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L’equivoco Binetti

Di Pierangelo Ferrari • feb 16th, 2010 • Argomento: Primo Piano

C’è un equivoco che accompagna la decisione presa da Paola Binetti: tutti commentano le ragioni della fuoriuscita, mentre trascurano di interrogarsi sulla coerenza della sua (confortevole) permanenza nel PD. Lasciamo perdere le affermazioni sull’intenzione di fare rinascere nell’UDC la DC degasperiana. Attribuiamole alla sua modesta cultura politica e passiamo oltre. Molto più significative, ai fini del disvelamento di un equivoco troppo a lungo rimosso, sono le sue recriminazioni sulla presunta deriva zapaterista del partito. Zapaterista fa rima con laicista: sono le parole a cui gli integralisti ricorrono per paventare la temuta laicità. Ho parlato a lungo con Paola Binetti, una sola volta, più di un anno fa. Erano i giorni caldi della tragica vicenda di Eluana Englaro, quando la destra impose al Senato una legge che obbligherebbe chiunque, quali che siano le sue condizioni e a prescindere dalla sua volontà, alla alimentazione e alla idratazione forzate. Volevo capire da dove venisse la giustificazione di tanta violenza, da lei condivisa. Discuti e discuti, scava e scava, alla fine la Binetti appese le sue “ragioni” al dogma della legge naturale: esiste una legge naturale, voluta da Dio, di cui la Chiesa è interprete. E dove sarebbe questa legge naturale, visto che la storia, obiettavo io, anche quella della Chiesa, ci ha consegnato un succedersi di mentalità, culture, valori dissimili in tempi e paesi diversi? Nella Bibbia, è stata la sua risposta. La conversazione finì lì, di fronte allo scoglio della Bibbia impugnata come testo sacro, a disposizione esclusiva di un’interpretazione ortodossa. E come poteva proseguire?  Come può esserci dialogo e convivenza con il pensiero integralista che si erge ad autorità dogmatica e, in nome di una verità non negoziabile, vuole decidere della tua vita e della tua morte?  Cosa ci faceva Paola Binetti nel PD? Questo è il punto.

Il giorno in cui la Binetti annunciava la sua uscita dal partito, compiendo finalmente un gesto di tardiva coerenza, il Papa interveniva alla Pontificia Accademia per la Vita e affermava: “le leggi dello Stato devono richiamarsi alla legge naturale iscritta da Dio creatore nel cuore dell’uomo. Legge che ogni ordinamento giuridico è chiamato a riconoscere come inviolabile”. La Binetti è un esponente agguerrita di questa Chiesa dottrinaria del vecchio Papa teologo, ma noi sappiamo che questa non è la sola Chiesa vivente. In ogni caso, non è la sola Chiesa possibile. Su Europa, Mario Adinolfi sostiene che “se si gioisce per l’abbandono di Binetti… si gioisce per la sconfitta della scommessa del PD”, quella di “unire la tradizione post-comunista e laica dei DS, con l’area cattolico-liberale della Margherita”. “Il che – commenta – è politicamente idiota”. Io penso, al contrario, che sia culturalmente idiota iscrivere la Binetti nell’area cattolico-liberale, essendo che  essa contesta proprio i fondamenti liberali dello Stato laico. Volti pagina del quotidiano, l’indignato Adinolfi, e si legga la citazione di Moro contenuta nel bell’articolo di Pierluigi Castagnetti (il cui titolo, non a caso, è Via la Binetti, non i cattolici): “i dati della coscienza morale e religiosa sono costretti a compiere un salto qualitativo quando essi pensano di esprimersi sul terreno del contingente… Anche per non impegnare l’autorità spirituale della Chiesa, c’è l’autonomia dei cattolici impegnati nella vita pubblica, chiamati a vivere il libero confronto della vita democratica in un contatto senza discriminazioni”. Il salto qualitativo dell’autonomia è esattamente quello che la Binetti non ha fatto, agli ordini com’è dei cardinali di Curia. Ma l’autonomia è la condizione essenziale per un laico che eserciti funzioni politiche: “L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità – sosteneva Moro - è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se è possibile, una testimonianza ai valori cristiani nella vita sociale”. Che enorme distanza dall’uno all’altra. Compagni, appendete il ritratto di Aldo Moro nei nostri Circoli, perchè lì c’è un pezzo rilevante della nostra comune identità.

Ci sono un paio di questioni collaterali che voglio segnalare, giusto per scendere da tanta altezza nei bassi lochi della cucina politica quotidiana. Renzo Lusetti e Paola Binetti sono stati candidati entrambi nella lista di partito della Circoscrizione Lombardia 2. C’è qualcuno che si prende la responsabilità di spiegare ai gruppi dirigenti del PD delle sei province della Circoscrizione che il prezzo da loro pagato valeva la pena dello spettacolo a cui stiamo assistendo? Ci sono province che non hanno avuto rappresentanza per fare posto ai due paracadutati. Chi risponde alle richieste di elettori (vedi, per esempio, la lettera che riporto, qui a fianco, nella sezione Interventi Documenti) che chiedono conto di impegni non mantenuti e di comportamenti spregiudicati? Forse, tutto nasce da una insufficiente definizione dei confini politici del nuovo partito. Se fossero state discusse e affermate, fin dall’inizio, le ragioni della nostra identità e del nostro progetto politico avremmo contenuto in limiti fisiologici i fenomeni di entrismo e di trasformismo. E non sarebbe successo, forse, quello che sta accadendo in questi giorni in valle Camonica, dove un gruppetto di sindaci di area PD sta progettando un’operazione a sostegno di Formigoni. Con tanti buoni pretesti, si intende: le liste civiche, la montagna, l’isolamento, la carenza di infrastrutture, i contributi regionali… e via depistando. Per fortuna, la valle Camonica, negli stessi giorni,  ci ha fornito anche un altro modello civico, con la decisione di quell’imprenditore edile camuno di non piegarsi alla concussione e di fare prendere con le mani nel sacco il presidente della Commissione urbanistica del Comune di Milano. Mario Basso si chiama. Quale che siano le sue opzioni politiche,  il PD riconosce in lui un costume civico e una coerenza che i sindaci trasformisti non hanno.

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Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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5 Commenti »

  1. Condivido in toto senza aggiungere altro, sperando solo che tutti vogliano capire il senso dell’intervento di Pierangelo. Ciao
    Carlo (Pd Montichiari)

  2. Votare per Formigoni e per la Lega? No, grazie.

    E’ vero che la montagna è in difficoltà, è trascurata dai governi nazionali e regionali, è poco considerata nelle sue potenzialità produttive ed economiche. Il taglio completo dei trasferimenti di fondi statali alle Comunità Montane e, in prospettiva, la loro chiusura voluti da Calderoli e condivisi dal centrodestra sono la prova del nove che l’autonomia tanto predicata e sbandierata da forze politiche che a parole si richiamano al federalismo e al decentramento dei poteri, in realtà dà fastidio e deve essere quindi limitata o addirittura abolita.
    E’ necessario quindi che la montagna riscopra la consapevolezza di poter essere un motore decisivo per il paese a livello economico, turistico, di produzione di energia e acqua, bene essenziale e sempre più prezioso. Proprio per questo le valli alpine non possono rinunciare ad un ruolo politico fondamentale e non possono ritornare a forme di campanilismo basato sulla concorrenza dei piccoli comuni tra di loro. Un movimento che si occupi dei problemi e delle opportunità della montagna non solo è auspicabile, ma è necessario per gli abitanti stessi delle zone alte. Tale movimento può essere trasversale in senso geografico e non necessariamente legato ad un orientamento politico.
    Da qui però ad ipotizzare per le prossime elezioni regionali un appoggio a Formigoni, da parte di chi si colloca nell’area di centro sinistra, in nome di una lotta “dall’interno” allo strapotere della Lega, ci passa.
    Usare il voto disgiunto (un voto al centro destra e uno al centro sinistra, potremmo dire “un colpo al cerchio e uno alla botte”) partendo dall’analisi che

    - non si può sempre perdere;
    - non si riesce ad amministrare le realtà locali senza avere “santi” in Regione(ma non si è fatto e bene sino ad ora?);
    - le prospettive di governo del centro sinistra sono troppo lontane e imperscrutabili

    si traduce di fatto in una totale resa alle logiche di governo del centro-destra, ad un appoggio diretto o indiretto alla Lega che continuerà a governare con Formigoni e che è cresciuta grazie all’appoggio del PdL che l’ha legittimata e coinvolta nell’alleanza di governo regionale e nazionale, cedendo ogni volta ai suoi ricatti e alle sue istanze più becere (ronde, discriminazione degli immigrati, abolizione delle Comunità Montane, esaltazione di identità del tutto inventate come quella padana, dialetto, ecc. ecc.).
    Non solo: un movimento di sindaci e di liste civiche che si richiamano al centro sinistra che pubblicizza il voto disgiunto a favore del centro destra avrà come effetto immediato ed evidente la creazione di ulteriori difficoltà allo sviluppo dell’esperienza politica del Pd in Valle Camonica.
    Si possono fare molte valutazioni critiche sulla politica e sulla stessa organizzazione di questo partito. Ma non c’è dubbio che senza il Pd ci si rassegna a consegnare il paese in mano a Berlusconi e al centro destra per altri decenni. Lo si fa, tra l’altro, proprio nel momento in cui il centro destra mostra segni di crisi e la popolazione italiana comincia ad effettuare un’analisi più realistica dello stato del paese per quanto riguarda il lavoro, le tasse, la crisi economica, la scuola ( vedi i sondaggi presentati a Ballarò il 9 febbraio).
    Indebolire il Pd, subito dopo una stagione congressuale sofferta ma che ha portato ad una nuova leadership e a una nuova voglia di confrontarsi, significa rinunciare ad ogni prospettiva di rinascita economico- sociale per l’ Italia, di giustizia non “ad personam”, di libertà di stampa e non di monopolio dell’informazione televisiva, ecc.. Significa uccidere la speranza di milioni di votanti e di militanti che hanno sacrificato le loro giornate per aprire i seggi alla consultazione di ogni donna e uomo che volessero esprimere la loro preferenza per la politica nazionale e provinciale. Significa provocare una crisi anche nella gestione degli enti comprensoriali da poco varati con accordi difficili e necessariamente trasversali.

    Si dice che in fondo Formigoni ha governato bene in Lombardia.
    Non si tiene conto di un’analisi della sanità completamente asservita alle forze politiche di maggioranza, che ha privilegiato, come nei disegni del centro destra, le strutture private, che non ha risolto gli annosi problemi che ogni cittadino ha quando deve rivolgersi alle strutture pubbliche: mesi di attesa per una visita, scarsi controlli sulla qualità del servizio, uso ridotto di costosissime strutture.
    Non si tiene conto che un piano casa serio non deve produrre nuove cementificazioni, ma dovrebbe puntare soprattutto sul recupero dell’esistente.
    Non si tiene conto che la scuola pubblica è stata abbandonata a se stessa, mentre si è trovato il modo di finanziare ampiamente la scuola privata. Formigoni è un Robin Hood all’incontrario: toglie ai poveri per dare ai ricchi attraverso i buoni scuola.

    Si potrebbe continuare anche per altri settori: la viabilità (ritardo impressionante sulla pedemontana e tracciato assurdo quando invece si dovevano collegare Bergamo-Lecco-Como-Varese-Malpensa), i parchi, i collegamenti ferroviari per i pendolari.
    Ma anche se il giudizio fosse in qualche modo positivo (e non lo è!) non è pensabile che il centro sinistra rinunci alla costruzione dell’alternativa e si adagi completamente nella contemplazione degli interventi del governo di centro destra, poiché si può sempre fare meglio e di più e, soprattutto, si devono creare le condizioni perché il governo nazionale sia affidato a coalizioni e a persone credibili e che non utilizzano lo Stato solo per i loro interessi personali. Aiutare Formigoni (e il blocco di potere che egli ha costruito attorno a C.L. e alla Compagnia delle Opere) significa, non vi è dubbio alcuno, aiutare Berlusconi. Tutto è legittimo, ma cambiando schieramento alla luce del sole e non proponendo giochetti tattici e nascondendosi dietro motivazioni pretestuose che cercano di ”nobilitare” una scelta trasformistica, che si traduce nel sostegno diretto al candidato alla presidenza dello schieramento avverso. Così non si fa altro, poi, che rimandare all’infinito la possibilità di costruire l’alternativa.
    E’ duro accettare di essere emarginati all’interno dei livelli amministrativi di una certa importanza, ma non ci possono essere scorciatoie. Alcuni partiti, di destra e di sinistra, hanno iniziato la loro attività attestandosi su percentuali ridotte. Sono cresciuti, credendo nelle proprie forze e nelle proprie proposte politiche. Hanno saputo farsi capire e farsi valere, senza spaventarsi dinnanzi all’inevitabile scarsa presa elettorale dell’inizio.
    Il centro sinistra parte comunque da un patrimonio di voti non irrilevante. Avendo molte ragioni dalla sua parte e battendosi quotidianamente con tutti i mezzi leciti, può ottenere risultati importanti. E’ successo anche nelle comunali nelle situazioni più impensate. Ha raggiunto significativi traguardi quando ha lasciato perdere le vecchie ambiguità e ha avuto il coraggio di presentarsi come forza credibile del cambiamento.
    Il destino non ci consegna inevitabilmente all’opposizione per sempre. Può ribaltarsi e dare nuove soddisfazioni, se si ha il coraggio di uscire dalla subalternità politica e culturale al centrodestra e si accetta la sfida di provare a costruire qui ed ora un progetto alternativo di governo, sia a livello nazionale, sia per quel che riguarda la nostra realtà locale.

    Pertanto, alla luce delle considerazioni sopra esposte, invitiamo ad un’attenta riflessione tutti coloro che sembrano accingersi a forzature ingiustificate e a scelte di campo del tutto incomprensibili, basate su un’analisi della situazione del tutto errata da cui si fa discendere un progetto politico confuso e velleitario destinato a non avere alcun sbocco positivo, se non forse la soddisfazione di qualche piccola ambizione personale.
    Chiediamo, infine, agli organismi dirigenti del nostro partito a livello provinciale e locale di intervenire al più presto, aprendo un’ ampia e approfondita discussione tra tutti gli iscritti della V.C, al fine di giungere ad un rapido e proficuo chiarimento interno che consenta al PD di essere in grado di sviluppare quella forte ed incisiva azione politica che l’imminente consultazione elettorale rende oltremodo necessaria.

  3. Caro Pierangelo,
    come ti avevo già scritto al momento dell’uscita di Lusetti penso che al di là delle legittime scelte personali che non voglio discutere (anch’io penso peraltro che la Binetti nel Pd fosse fuori posto), questi due deputati, come anche Rutelli, dovrebbero lasciare il seggio in parlamento che spetta ad un rappresentante del PD. A maggior ragione per deputati che nonabbiamo scelto e che non rappresentano il nostro territorio. Nella nostra Regione finiamo con l’essere soto rappresentati.
    Oltre agli organismi di partito penso che anche voi parlamentari eletti nella nostra Circoscrizione dovreste chiedere loro esplicitamente di lasciare il posto a chi è rimasto escluso perchè collocato dall’alto in posizione meno favorevole.

  4. E’ giusto chiedere a Lusetti e Binetti di dimettersi. Ricordiamo però che, se non lo vorranno fare, sono pienamente legittimati a ciò dalla Costituzione italiana, mica pizza e fichi.
    Detto questo, teniamone conto la prossima volta che si tratterà di candidature: anzi, direi che passata la tornata elettorale delle Regioni, sarà il caso di affrontare una volta per tutte il tema del processo decisionale riguardo le candidature, a tutti i livelli.
    La Binetti: sicuramente non la rimpiangerò/remo, soprattutto recentemente era diventata non difendibile, ma io preferisco avere DENTRO il PD tutti quelli che, per un motivo o per l’altro, ci vogliono stare. Certo, una volta dentro, posizioni del tipo “o si fa come dico io o me ne vado” sono insieme puerili ed antidemocratiche: al limite ci sta il “me ne vado perché non si fa come dico io”.

  5. Perchè non proporre chiaramente e pubblicamente l’espulsione dal PD di chi invitasse a votare Formigoni? Mi pare che in un partito serio dovrebbe essere il minimo, tantopiù dopo tutta l’enfasi data al “partito strutturato e organizzato”.

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