che vadano dall’Udc a quella sinistra radicale che ha fatto, rompendo con Diliberto e Ferrero, una scelta di governo? Va bene, proviamoci. Io mantengo i miei dubbi sull’Udc, ma riconosco fondamento e legittimità a questa politica. Invece, si va nella regione governata dal leader dell’unico partito della sinistra radicale in buoni rapporti col PD e, dopo averlo ricandidato, con tanto di voto solenne della direzione regionale, in ragione di un giudizio positivo sull’opera di governo, gli si chiede di farsi da parte per assecondare il diktat di Casini. Di un partito, oltretutto, che non sceglie di collocarsi stabilmente sul versante di centrosinistra, ma che tiene aperti tre forni e una sola prospettiva: il superamento del bipolarismo, per tornare ad avere, dal centro, mani libere e interessi composti. C’è da restare basiti.
Sì, la vicenda pugliese rimette in gioco la questione delle alleanze e della stessa prospettiva del PD. I segnali vanno raccolti, senza voltare la testa dall’altra parte. C’è la questione contingente delle candidature alla presidenza delle Regioni che ci segnala elementi di fragilità e di irresolutezza del gruppo dirigente, ma c’è soprattutto una vicenda di più lunga durata - la diaspora in corso – a cui non stiamo prestando la necessaria attenzione. Gli organismi dirigenti si riuniscono senza produrre una franca discussione e senza approdare, di conseguenza, a decisioni trasparenti. Io credo che ci sia un rapporto tra la ripresa delle antiche strade e le spinte centrifughe che scuotono il partito. Di questo mi piacerebbe che si discutesse. In effetti, se tu proclami e persegui la prospettiva dell’alleanza estesa e plurale descrivi un campo coalizionale in cui più soggetti sono legittimati a convivere. Rutelli se ne va? Peccato, ma resta comunque dentro il confine che ci è più caro, quello della coalizione. Anzi, quanto più si rafforza il versante centrista del nostro campo tanto più si ritiene di essere competitivi. Ma così si indebolisce la spinta centripeta che ha dato vita al PD. Questione che si pongono quelli che restano, interrogandosi sulle ragioni della loro appartenenza al partito. Perchè non lì, piuttosto che qui, si chiedono in molti. A questa domanda bisogna rispondere. Presto e bene. Facciamo le elezioni regionali e manteniamoci solidali con la segreteria, comunque vadano. Ma dopo è il tempo della discussione e dello scioglimento dei nodi. Altrimenti ci sciogliamo noi. Intanto, consoliamoci con l’allegro sarcasmo della satira sulle nostre prodezze bolognesi: “le alleanze vanno fatte soprattutto con le fidanzate”, dice su la Repubblica un personaggio di ElleKappa. Mah sì, buttiamola sul ridere. Per ora.
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
Invia una Mail | Tutti gli Articoli di Pierangelo Ferrari

Andrò diretto al punto. Da soli non si vince.
Ci sono delle ragioni in quanto scrivi, anche se mi piacerebbe, più che rievocare il passato, fare uno sforzo di interpretare il presente e magari una proiezione verso il futuro.
Bisognerebbe costruire, magari partendo dal basso, un nuovo modo di stare “nel” partito. Torno su quanto ho già scritto qui: poche cose mi accomunano alla Binetti, specie su quella che in Italia viene definita “bioetica” o “morale”. Ma sto volentieri nel PD con lei, e la considero un arricchimento. Quando però dice che se la Bonino vince lei se ne andrà, sarò il primo ad indicarle e ad accompagnarla alla porta, se è questo che vuole veramente.
Gli errori nella vita di tutti i giorni si fanno. Posto che quanto è accaduto in Puglia sia stato un errore, pare vi sia stato posto rimedio e ci si incammina sulla via per risolverlo. Aspettiamo l’esito del voto. Non mi sento di biasimare un gruppo dirigente che giocofoza sta procedendo a vista.
Il PD mi sembra davvero l’ultima speranza per l’Italia, almeno vista da questa parte, vediamo cosa combinerà dall’altra Fini (certo che con compagni di cordata come Gasparri e La Russa non andrà molto lontano). Il PD ha un merito che balza ai miei occhi: è riuscito a diluire le eredità pesanti dei due mondi che lo hanno fatto nascere. Ha una sua consistenza ed una sua identità propria, non un retaggio. Sarà anche fragile, ma non è poco. Non ammazziamolo nella culla. Può proporsi come un soggetto nuovo, ed ha il coraggio di usare la parola “partito”, che non solo sta nella costituzione, ma vuol dire anche parlare chiaro e dire le cose come stanno. Questo prima o poi sarà apprezzato, cominciamo ad esserne fieri noi che ci stiamo dentro.
Tornando al tema delle alleanze: Casini vuol fare il craxino ed aprire non due forni ma una catena di panetterie? Purtroppo dobbiamo confrontarci con lui. Controntarci, ovviamente, non vuole dire appiattirsi. Credo che il nostro compito (dico “nostro” sia come semplice iscritto sia come novellino che stasera farà il suo debutto nel direttivo del suo paesello, Coccaglio per inciso) sia di usare le parole nel modo corretto e di dire e spiegare sempre le cose come stanno. “Le parole sono importanti” potrebbe essere il nostro sottotitolo: è chiaro che bisogna passare anche ai fatti, ma se non si inizia con l’usare le parole giuste, che fatti potranno mai seguire? A me sembra che in Italia siamo in pochi ad usare le parole giuste, e molti sono con noi: continuiamo e miglioriamo sotto questo versante. I cittadini prima o poi ci seguiranno.
Ed apriamo il partito, siamo pronti a consegnarlo a chi vale e che se lo vuole prendere (nel senso buono del termine). Se ci fosse un Obama (a proposito di uso giusto delle parole) pronto ad entrare nel PD ci metteremmo un anno a tesserarlo.
Anch’io sono privo delle certezze di grande respiro.
Ne ho alcune piccole e se le mettessimo tutte insieme forse potrebbe formarsi un percorso credibile.
Stare all’opposizione non è un bene nè una missione per un partito, ma finchè si è opposizione occorre farla, bene, ogni giorno con intelligenza ed idee proprie.
Non mi disturbano affatto i candidati che non hanno un pedegree riconducibile al PD se sono persone stimate, oneste che hanno lavorato tanto e si sono conquistati crediti. Tanto la Bonino quanto Vendola hanno questi requisiti.
E’ finita l’era dei paracadutati. E’ l’insegnamento della Puglia. E forse un pò anche quella di Bologna. Vanno bene le sassate a Delbono ma quante randellate dovremmo dare a chi l’ha imposto a Bologna? E’ vero che si sono fatte le primarie ma per DelBono è sceso in campo tutta l’armata rossa e bianca. Risalendo nel tempo occorrerebbe rintracciare chi a suo tempo impose a Bologna Codfferati. Anche a loro un sacco di randellate. Ma forse sono gli stessi.
Infine la Binetti non deve attendere l’esito delle regionali nel Lazio. Deve andarsene prima. Non per ciò che pensa. Ma per ciò che dice e fa ogni giorno.
Temo, Pierangelo, che l’esito sarà proprio quello che paventi (il nostro scioglimento), per una semplice ragione – ed è sempre buffo vedere come le leggi della vita siano sempre inesorabilmente più forti e vere di quelle della politica, ad esempio il fatto che si proietta sugli altri, rimproverandolo, un atteggiamento di cui si è responsabili, perchè qui non solo “quelli” hanno capito benissimo, ma sono sono proprio “questi” a continuare a non capire. Da ormai quasi 20 anni siamo di fronte a promesse sempre frustrate di cambiamento, siamo sempre al ” adesso ci sono le elezioni, ma dopo si deve discutere”, al “è l’ultima volta che non si fanno le primarie per le cariche pubbliche, la prossima…”, al “dobbiamo finalmente affrontare i problemi e sciogliere i nodi “; al “l’alleanza con quel soggetto va interrotta” (vedi caso Di Pietro)e lo dice l’oppositore interno in chiave polemica col segretario di quel momento e poi quando comanda, l’oppositore fa quello che rimproverava al suo avversario. Quella del Pd è la vicenda dell’ultima promessa e l’esito per ora si rivela tale quale quello delle precedenti. La prospettiva della vocazione maggioritaria, che anch’io come te sostengo, si è infranta per la carenza della dotazione culturale – ormai lo vado ripetendo come un mantra -persino di chi l’hsostenuta, persino della frangia più liberale in cui io mi riconosco. Faccio un esempio: da parte anche dei liberali (i Morando, i Salvati ecc.), persino da parte dei sostenitori della Marino che su questo era più chiara, si è sostenuto che vocazione maggioritaria non significa autosufficienza, ma ambizione di rappresentare maggioritariamente ed egemonicamente un’alleanza fondata sui programmi e sul governo e non sulla necessità di vincere le elezioni. Ebbene, se la logica esiste ancora, questa prospettiva è insensata e non serve sapere quanto il rapporto mezzo-fine sia destinato a rovesciarsi (altra legge della vita che una politica sempre più ignara ignora) per capirlo, ma basterebbe l’esperienza degli ultimi anni: se l’obiettivo è – ammesso che sia possibile, cosa non scontata- vincere e governare, in una prospettiva di alleanze o si sacrifica la coesione programmatica e politica per una maggiore probabilità di vittoria o si sacrifica, apparentemente,questa maggiore probabilità in nome della possibilità di un effettiva capacità di governo in caso di vittoria. Semmai il problema è un altro, sostenere una prospettiva davvero maggioritaria porta con sè l’esigenza di costruire un sistema politico-istituzionale congruente con essa e, per fare questo, bisogna mettersi d’accordo con il proprio avversario. Ed è qui che si è infranto il progetto del Lingotto; come riconosciuto in maniera lucida e in un furor logicus davvero apprezzabile da un tuo precedente intervento, lo scoglio su cui si è infranta l’onda si chiama Berlusconi, il vorrei ma non posso del centrosinistra porta il suo nome. Eppure, anche qui,vorrei abbattere questo ultimo, estremo rifugio dei tabù culturali anche dei veri riformisti; poichè per me Berlusconi è solo il nome che diamo alle nosytre ritrosie, arretratezze, ambiguità politiche, una volta riconosciuta la sua statura (che è quella certo di un uomo d’affari non adatto a rappresentare l’interesse nazionale, che ha fallito la prova del governo e del rinnovamento della politica, sostanzialmente di uno che non si distingue dal cialtronismo della attuale dirigente tutta), va anche detto, che contrariamente ai nostri pregiudizi, non esprime niente di così demoniaco che non si possa mettersi d’accordo per il bene del Paese, soprattutto se si condivide la diagnosi di un paese in grave crisi politica,sociale, istituzionale ed etica: di fronte all’abisso,la ragion politica vuole che si riconosca persino il prorpio acerrimo nemico. Questo noi, a parte le chiacchiere, non siamo stati capaci di farlo.
A Davide: ma cosa vuoi fare, cosa vuoi scindere? Possibile che non si possa discutere all’interno del PD e poi fare della posizione prevalente, maggioritaria, anche la propria? Sono tutte e sempre questioni di coscienza?
Niente alleanza con UDC in Puglia? Nessun problema, ci si allea il PDL! La scelta di Vendola, uscita dalla primarie, è a questo punto inevitabile. Mi auguro che vinca, non sono masochista, certo che se perde un po’ di autocritica dovrà farla pure lui.
Vocazione maggioritaria? Cioè conquistare da soli la maggioranza dei consensi, senza alleanze? Cosa che nemmeno Berlusconi si è mai nemmeno avvicinato a fare? Noi, poi, che ci spacchiamo in tre fazioni sulla scelta delle pizzette per il catering?
Allearsi con Di Pietro non va bene; però arrivi ad un passo dal postulare l’alleanza (sui temi, per ora) con Berlusconi stesso. Questa sì è una cosa che i nostri elettori capirebbero!
Ma quando mai! (Sfogo amaro).
A Filippo (per fare un po’ di chiarezza):
Per prima cosa, non so da dove hai dedotto la mia avversione, sotto alla giustificazione delle questioni di coscienza, al raggiungimento di una posizione maggioritaria dentro al partito, previo franco confronto, perchè, a parte non avere mai toccato l’argomento, è per di più una posizione che condivido.Poi,io faccio un discorso semplicissimo: la classe dirigente della sinistra non ha la cultura politica adatta a realizzare i cambiamenti che promette e dunque da questo problema dovrebbe cominciare. Io, da liberale progressista, credo nella forza delle idee e nel discernimento della maggioranza delle persone e dunque sono persuaso del fatto che, se la sinistra è minoranza nel paese, è solo perchè ha le idee sbagliate (che non vuol dire valori sbagliati) e una cultura politica arretrata e non perchè l’Italia è un paese naturalmente di destra e barbaro. A proposito di ciò, dico che la forza di Berlusconi sta proprio nel fatto di aver colto quale sia l’agenda del paese. Dopodichè io per altro non postulo nessuna alleanza con Berlusconi, ma confidando nella possibilità che la sinistra con le idee giuste possa arrivare a convincere la maggioranza degli italiani e rispondere ai loro interessi, mi preoccupo di quale debba essere il contesto politico istituzionale che renda questo possibile, se è cosa buona. E questo passa attraverso l’accordo bipartisan sulle riforme istituzionali necessarie. E’ un abbaglio, per non dire una balla bella e buona quella secondo cui per avere la maggioranza dei consensi, se non la hai in proprio, devi cercarla con le alleanze, perchè in tutti i paesi democratici (in Europa), nessun partito che si alterni al governo di quesi paesi ottiene mai la maggioranza assoluta dei voti, ma sono i dispositivi elettorali a dare una maggioranza parlamentare e di goveno. Tutto qui. P.S. Da questo punto di vista a me non interessa niente nè di Di Pietro nè di Casini e non ho problemi a confessare che il primo rappresenta una cultura moralistico-giutizialista tendenzialmente manettara che la sinistra dovrebbe abbandonare e anche con il secondo mi sembra di non condividere un patrimonio comune di valori sufficiente a renderlo mio compagno di viaggio nelle cose della politica.
Io una certezza ce l’ho. Appena giunge a termine la copertura democratica del Presidente della repubblica, se questi governano ancora per l’Italia e gli italiani i tempi diventeranno ancora più bui. Magari è questo che Bersani ha capito benissimo e si comporta di conseguenza anche andando controtendenza.
Mi stupisce che collaudati politici, fini intellettuali, esperti governatori, importanti sindaci, di vaste e diverse esperienze invece non afferrino il nodo della situazione. Non sarà perchè comunque non vivono sulla propria pelle la crisi? Non sarà frutto della famosa superbia della sinistra benestante?
Davide, rileggendo dopo la tua “spiega” il tuo precedente intervento, capisco che non siamo su posizioni così distanti, anzi. Ti chiedo solo un po’ più di ottimismo, è l’ottimismo della necessità.