Non sono invincibili, purchè…
Di Pierangelo Ferrari • apr 14th, 2010 • Argomento: Primo PianoMi sono proposto di scrivere un commento settimanale sull’attualità politica che riguarda il mio partito, ma ci sono giorni in cui non so da dove riprendere il capo di una riflessione che non abbia già tritato e ritritato o che non sia uno sfogo pessimistico sullo stato del PD. Oggi è uno di quei giorni, immersi come siamo nel plumbeo clima post elettorale, reso più denso dal suicidio mantovano, dove un ceto politico mediocrissimo ha consegnato alla destra, senza neppure combattere (gli avversari, intendo, perchè in casa nostra ci siamo dati botte da orbi), la roccaforte della sinistra lombarda. Eppure… Eppure, a ben vedere, con la mente sgombra dai presagi che si affollano sul futuro del centrosinistra e del PD, non sono pochi gli spazi aperti a una iniziativa politica. Volendola assumere. Noi stiamo pericolosamente introiettando la rassegnazione di un destino ineluttabile, quello dell’invincibilità berlusconiana e delle magnifiche sorti e progressive della Lega. Ma come, dopo tutto quello che è accaduto nell’ultimo anno e dentro una acuta crisi economica e sociale, le elezioni regionali ci consegnano una inopinata tenuta della maggioranza e un esito deludente dell’opposizione?! Forse, se spostassimo il focus della riflessione sul merito del nostro risultato, sulle ragioni dello scontento del nostro mondo, scopriremmo che non hanno vinto loro, ma che abbiamo perso noi. C’è una bella differenza. Loro non sono invincibili, semplicemente incassano i dividendi di una alternativa evanescente.
Ieri, alla Camera, con la bocciatura del decreto “salva liste”, abbiamo ottenuto la più netta vittoria dell’opposizione dall’inizio della legislatura. Oggi, i quotidiani riferiscono di tensioni crescenti tra la componente finiana del PDL e i leghisti. Domani leggeremo le repliche e non saranno fiori né opere di bene. Berlusconi resta in sella ma tocca il minimo storico della curva elettorale, ricompensato dal successo della Lega, che tuttavia, in tante aree del Nord, sta sotto i picchi storici della prima metà degli anni Novanta. Insomma, la partita è aperta. Le sole e rilevanti novità che il voto ci consegna, insieme al disincanto, sono il fallimento delle nostre esperienze di governo al Sud è l’estensione del consenso leghista oltre il suo tradizionale bacino, con la penetrazione “verde” nelle aree territoriali e nei ceti sociali delle “regioni rosse”. Questo è il doppio campanello d’allarme che è suonato per noi: c’è un Meridione da ricostruire e, altrove, non possiamo più confidare su rendite di posizione territoriali e sociali, su inossidabili vincoli di appartenenza. Le sfide politiche si giocano in campo aperto: puoi vincere la trasferta di Lecco, su un campo leghista, ma perdere di fronte al tuo pubblico, come a Mantova. Non sono invincibili e non siamo invincibili. Decide la politica. Dimmi chi sei e cosa vuoi fare su questo e su quello e ti voterò, se mi avrai convinto. Altrimenti, non saranno le escort e le mancate promesse del tuo avversario a spingermi verso di te. Semplicemente me ne starò a casa. Tutto qui.
Da qui, solo da qui possiamo ripartire. Cioè, da noi stessi. Ma noi, per quello che si è potuto vedere dalle prime reazioni, siamo ripartiti nella giusta direzione? Manco per idea. Tensioni sotterranee, rimozioni, depistaggi, balbettii. In vista della imminente Direzione nazionale, la segreteria e i segretari regionali hanno messo a punto ieri il piano di battaglia, che pare possa essere riassunto nella parola d’ordine: apriamo la Direzione ai territori e apriamo il partito ai circoli. Che è come dire: “tutto il potere ai soviet!”. La demagogia non è solo la malattia senile della democrazia (e, a sinistra, la nostra versione del populismo). E’ uno strumento di sommo cinismo, rivolto a promettere radicali e inverosimili cambiamenti affinchè nulla cambi. Ieri sera, ho visto su YouDem le dichiarazioni dei segretari regionali all’uscita dalla riunione che ha lanciato la fase leninista del partito. Basta sentirli e guardarli per capire che, salvo poche eccezioni, la proposta di Prodi non sta in piedi. Noi abbiamo bisogno di due cose, per semplificare: di una leadership forte, perchè senza leaders forti non si va lontano nelle società ad alta comunicazione mediatica. E di un profilo chiaro e comprensibile. Il resto è fuffa. In un circolo bresciano, qualche sera fa, un militante mi ha chiesto di portare un messaggio al segretario nazionale: “digli di alzare la testa quando viene intervistato in tv e di trasmettere un’immagine di risolutezza, perchè la bonomia non basta”. Ecco un buon programma politico. Bersani deve essere e apparire un leader se vuole portarci fuori dal pantano. Non basta essere un galantuomo ed essere stato un ottimo ministro. Deve imporre la sua autorevolezza ai capicorrente e deve aprire finalmente un trasparente confronto politico. Per fare discutere e per fare decidere. Per sapere chi siamo e cosa vogliamo. Andrea Orlando ha rotto un tabù con il suo intervento sulla giustizia pubblicato da Il Foglio. Si può essere d’accordo o meno sulle sue proposte (io sono d’accordo), ma si deve riconoscere che ha aperto finalmente una discussione. Avanti così, su tutte le questioni. E presto, se non vogliamo morire di paralizzante demagogia. O di attese messianiche, fate voi.
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
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Dal 1960 sono attivo (anche se con discontinuità) nelle organizzazioni,nei circoli, nelle associazioni, nelle coop,della sinistra.
Sento la mancanza di una adeguata analisi della situazione politica( oggi, e a piu lungo termine) , della società ( classi, ceti, condizioni/mutamenti, alleanze possibili e necessarie), dell’economia e del lavoro, e della cultura, e la mancanza di una chiara e coraggiosa conseguente strategia/direzione con programma/obbiettivi “fondamentali” (prioritari e inderogabili) del PD nell’ambito del CentroSinistra.
La mancanza di un partito/coalizione che interagisca con sezioni/circoli/momenti di dibattito tematico/gruppi di studiosi, docenti, tecnici e operatori “democratici” capace di rappresentare nelle istituzioni ( cioè con rappresentanti veri, selezionati ), diritti, interessi, bisogni, esigenze, aspettative , prospettive, è oggi l’aspetto principale:
Per queste ragioni leggo volentieri le considerazioni critiche, che incoraggiano al coraggio, anche se il coraggio non basta.
Il processo è lungo e difficile, ma bisogna porsi nell’ottica di una “lunga marcia con la Costituzione”( quella che abbiamo) e con un ampio fronte democratico e popolare, fondato sull’incontro e sulla condivisione
dei diritti e dei principi sanciti nella Carta Cotituzionale .
Fara un telegramma come questo è forse troppo facile, ma ricomincio da qui.
Antonio Voltolini
Bene Pierangelo. Concordo.
Per Antonio. E’ un bene la mobilitazione dal basso. La sezione deve sicuramente tornare a parlare ai cittadini, restare aperta, fare proposte. Male non fa. Ci si possono vincere le comunali e le circoscrizionali, e fidelizzare il cittadino elettore, e trovare nuovi attivisti.
Non sfugge a me che aggregare l’universo delle nostre sezioni su queste basi in un processo dal basso è impresa ardua: vasto programma, si suol dire. Impossibile.
Io credo che tutto quello che serve, in termini di idee e di programmi, ce l’abbiamo. Magari bisogna un po’ distillare un condensato in modo efficace, con brevità e scandibile con i cosiddetti “slogan”.
Il problema a livello nazionale, in ottica elezioni, è l’uomo di carisma, che sappia parlare chiaro ed attrarre consenso, che faccia da marcia in più e non vada a rimorchio.
Serve generosità da parte nostra, a tutti i livelli, per riconocere il nostro (eventuale) Obama. Se anche ci fosse, in questo momento, farebbe fatica ad ottenere una candidatura alle provinciali, nel caso non ricoprisse un ruolo politico.
Ci vuole la generosità di porre la propria candidatura, senza schermo, senza paura di andare incontro ad un NO, nell’ottica de “Io sono qui. Fin qui arrivo. Queste sono le mie idee, le mie competenze, il mio vissuto, ciò che voglio fare. Mi candido a tutto MA sono e sarò il primo a farmi da parte se riconosco in un altro la persona più adatta allo scopo”:
Se questa persona è del PD, tanto meglio. In questo momento, se dovessi sceglierne una, direi Vendola, a patto che spenda la sua credibilità alla nostra sinistra per buttarsi a conquistare chi sta alla nostra destra. L’idea è quella: se chi sta alla nostra sinistra non vota Vendola, allora siamo proprio perduti. Bisogna sfruttare la sua capacità di comunicare per sfondare alla nostra destra.
Per scherzo, ma mica tanto (nell’ottica di cui sopra) mi candido anche io, a tutti i ruoli. A chi mi sta attorno il compito di superarmi in una gara al rialzo ed a fare bene.
Onorevole mi perdoni, Lei dice: “Dimmi chi sei e cosa vuoi fare su questo e su quello e ti voterò, se mi avrai convinto. Altrimenti, non saranno le escort e le mancate promesse del tuo avversario a spingermi verso di te. Semplicemente me ne starò a casa. Tutto qui. Da qui, solo da qui possiamo ripartire. Cioè, da noi stessi”.
Io credo in questo modus operandi dell’odierno elettore “nazional popolare”, ma richiederei allo stesso (pura utopia, ma forse non troppo) una diversa profondità.
E questa diversa profondità, tale cioè da coinvolgere in maniera intima e coinvolgente il comune senso del pudore dell’elettorato attivo, può essere data, anzi deve essere data, proprio da quell’Autorevolezza, che non è Autoritarismo, che si impone al Leader che coinvolge, affascina, in una parola “acchiappa” quell’insostenibile leggerezza dell’essere elettore, appunto.
Cioè tanto più autorevole sei nel dire, mostrarti e parlare, quanto maggiormente credibile apparirai (sempre però essendolo, altrimenti si mangia la foglia e si scopre l’inganno).
E’ quell’autorevolezza che solo chi crede profondamente nel messaggio che porta nel cuore, può diffondere agli occhi dei presenti (ed anche degli assenti per scelta o per malavoglia).
Scusi l’intrusione, ma da un circoolo della bassa bresciana, che spero non sia e non sembri mai un soviet, questo mi sento di sottolineare.
In tutta onestà, Onorevole, o come Qualcuno dice…”Francamente”!.
Caro Giuffrida, che dire? Che sono d’accordo con te, perchè parli il linguaggio della ragionevolezza, non dell’utopia. Ma, a proposito della differenza tra autorevolezza e autorità, non darmi del Lei, per favore e non chiamarmi onorevole. Almeno all’interno del nostro partito aboliamo i tratti reverenziali. E a proposito del circolo della Bassa, invitatemi per una bella discussione. A presto.