pierangelo ferrari

L’Italia del 26 aprile

Di Pierangelo Ferrari • apr 28th, 2010 • Argomento: Note politiche, Primo Piano

Le celebrazioni del 25 aprile non sono più, da molti anni, ciò che vorremmo che fossero: una giornata identitaria, l’evento attorno al quale gli italiani celebrano uniti la riconquistata libertà e l’avvio della stagione democratica. Per la verità, la Festa della Liberazione non è mai stata la festa di tutti gli italiani. La minoranza nostalgica del fascismo e la più consistente pancia qualunquista del Paese non si sono mai riconosciute nello schieramento antifascista, quello che con linguaggio politico si chiamava “l’arco costituzionale”. Ma c’erano i partiti usciti legittimati dalla fornace della guerra a fare quadrato attorno alla memoria della Resistenza, c’erano le grandi tradizioni politiche democratiche del Novecento, la cattolico democratica e la socialista, la repubblicana e la comunista, che riconoscevano lì le proprie radici e il fondamento etico-politico della Costituzione repubblicana. Ma la prima repubblica è finita, nel modo traumatico che sappiamo, e la seconda non è veramente mai nata. Non dal punto di vista delle regole condivise, perlomeno, di quello spirito pubblico senza il quale un Paese non si riconosce in quanto tale, ma si frantuma in sottoinsiemi di territori, di etnie, di consorterie. Il 25 aprile non è più quel necessario collante.

Continua ad essere celebrato, il 25 aprile, grazie agli appelli del Capo dello Stato (fino a quando?), alla mobilitazione delle associazioni partigiane (anche qui: fino a quando?) e alla disponibilità di tante amministrazioni. Ma, non illudiamoci, il numero delle celebrazioni si va riducendo, anno dopo anno, e si va riducendo soprattutto il numero dei partecipanti. La natura stessa degli appuntamenti pubblici, soprattutto in alcune città, ha preso una piega autolesionista, con le rumorose contestazioni di minoranze antagoniste alla “casta” schierata sul palco o, in modo mirato, a questo o a quell’odiato amministratore, come è accaduto lo scorso anno a Brescia contro il sindaco Paroli, come è accaduto quest’anno a Roma contro la presidente Polverini, come accade sempre a Milano contro tutti gli oratori che non siano graditi. La conseguenza di questa deriva     è paradossale e letale: l’Italia del 26 aprile si trova sui quotidiani la rappresentazione della stupidità settaria che regala alla destra una immeritata immagine di dileggiata compostezza, piuttosto che la memoria unitaria di valori condivisi, di cui il Paese avrebbe un bisogno esiziale. Così, si rischia che l’Italia del 26 aprile sia, sempre più, indifferente e lontana dai valori celebrati appena il giorno prima.

Del resto, l’Italia del 26 aprile è il Paese in cui centinaia di cittadini di un comune della Franciacorta scrivono al  sindaco protestando perchè un loro concittadino ha pagato le rette della mensa scolastica delle famiglie disagiate e inadempienti, annunciando che anche loro vogliono essere rimborsati, in nome di una nuova e agghiacciante uguaglianza. E’ il Paese in cui il parroco dello stesso comune riserva la predica domenicale a un attacco contro il medesimo cittadino benefattore perchè “la beneficenza deve essere riservata” e non vede, quel servitore di Dio, che il gesto di generosità doveva essere pubblico proprio per testimoniare, a viso aperto, il rifiuto di accettare il muro di cinica indifferenza che aveva isolato quelle famiglie. Questa è l’Italia in cui si allentano, giorno dopo giorno,  legami sociali un tempo solidi e si slabbrano antiche culture. Tira una brutta aria nel nostro Paese e, non meno, nel nostro continente. Già, perchè in questo passaggio non possiamo neppure mettere in conto quel “fattore esterno” che tante volte ci ha rimesso in piedi: l’Europa non sta meglio di noi. Questa volta siamo soli con i nostri problemi.

Se la condizione del nostro tempo e del nostro Paese si avvicina, perlomeno, alla mia preoccupata lettura, allora il PD deve alzare la testa e ritrovare presto, nel suo gruppo dirigente, quella intesa forte e consapevole che sembra essersi smarrita. E’ qui che volevo andare a parare. Così non va. Forse hanno ragione Giancarlo Onger e Francesco Rossi, commentando l’intervento precedente, a dire che non ci mancano proposte e credibilità, ma è altrettanto vero, come tutti sanno, che ci manca la capacità di parlare al Paese, di rincuorare e di mobilitare, attorno al 25 aprile, una nuova Italia, su un nuovo progetto di Stato e su nuovo modello sociale. Perchè la vecchia Italia, quella dei soci fondatori, che si ritrova ogni anno a celebrare la Liberazione è ormai irrimediabilmente minoritaria. 

Strumenti di diffusione:
  • PDF
  • Facebook
  • Twitter
  • email
  • Google Bookmarks
  • del.icio.us

Pierangelo Ferrari è Parlamentare del Partito Democratico alla Camera dei Deputati
Invia una Mail | Tutti gli Articoli di Pierangelo Ferrari

8 Commenti »

  1. “Ci manca la capacità di parlare al Paese …”?
    Esagero se dico che ci manca perchè ci siamo appiattiti sugli e sul ruolo di amministratori? Ognuno bravino nelle sue cosette; tutti incapaci di andare al di là dei propri confini, per miopia, gelosie, rivalità meschine. L’esempio viene dall’alto.
    Dov’è stato il PD, i suoi parlamentari, i suoi dirigenti e i suoi amministratori bravini sul caso di Adro?
    Silenzio.
    Colpetti alla botte e al cerchio.
    E dove le trovi le energie se non prefiguri una Italia diversa e nuova?
    Ciao
    Pier Luigi

  2. Difficile obiettare alla tua osservazione di fondo. Voglio solo fare una precisazione, che del resto non smentisce il quadro generale che tracci: il caso di Adro è stato sollevato da noi, con una interrogazione parlamentare mia e di Corsini del 19 novembre dello scorso anno (!) e con una successiva conferenza stampa. Siamo stati noi a rendere noto il caso alla stampa nazionale e sul territorio è stato il PD a organizzare la protesta. Il fatto è che non basta opporsi e protestare, se non hai, a tua volta, un modello sociale da contrapporre, un’idea di futuro da coltivare. Questo è il punto debole del PD. Non basta esserci e farsi sentire, bisogna soprattutto fare arrivare agli italiani un messaggio chiaro su ciò che siamo e su ciò che vogliamo.

  3. Pierangelo, oggi il Bresciaoggi pubblica una mia lettera aperta a Bersani sul caso Adro. Ho cercato di farla avere all’Unità, a Repubblica, ma mi hanno rimbalzato. Eppure, non dico perché l’ho scritta io, mi sembra interessante. Se riesci a portargli il giornale o se hai bisogno di un PDF, mi pare giusto che sappia che viene chiamato in causa. Oltretutto c’è una proposta che, conoscendo la tua disponibità a girare per i circoli, ti piacerà sicuramente.
    Quanto dici sopra su Adro è perfetto, non commento oltre, a parte che mi sarebbe piaciuta da parte del PD locale di Adro più esposizione mediatica: la sua voce non si è sentita.
    Vivo a Coccaglio, qui abbiamo un sindaco leghista già assunto all’onore (?) delle cronache per altra vicenda. Eppure era in piazza con tutta la cittadinanza domenica ed ha tenuto un discorso condivisibile all’auditorium pubblico, prima di uno spettacolo teatrale dei ragazzi delle medie sull’eccidio di Coccaglio del 26 aprile 1945.
    Ho parlato con il segretario dell’ANPI locale, il candidato sindaco della lista di sinistra alternativa che ci ha fatto perdere il comune un anno fa. Domani gli porto i dati miei e di qualcun altro per fare la tessera junior dell’ANPI, che costa solo 12 euro. Informatevi e diffondete. Come vedete non ovunque il tessuto sociale è compromesso (per lo meno non del tutto).
    Aggiungo che è difficile parlare al paese quando i media sono tutti dall’altra parte o quasi. Per questo dobbiamo fare di più ed impegnarci.

  4. E non hai citato le indegne provocazioni di gruppettini, si fanno chiamare “collettivi”, che da alcuni anni fanno nei confronti dei partigiani della Brigata Ebraica .
    Provocazioni che avvengono all’interno delle nostre manifestazioni del 25 aprile. E noi non siamo più capaci di respingerle.

    Per il resto c’è poco da dire: siamo percepiti (e quindi siamo) sempre più lontani dal sentimento comune, in particolare, anche se non solo, da quello dei giovani. Ed i tentativi che facciamo per recuperare un rapporto con il mondo giovanile, quasi sempre è il più inutile, è quelle delle prediche, quello de “i giovani hanno perso i valori”.
    La risposta che una forza politica deve dare è di linee politiche definite (con la discussione ed il voto) e di idealità condivise e contemporanee (qui possiamo imparare qualcosa da Zapatero e da Obama).
    Ora pare che il Pd abbia deciso di affrontare la prima questione con serietà. E’ già qualcosa, anzi se ci riusciremo sarà molto.

  5. Per carità, che non si giunga però paradossalmente a dover celebrare il 26 aprile, come potrebbe invero apparire, suo malgrado (anche se ironicamente mi pare sia proprio questo che voglia far trapelare) dal “pezzo di Pierangelo.
    Già, il 26 aprile, come il giorno in cui si festeggia l’affrancamento dall’ideologica appartenenza di una solenne ricorrenza nel ricordo dei veri valori fondanti la stessa Carta Costituzionale, ed in memoria invece della dichiarata contrapposta appartenenza all’oblio dai valori medesimi. Un punto di non ritorno per le fiuture generazioni.
    Siamo qui e dobbiamo esserci sempre di più, con ansie ed angosce, gioie e speranze. Certi sempre di fare il nostro dovere e guardando piuttosto la trave nei nostri occchi prima che la pagliuzza in quella degli altri.
    Mi perdonerete, ma io batto sempre lì. Ci sono tanti nostri bravi amministratori che per il sol desiderio di amministrare sacrificano la gallina di domani al pur buon uovo di oggi.
    Liberi di pensarlo, ma così le nostre idee sfumano nel nulla, perche in tante realtà locali ciò che si porta avanti è l’agglomerato alchimico steso ad hoc per una “lista civica” o “di coalizione” vincente, con bona pace del simbolino (e delle sue idee), quelle del PD che vorremmo.
    Io nella Politica e nel mio sentire PD, non già per essere un confluito o un confluente (e non lo sono), voglio metterci la faccia, anche a costo delle sberle. Certo dell’onestà che un giorno, anche una sola vecchietta o giovanotto, mi vorranno riconoscere.
    Quella sarà la mia vittoria.
    Parlo del PD, si intende.

  6. Ovviamente, essendo persona intelligente, ha ragione sulla sostanza il mio amico Pier Luigi. Ma il problema non è solo”esserci”. Spesso ci siamo, pur con tutti i nostri limiti: ad Adro, come a Coccaglio, ecc. Con quali risultati? Se guardiamo i dati delle elezioni regionali di Coccaglio, vediamo come la Lega abbia avuto un grande incremento di voti. E, se ci fosse una consultazione elettorale ravvicinata, la stessa cosa accadrebbe molto probabilmente ad Adro. Perchè? Credo che dipenda dal “come” ci siamo e soprattutto da “cosa” diciamo o taciamo. Se non riusciremo a definire al più presto una linea chiara e comprensibile sul tema della sicurezza(e dell’immigrazione), su cui la Lega e il centrodestra lucrano una quota molto rilevante di consensi, continueremo ad annaspare e a regalare immense praterie ai nostri avversari.
    Magari dovremmo imparare da qualche nostro amministratore, come l’ ex primo cittadino di Padova o il neo-eletto sindaco di Lecco, che hanno prospettato( e nel caso di Padova applicato) soluzioni vincenti.
    Per costruire un progetto politico complessivo e convincente ci vogliono certo molte altre cose importanti. Ma da qualche parte bisognerà pur partire. E il binomio immigrazione- sicurezza mi pare una delle questioni più urgenti da affrontare, se non v ogliamo ritrovarci pernnemente sulla difensiva e continuare a pagare un prezzo molto alto in termini di consenso.

  7. Sono del direttivo PD di Coccaglio e, chiamato in causa, intervengo. Ovviamente a titolo personale. La nostra lista, cui il PD partecipa ma non da solo, ha perso la guida del paese dopo una continuità durata decenni. Ovviamente il colore da cui sfuma il PD da queste parti è più il bianco del rosso.
    Coccaglio è stato uno dei paesi meglio amministrati fino all’anno scorso. Lo ha dovuto persino scrivere la Lega/PDL nel bilancio di previsione per l’anno in corso. Anche a causa di litigi con un’altra lista di sinistra che non cito, siamo andati divisi alle elezioni. Beghe da cortile, letteralmente, fondate oltretutto su questioni in larga parte personali: cose incapibili dall’elettorato medio. E’ vero che per litigare bisogna essere in due, ma per divorziare basta uno e quelli han divorziato. Per cui abbiamo perso, arrivando secondi dietro la Lega/PDL che comunque non ha conquistato alle comunali la maggioranza assoluta.
    Abituati ad avere tutte le leve comunicative in mano (assessorati), ancora frastornati dalla batosta, siamo andati in bambola. Aggiungiamo l’onda lunga leghista sia locale che nazionale e… si capisce la bastosta elettorale del PD alle regionali.
    In ogni caso qui c’è sempre stata differenza tra le comunali e le altre elezioni, e siamo già al lavoro duramente da gennaio. Prima in modo troppo autoreferenziale, adesso ci stiamo aprendo (anche se in ritardo, lo ammetto, andava fatto prima delle elezioni). C’è stato un forte ricambio generazionale nel direttivo, ed i nostri fuoriclasse ci sono ancora tutti, en reserve!
    Io sono ottimista, consapevole che il lavoro sarà lungo. Fateci un in bocca al lupo!

  8. Tra le altre cose conduco molti incontri di formazione con insegnanti. E non solo. Uso spesso le parole chiave come stimolo per la discussione e il confronto. E no solo. Le uso anche come sintesi dei concetti e delle idee che emergono dalla discussione e dal confronto. La proposta di mettere a fuoco dieci parole chiave mi sembra buona. Dieci parole accompagnate da quattro righe esplicative. Il prodotto sarà direttamente proporzionale alla capacità di tutti noi, e non di un sostantivo come “partito” che senza le persone attive perde significato, di cominciare a discutere sui problemi evitando l’esercizio delle MM (sta per masturbazioni mentali), individuando, con grande capacità di sintesi, quelle dieci parole di cui sopra (ma anche sette è un bel numero evocativo). D’altra parte Howard Gardner, professore di Scienze cognitive e dell’educazione all’Università di Harvard, nella sua opera “Cinque chiavi per il futuro” (Feltrinelli), individua proprio nell’intelligenza sintetitca una delle cinque chiavi. Naturalmente per giungere alla sintesi “occorre fondere insieme elementi che in origine erano disparati o distinti”. Non so se è il caso del PD, ma mi sembra che manchino le persone che riescano a fondere le esperienze in idee e in azioni per creare un circolo virtuale: dal pensiero all’azione e viceversa. Con la consapevolezza che sempre Gardner ci ricorda: ” … la sintesi non è la stessa cosa di una strategia applicata con successo, ma può esserne senz’altro il fondamentale punto di partenza”. Tra queste dieci mi piacerebbe trovare la parola diseguaglianza esplicandola con le parole di un grande pensatore liberale, Ralf Dahrendorf: “Io penso che in realtà la diseguaglianza sia un elemento della libertà. Una società libera lascia molto spazio alle differenze tra gli uomini, e non solo quelle di carattere, ma anche a quello di grado. La diseguaglianza non è più compatibile con la libertà quando i privilegiati possono negare i diritti di partecipazione degli svantaggiati, ovvero quando gli svantaggiati restano ni fatti del tutto esclusi dalla partecipazione al processo sociale, economico e politico”. E’ un semplice esempio di come come potremmo mettere a punto il decalogo del PD con il contributo attivo dei militanti, tutti i militanti, e non solo dei maitre a penser . Di tutti quei militanti che saranno poi chiamati a declinare nella realtà quotidiana i principi del decalogo.
    Buon Primo Maggio.

Lascia un Commento