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Discutendo con amici cattolici

Di Pierangelo Ferrari • feb 3rd, 2010 • Argomento: Note politiche, Primo Piano

Gli sviluppi della vicenda Boffo che stanno venendo alla luce lasciano sbalorditi e debbono indurre alla cautela. Tanto più che c’è di mezzo Vittorio Feltri, del quale Giorgio Bocca, rispondendo a una domanda che gli chiedeva un giudizio sul direttore del Giornale, ha detto semplicemente: “di Feltri non penso niente perchè mi fa paura”. Non sappiamo se il direttore dell’ Osservatore romano abbia spedito un emissario a Feltri, per conto del cardinale segretario di Stato, con la polpetta avvelenata di una distorta ricostruzione della vicenda giudiziaria del direttore di Avvenire. Non lo sappiamo e non mi interessa, se non per la eventuale registrazione del singolare cedimento di un millenario costume di prudenza. E non ne ricaverei neppure, in questo caso, un giudizio sulla Chiesa di Roma, sulle sue gerarchie, sul suo messaggio di fede. Tuttavia, è difficile sottrarsi alla percezione di un contesto in cui alcuni settori della Chiesa  si sono fatti trascinare sul terreno della contesa politica italiana e che tale contesa si sia trasferita, in una certa misura, al proprio interno, alimentandosi di ragioni inerenti le logiche di potere di qualsiasi istituzione, per quanto “sacra” sia. Il fenomeno è in corso da tempo, dalla discesa in campo dei “cristiani adulti” nelle file dell’Ulivo perlomeno, e ha raggiunto il suo picco  con l’impegno diretto della Conferenza episcopale italiana in occasione del referendum abrogativo della legge 40 sulla fecondazione assistita.

Ne parlo frequentemente con alcuni colleghi di ispirazione cattolica. Del resto, non mancano le occasioni, ad ogni annuncio di abbandono del partito nel nome di presunti valori cattolici e di una ancora più presunta moderazione politica. La democrazia italiana non è in debito con la Chiesa, dico loro. Al contrario, il regime concordatario ha consentito alla Chiesa italiana di estendere enormemente la sua presenza nella società, la sua dimensione economica e patrimoniale, la sua penetrazione nei settori dell’istruzione, dell’assistenza e della sanità. E per fortuna, aggiungo (per alcuni aspetti), in un Paese che non saprebbe affrontare diversamente tanto disagio sociale. Ma è da qui che bisogna partire, quando si parla di rapporti tra Stato e Chiesa, tra gerarchie e politica, non da una condizione di emarginazione e di separatezza. Ma, se siamo uno Stato di diritto, che cosa ci faceva (per fare solo un esempio) un alto prelato seduto tra Napolitano e Fini, accanto a Berlusconi e Schifani, all’ inagurazione dell’anno giudiziario, presso la Corte di Cassazione? Non si è alzata neppure una voce per chiederlo. Non mi stupisce, visto che tutti i partiti fanno a gara per blandire le gerarchie cattoliche nella speranza di intercettare consensi elettorali, mentre la pratica, ampiamente apprezzata Oltretevere, procura solo smarrimento, tanto agli elettori quanto ai fedeli. I teodem non hanno nessuna credibilità finchè non recuperano una dimensione libdem, cioè i valori e le pratiche di una autentica cultura liberale, rispettosa, nello stesso tempo, della libertà religiosa e della autonomia dello Stato.

Ma la Chiesa, si dice, non può essere imbavagliata nella sua opera di evangelizzazione. Non è questo il punto, sostengo discutendo con i miei amici cattolici, ai quali rimprovero un eccesso di accondiscendenza e troppi silenzi di fronte a una Chiesa temporale (quella Chiesa dentro la quale si è aperto un conflitto, di cui il caso Boffo è solo un sintomo) che, da tempo,  ha accentuato l’asse del proprio messaggio sui temi etici dell’origine della vita, delle unioni coniugali, della sessualità, della morte. Il punto, che andrebbe colto e tradotto più risolutamente  in una testimonianza di fede sul terreno della politica, è che dentro la Chiesa si alzano altre voci non insignificanti, che mettono al centro altri valori. Eugenio Scalfari incontra Carlo Maria Martini e dà voce a quella che lui chiama la “Chiesa spirituale accanto a quella temporale e alle istituzioni che la governano”, ma che io chiamerei piuttosto “la Chiesa evangelica”. Pur con tutte le prudenze e la mitezza dell’uomo,  l’anziano gesuita dice parole eloquenti: “il fine di tutte le attività della Chiesa deve essere quello di inverare nel mondo il Vangelo e la parola di Cristo. Ricorda? Gli ultimi saranno i primi, beati i poveri, beati i derelitti, beati i deboli…”. E’ un richiamo, anche a noi laici non credenti, a “stare molto attenti a tutto ciò che viola il principio dell’eguaglianza, cioè della pari dignità tra tutti gli uomini”.

In queste parole io vedo un’altra Chiesa possibile, ma non  posso chiedere ai miei amici cattolici democratici di coltivare separazioni e diaspore. Posso chiedere loro, tuttavia, con molto rispetto, che questa dimensione etica (e, per loro, religiosa) sia il comune metro di misura dello spazio politico, delle relazioni che in esso si decidono. Se così fosse, tante questioni, compresa quella del rapporto con i radicali e la candidatura Bonino nel Lazio, prenderebbero una piega più autentica. Bisognerebbe ammettere, in questo caso, invece di lamentare presunti attacchi alla Chiesa e alla sua missione, che le battaglie radicali per la difesa della dignità degli esseri umani, dentro e fuori le carceri e i centri di “accoglienza” per immigrati, sono battaglie “cristiane”, che molti sedicenti cristiani (e non cristiani) non fanno più.

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Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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Commento »

  1. Vasto tema, e la tua sensibilità è anche la mia. L’unica cosa: hai ragione sul prelato all’anno giudiziario, ma che vuoi che sia. Non siamo in Francia, certo. Ma è una cosa (relativamente) innocua: tagliare nastri e partecipare a buffet (quelli del catering, non quelli delle mazzette): magari fosse quello il problema.

    Quello che mi chiedo, anche considerando il percorso che ha portato al PD: dove è finita la laicità della vecchia DC. DC che, baciapile quanto vogliamo, ha preso decisioni estremamente “laiche” a cavallo degli anni 70, prima della degenerazione dei partiti (alcuni partiti) degli anni 80.

    Che si possa rimpiangere Martinazzoli mi sembra abbastanza normale, vista la statura dell’uomo (che ci farebbe indubbiamente comodo). Ma dover rimpiangere un Prandini? Ho detto tutto.

    Ci sono molti altri spunti di riflessione in questo tro intervento, questo è il più banale ma, in un certo senso, propedeutico.

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