Contro il “Salva liste”
Di Pierangelo Ferrari • apr 17th, 2010 • Argomento: Interventi DocumentiIntervento alla Camera dei deputati, martedì 13 aprile 2010
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Ferrari. Ne ha facoltà.
PIERANGELO FERRARI. Signor Presidente, è davvero curiosa la condizione in cui ci troviamo oggi – non credo ci siano precedenti, perlomeno recenti – ossia quella della fase di conversione di un decreto-legge che non è servito a nulla per intervenire su ciò per cui era stato improvvisamente varato e che oggi è invece nella condizione di creare, se approvato, un rischioso precedente per le istituzioni del nostro Paese e per le norme liberali che lo regolano (o che dovrebbero regolarlo).
Comincio con una dichiarazione di stima. Poiché userò argomenti polemici nei confronti degli interlocutori del centrodestra e, in particolare, del relatore Calderisi – mi pare unico presente – lo vorrei fare facendo precedere una dichiarazione di rispetto per il diverso punto di vista. Non è formale la mia dichiarazione, perché l’onorevole Calderisi si è battuto, per la verità a lungo da solo, o quasi sempre da solo, con competenza – che gli è riconosciuta – per difendere una causa che, a mio avviso, è una causa persa, ma comunque vediamo in lui un interlocutore combattivo e una persona seria.
Dico questo perché è sostanzialmente da lui che vorrei iniziare e con la sua presa di posizione dell’inizio di marzo, che citerò tra un attimo. Questa mattina si sono sentiti brillanti interventi attorno ai nodi normativi e costituzionali. Io vorrei rimettere in campo una questione che era rimasta abbastanza in ombra questa mattina, quella della dimensione politica, per la rilevanza che ha l’evento, a nostro avviso, e la dimensione storico-politica della circostanza di cui ci stiamo occupando.
Perciò, partirei dal fatto: che cosa è accaduto, qual è l’evento che ha poi prodotto l’intervento del Governo con il decreto-legge di cui stiamo parlando oggi? Certo, è stato inefficace questo decreto-legge, ma agisce negativamente, tanto più se verrà convertito. Il fatto è molto semplice: è accaduto che il Popolo della Libertà non ha presentato la lista della provincia di Roma. Non l’ha presentata.
Infatti, se così non fosse, come si giustificano i giudizi severissimi dati dalla stampa di centrodestra? All’indomani di quell’evento Il Giornale (non l’Unità) titola «Un partito di matti» e scrive: «I soloni del partito [...] sono lì ad urlare che l’esclusione della lista è un attacco alla democrazia, ad elemosinare l’intervento dei giudici e di Napolitano. [...] Ma quale attacco, meglio sbaraccare quel mostro burocratico che si sta creando fino a che si è in tempo, fare un atto di umiltà e chiedere una grazia. Chissà mai che arrivi». Questo era Il Giornale.
Il giorno dopo Libero titola «PDdl = Polli della libertà» e scrive: «Dicono sia colpa dei radicali e forse pure del giudice che non ha chiuso un occhio sul ritardo nella presentazione delle liste. (…) Non sappiamo se ciò che è accaduto venerdì sia frutto di calcolo – noi tendiamo a non crederlo – ma di certo il risultato è di uno sfilacciamento e di una disorganizzazione che regnano sovrani». La stampa di destra conferma nei giorni successivi all’evento che si è trattato di un errore grave, consistito nella mancata presentazione della lista del Popolo della Libertà a Roma.
Del resto, lo stesso onorevole Calderisi – ecco perché l’ho citato inizialmente – il giorno successivo all’articolo e al titolo di Libero che ho citato affermò: «Il fatto si commenta da solo. Ed è evidente che non c’è solo incapacità o coglionaggine.» – mi perdonerete, ma cito tra virgolette il termine scelto, che condivido peraltro, dall’onorevole Calderisi – «C’è una questione politica di gestione e di metodo, di lotta politica interna, di liste fatte e rifatte, che non può andare avanti così. Scivolare sulle regole proprio nella regione dove hai come avversario Emma Bonino e i radicali che su questo hanno fatto la campagna e gli scioperi della fame! Ma dove ce l’hanno la testa? C’erano problemi politici? Si litigava su chi mettere in lista? Comunque, ad un certo punto dovevano dire stop e fermarsi. Nella prima repubblica si faceva così». Attenzione, all’inciso: «magari a costo di preparare due elenchi: per fare vedere agli esclusi una lista con il loro nome e presentarne un’altra». Complimenti, onorevole Calderisi, credo che questo sia un suggerimento per la sua parte politica, noi non lo facciamo.
GIUSEPPE CALDERISI, Relatore. Non c’ero io!
PIERANGELO FERRARI. «Ovviamente in tempo», precisa e prosegue l’on. Calderisi, “per presentare la lista! Il vertice del partito non potrà non affrontare e risolvere la questione». Questa era ed è la questione, per bocca della stampa di destra e dell’onorevole Calderisi. Questi i primi giudizi impietosi. Sono giudizi veri, dati non soltanto dalla stampa e dall’onorevole Calderisi, ma – come io e i miei colleghi abbiamo avuto modo di dire in Commissione Affari costituzionali – dati da ministri ed autorevoli esponenti della maggioranza di centrodestra, che hanno individuato lì un errore imperdonabile del Popolo della Libertà di Roma.
Ma… ad un certo punto, di fronte alla ricusazione dei primi ricorsi (otto sono stati poi i giudizi di ricusazione infilati uno dopo l’altro), questo errore del Pdl si trasforma improvvisamente in un reato dell’ufficio elettorale. Infatti, il decreto-legge bisognava pure «appenderlo» a qualche argomento e, quindi, l’errore diventa il gravissimo reato portato alla democrazia, di cui si sono resi responsabili i funzionari dell’ufficio elettorale. E così è stato fatto: avanti con il decreto.
Ma, a questo punto, riprendo una questione posta questa mattina dagli onorevoli Vassallo e Zaccaria: il recupero di questo strumento, forzoso e inopinato, è discutibile non soltanto perché il decreto-legge interviene su materia elettorale e non soltanto perché – come ha ricordato l’onorevole Zaccaria – interviene su materia elettorale a campagna elettorale aperta, ma è riprovevole politicamente, è un atto di arroganza politica che ha lasciato il segno e che resterà lì nella storia politica di questo Paese perchè è un decreto-legge che interviene su materia elettorale a campagna elettorale aperta a favore di una lista del partito del capo del Governo. Questa è la sostanza politica di ciò di cui stiamo occupando, la trasformazione nella versione del centrodestra di un errore in reato, l’intervento di un decreto-legge a favore di una lista del partito del capo del Governo. Questo è il vulnus portato alla democrazia, al di là delle diatribe causidiche sugli orari, sulla presenza dentro o fuori l’ufficio, in corridoio o altrove, sulla mano alzata…: «sì però c’eravamo e avevamo addirittura alzato la mano», come dsse l’onorevole Calderisi nella sua relazione in Commissione (battuta che ho apprezzato non abbia riferito più qui in Assemblea).
Dunque, siamo in presenza di questo fatto, non di altri fatti, di una forzatura politica e normativa. Ma qui si colloca la seconda rilevante questione politica che non può restare fuori da quest’Aula. In questa fase concitata tra l’errore ammesso e il reato scoperto in quei primi giorni di marzo il principale partito dell’opposizione, per bocca del suo segretario nazionale, vi aveva offerto una via d’uscita politica.
Bersani disse, quasi testualmente: riconoscete l’errore commesso nella presentazione delle liste nel Lazio e in Lombardia (si era ancora nella fase in cui il problema lombardo era aperto) e affrontiamo insieme la questione per una via d’uscita concordata. Non può rimanere in silenzio tale questione: noi non abbiamo approfittato, non abbiamo detto «avanti tutta, non se ne parla neppure»; abbiamo invece aperto uno spazio di confronto politico per trovare insieme una via d’uscita dalle condizioni che si erano determinate tanto nel Lazio quanto in Lombardia.
Qui si cita pro domo propria la firma del Capo dello Stato e la sua mail indirizzata a due tra i molti cittadini che hanno scritto sul sito del Quirinale. In quella risposta lo stesso Capo dello Stato fa riferimento alla mancata soluzione che noi avevamo offerto sul terreno della politica: “nei giorni scorsi era stata espressa preoccupazione – dice il Presidente Napolitano – anche da parte dei maggiori esponenti dell’opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere per l’abbandono dell’avversario o a tavolino; si era anche da più parti parlato della necessità di una soluzione politica”. Il Presidente Napolitano non può difendere uno schieramento politico contro un altro: è garante super partes; ma in questa stessa mail, in cui motiva peraltro le ragioni della sua firma e la legittimità della sua decisione, in qualche modo sottilea lo stato di necessità in cui si è collocato il suo intervento, per il fatto che un’altra strada avrebbe dovuto essere imboccata ma non fu imboccata, la strada che noi vi avevamo indicato e che voi non avete accolto, tra l’altro mettendo il Capo dello Stato nella condizione di una onerosa assunzione di responsabilità.
Questa è la questione di cui stiamo parlando oggi: è in dirittura d’arrivo un decreto-legge che è nato in quelle circostanze, per quelle ragioni, con quella mancata assunzione di responsabilità, che avrebbe potuto essere condivisa, senza sbreghi alle norme e al tessuto liberale, che ancora resiste, per ora, in questo Paese.
Dalla vicenda noi ricaviamo due lezioni, che non mi sembra insignificante sottolineare qui. La principale, su cui sono intervenuti la maggior parte dei commentatori e tutta la stampa, è che assistiamo con questo decreto-legge alla conferma di un costume, di una cultura, di una «incultura» istituzionale, quella della rottura delle regole del gioco quando il gioco è in corso, quella della democrazia privatizzata da un leader populista, quella delle leggi ad personam; quella cultura che ha portato, in neanche due anni di vita parlamentare e in diciotto mesi effettivi (tolti i momenti vuoti), a oltre cinquanta decreti e a oltre trenta questioni di fiducia. In questo decreto, nella decisione di assumere questa iniziativa c’è questa «incultura» istituzionale, quest’arroganza politica, questo atteggiamento, che è psicologico prima ancora che politico, verso la democrazia concepita come propria e vantaggiosa quando difende i propri interessi e la propria utilità, e come un ingombro quando è chiamata invece a regolare l’interesse di tutti e a trovare vie d’uscita condivise.
Inoltre, la seconda lezione cui ci rimanda questa vicenda – lo dico citando frasi molto polemiche, ma che mi pare fotografino la realtà – è l’immagine di una mancata classe dirigente. Dentro questa vicenda ed anche in molte altre che l’hanno preceduta e accompagnata, siamo in presenza di un fallimento, del venir meno di un costume che dovrebbe essere quello di una classe dirigente: l’immagine più eloquente è quella del Ministro della difesa che si acconcia a fare da buttafuori al servizio di Berlusconi, per impedire l’intervento di un giornalista freelance durante una conferenza stampa del capo del Governo.
Oppure, l’immagine è quella dello stesso ministro La Russa, il quale, all’indomani della mancata presentazione della lista del PdL, ha dichiarato: “sia ben chiaro che non rispondiamo delle nostre azioni”. O ancora: “sia ben chiaro che faremo di tutto – di tutto! – per far riammettere la lista”.
Siamo in presenza, quindi, di atteggiamenti assolutamente deplorevoli, che vanno ricordati e stigmatizzati in ogni occasione, e in questa in particolare. Ciò accade nel momento in cui in Parlamento si arriva alla conclusione, speriamo con la bocciatura, dell’iter di questo decreto-legge. Tuttavia, sul fatto che questo giudizio sia largamente condiviso, lo dimostra un editoriale severissimo di un uomo che non ci ha mai lesinato critiche. Mi riferisco a Ernesto Galli della Loggia, che non è certo nostro amico e che su di noi ha dato giudizi severi, relativamente ad un riformismo troppo tiepido e a una carenza di leadership. È, dunque, un commentatore politico che posso citare proprio perché non è un compagno di strada della nostra parte politica. All’indomani di questa vicenda, ricavandone la lezione che faccio mia, Ernesto Galli della Loggia scrive: Il PdL è «una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima repubblica. E tra loro, mischiati alla rinfusa – specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma – gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, gente d’ogni risma ma di nessuna capacità».
Voi potete anche vincere le elezioni, ma non potete aggirare - c’è poco da ridere – questo che è un giudizio largamente condiviso, certamente da me, per cui mi assumo la responsabilità di ripeterlo qui, facendolo mio. Immagino che nessuno pretenderà che io sia impedito nel farlo mio e nel ripeterlo. Galli della Loggia prosegue denunciando «il comando berlusconiano corazzato di un inaudito potere mediatico-finanziario» e ammonisce concludendo che “la politica non è vincere le elezioni e poi comandare, come sembra credere il nostro Presidente del Consiglio. La politica è prima avere un’idea, poi certo vincere le elezioni, ma dopo anche convincere un Paese e infine avere il gusto e la capacità di governare”. Sono tutte cose a cui Berlusconi, invece, non sembra particolarmente interessato.
Berlusconi e la sua parte politica hanno vinto le elezioni, certamente nel Lazio. Fa bene l’onorevole Lorenzin, il cui intervento questa mattina ho ascoltato e apprezzato per la pacatezza, a rivendicare, contro la giustizia dei tribunali che non hanno ammesso la lista, “la giustizia delle urne”. Certo, la collega può farlo con noi legittimamente, perché noi rispettiamo e riconosciamo la giustizia delle urne e riconosciamo che non abbiamo certo vinto noi le elezioni nel Lazio, segnando, anche lì, una differenza di stile nei confronti di chi ha voluto questo decreto-legge, segno di quella «incultura» di cui parlavo. La differenza, infatti, con Berlusconi è quella per cui quando lui perde le elezioni grida ai brogli, mentre noi prendiamo atto sia del risultato, sia della lezione che il risultato ci spedisce (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
Invia una Mail | Tutti gli Articoli di Pierangelo Ferrari
