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	<title>Pierangelo Ferrari &#187; Interventi Documenti</title>
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	<description>parlamentare del partito democratico alla camera dei deputati</description>
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		<title>Contro il &#8220;Salva liste&#8221;</title>
		<link>http://www.pierangeloferrari.it/2010/04/17/contro-il-salva-liste/</link>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 13:48:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierangelo Ferrari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervento alla Camera dei deputati, martedì 13 aprile 2010
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l&#8217;onorevole Ferrari. Ne ha facoltà.
PIERANGELO FERRARI. Signor Presidente, è davvero curiosa la condizione in cui ci troviamo oggi &#8211; non credo ci siano precedenti, perlomeno recenti &#8211; ossia quella della fase di conversione di un decreto-legge che non è servito a nulla per intervenire su ciò per cui era stato improvvisamente varato e che oggi è invece nella condizione di creare, se approvato, un rischioso precedente per le istituzioni del nostro Paese e per le norme liberali che lo regolano (o che dovrebbero regolarlo).
Comincio con una dichiarazione di stima. Poiché userò argomenti polemici nei confronti degli interlocutori del centrodestra e, in particolare, del relatore Calderisi &#8211; mi pare unico presente &#8211; lo vorrei fare facendo precedere una dichiarazione di rispetto per il diverso punto di vista. Non è formale la mia dichiarazione, perché l&#8217;onorevole Calderisi si è battuto, per la verità a lungo da solo, o quasi sempre da solo, con competenza &#8211; che gli è riconosciuta &#8211; per difendere una causa che, a mio avviso, è una causa persa, ma comunque vediamo in lui un interlocutore combattivo e una persona seria.
Dico questo perché è sostanzialmente da lui che vorrei iniziare e con la sua presa di posizione dell&#8217;inizio di marzo, che citerò tra un attimo. Questa mattina si sono sentiti brillanti interventi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p id="sed0305.stenografico.tit00060.sub00010.int00010"><em><strong>Intervento alla Camera dei deputati, martedì 13 aprile 2010</strong></em></p>
<p><a title="Vai alla scheda personale: LEONE Antonio" href="http://www.camera.it/29?idLegislatura=16&amp;shadow_deputato=50447&amp;webType=Normale">PRESIDENTE</a>. È iscritto a parlare l&#8217;onorevole Ferrari. Ne ha facoltà.</p>
<p id="sed0305.stenografico.tit00060.sub00010.int00020"><a title="Vai alla scheda personale: FERRARI Pierangelo" href="http://www.camera.it/29?idLegislatura=16&amp;shadow_deputato=301461&amp;webType=Normale">PIERANGELO FERRARI</a>. Signor Presidente, è davvero curiosa la condizione in cui ci troviamo oggi &#8211; non credo ci siano precedenti, perlomeno recenti &#8211; ossia quella della fase di conversione di un decreto-legge che non è servito a nulla per intervenire su ciò per cui era stato improvvisamente varato e che oggi è invece nella condizione di creare, se approvato, un rischioso precedente per le istituzioni del nostro Paese e per le norme liberali che lo regolano (o che dovrebbero regolarlo).<br />
Comincio con una dichiarazione di stima. Poiché userò argomenti polemici nei confronti degli interlocutori del centrodestra e, in particolare, del relatore Calderisi &#8211; mi pare unico presente &#8211; lo vorrei fare facendo precedere una dichiarazione di rispetto per il diverso punto di vista. Non è formale la mia dichiarazione, perché l&#8217;onorevole Calderisi si è battuto, per la verità a lungo da solo, o quasi sempre da solo, con competenza &#8211; che gli è riconosciuta &#8211; per difendere una causa che, a mio avviso, è una causa persa, ma comunque vediamo in lui un interlocutore combattivo e una persona seria.<br />
Dico questo perché è sostanzialmente da lui che vorrei iniziare e con la sua presa di posizione dell&#8217;inizio di marzo, che citerò tra un attimo. Questa mattina si sono sentiti brillanti interventi attorno ai nodi normativi e costituzionali. Io vorrei rimettere in campo una questione che era rimasta abbastanza in ombra questa mattina, quella della dimensione politica, per la rilevanza che ha l&#8217;evento, a nostro avviso, e la dimensione storico-politica della circostanza di cui ci stiamo occupando.<br />
Perciò, partirei dal fatto: che cosa è accaduto, qual è l&#8217;evento che ha poi prodotto l&#8217;intervento del Governo con il decreto-legge di cui stiamo parlando oggi? Certo, è stato inefficace questo decreto-legge, ma agisce negativamente, tanto più se verrà convertito. Il fatto è molto semplice: è accaduto che il Popolo della Libertà non ha presentato la lista della provincia di Roma. Non l&#8217;ha presentata.<br />
Infatti, se così non fosse, come si giustificano i giudizi severissimi dati dalla stampa di centrodestra? All&#8217;indomani di quell&#8217;evento <em>Il Giornale</em> (non <em>l&#8217;Unità)</em> titola <em>«Un partito di matti»</em> e scrive: <em>«I soloni del partito</em> [...] <em>sono lì ad urlare che l&#8217;esclusione della lista è un attacco alla democrazia, ad elemosinare l&#8217;intervento dei giudici e di Napolitano.</em> [...] <em>Ma quale attacco, meglio sbaraccare quel mostro burocratico che si sta creando fino a che si è in tempo, fare un atto di umiltà e chiedere una grazia. Chissà mai che arrivi»</em>. Questo era <em>Il Giornale</em>.<br />
Il giorno dopo <em>Libero</em> titola <em>«PDdl = Polli della libertà»</em> e scrive: <em>«Dicono sia colpa dei radicali e forse pure del giudice che non ha chiuso un occhio sul ritardo nella presentazione delle liste.</em> (&#8230;) <em>Non sappiamo se ciò che è accaduto venerdì sia frutto di calcolo &#8211; noi tendiamo a non crederlo &#8211; ma di certo il risultato è di uno sfilacciamento e di una disorganizzazione che regnano sovrani»</em>. La stampa di destra conferma nei giorni successivi all&#8217;evento che si è trattato di un errore grave, consistito nella mancata presentazione della lista del Popolo della Libertà a Roma.<br />
Del resto, lo stesso onorevole Calderisi &#8211; ecco perché l&#8217;ho citato inizialmente &#8211; il giorno successivo all&#8217;articolo e al titolo di <em>Libero</em> che ho citato affermò: «<em>Il fatto si commenta da solo. Ed è evidente che non c&#8217;è solo incapacità o coglionaggine.»</em> &#8211; mi perdonerete, ma cito tra virgolette il termine scelto, che condivido peraltro, dall&#8217;onorevole Calderisi &#8211; <em>«C&#8217;è una questione politica di gestione e di metodo, di lotta politica interna, di liste fatte e rifatte,  che non può andare avanti così. Scivolare sulle regole proprio nella regione dove hai come avversario Emma Bonino e i radicali che su questo hanno fatto la campagna e gli scioperi della fame! Ma dove ce l&#8217;hanno la testa? C&#8217;erano problemi politici? Si litigava su chi mettere in lista? Comunque, ad un certo punto dovevano dire stop e fermarsi. Nella prima</em> <em>repubblica si faceva così»</em>. Attenzione, all&#8217;inciso: <em>«magari a costo di preparare due elenchi: per fare vedere agli esclusi una lista con il loro nome e presentarne un&#8217;altra»</em>. Complimenti, onorevole Calderisi, credo che questo sia un suggerimento per la sua parte politica, noi non lo facciamo.</p>
<p id="sed0305.stenografico.tit00060.sub00010.int00030"><a title="Vai alla scheda personale: CALDERISI Giuseppe" href="http://www.camera.it/29?idLegislatura=16&amp;shadow_deputato=22470&amp;webType=Normale">GIUSEPPE CALDERISI</a>, <em>Relatore</em>. Non c&#8217;ero io!</p>
<p><a title="Vai alla scheda personale: FERRARI Pierangelo" href="http://www.camera.it/29?idLegislatura=16&amp;shadow_deputato=301461&amp;webType=Normale">PIERANGELO FERRARI</a>. <em>«Ovviamente in tempo»,</em> precisa e prosegue l&#8217;on. Calderisi, <em>&#8220;per presentare la lista! Il vertice del partito non potrà non affrontare e risolvere la questione»</em>. Questa era ed è la questione, per bocca della stampa di destra e dell&#8217;onorevole Calderisi. Questi i primi giudizi impietosi. Sono giudizi veri, dati non soltanto dalla stampa e dall&#8217;onorevole Calderisi, ma &#8211; come io e i miei colleghi abbiamo avuto modo di dire in Commissione Affari costituzionali &#8211; dati da ministri ed autorevoli esponenti della maggioranza di centrodestra, che hanno individuato lì un errore imperdonabile del Popolo della Libertà di Roma.<br />
Ma&#8230; ad un certo punto, di fronte alla ricusazione dei primi ricorsi (otto sono stati poi i giudizi di ricusazione infilati uno dopo l&#8217;altro), questo errore del Pdl si trasforma improvvisamente in un reato dell&#8217;ufficio elettorale. Infatti, il decreto-legge bisognava pure «appenderlo» a qualche argomento e, quindi, l&#8217;errore diventa il gravissimo reato portato alla democrazia, di cui si sono resi responsabili i funzionari dell&#8217;ufficio elettorale. E così è stato fatto: avanti con il decreto.</p>
<p> Ma, a questo punto, riprendo una questione posta questa mattina dagli onorevoli Vassallo e  Zaccaria: il recupero di questo strumento, forzoso e inopinato, è discutibile non soltanto perché il decreto-legge interviene su materia elettorale e non soltanto perché &#8211; come ha ricordato l&#8217;onorevole Zaccaria &#8211; interviene su materia elettorale a campagna elettorale aperta, ma è riprovevole politicamente, è un atto di arroganza politica che ha lasciato il segno e che resterà lì nella storia politica di questo Paese perchè è un decreto-legge che interviene su materia elettorale a campagna elettorale aperta a favore di una lista del partito del capo del Governo. Questa è la sostanza politica di ciò di cui stiamo occupando,  la trasformazione nella versione del centrodestra di un errore in reato, l&#8217;intervento di un decreto-legge a favore di una lista del partito del capo del Governo. Questo è il <em>vulnus</em> portato alla democrazia, al di là delle diatribe causidiche sugli orari, sulla presenza dentro o fuori l&#8217;ufficio, in corridoio o altrove, sulla mano alzata&#8230;: <em>«sì però c&#8217;eravamo e avevamo addirittura alzato la mano»,</em> come dsse l&#8217;onorevole Calderisi nella sua relazione in Commissione (battuta che ho apprezzato non abbia riferito più qui in Assemblea).<br />
Dunque, siamo in presenza di questo fatto, non di altri fatti, di una forzatura politica e normativa. Ma qui si colloca la seconda rilevante questione politica che non può restare fuori da quest&#8217;Aula. In questa fase concitata tra l&#8217;errore ammesso e il reato scoperto in quei primi giorni di marzo il principale partito dell&#8217;opposizione, per bocca del suo segretario nazionale, vi aveva offerto una via d&#8217;uscita politica.<br />
Bersani disse, quasi testualmente: riconoscete l&#8217;errore commesso nella presentazione delle liste nel Lazio e in Lombardia (si era ancora nella fase in cui il problema lombardo era aperto) e affrontiamo insieme la questione per una via d&#8217;uscita concordata. Non può rimanere in silenzio tale questione: noi non abbiamo approfittato, non abbiamo detto «avanti tutta, non se ne parla neppure»; abbiamo invece aperto uno spazio di confronto politico per trovare insieme una via d&#8217;uscita dalle condizioni che si erano determinate tanto nel Lazio quanto in Lombardia.<br />
Qui si cita <em>pro domo propria</em> la firma del Capo dello Stato e la sua <em>mail</em> indirizzata a due tra i molti cittadini che hanno scritto sul sito del Quirinale. In quella risposta lo stesso Capo dello Stato fa riferimento alla mancata soluzione che noi avevamo offerto sul terreno della politica: <em>&#8220;nei giorni scorsi era stata espressa preoccupazione</em> &#8211; dice il Presidente Napolitano &#8211; <em>anche da parte dei maggiori esponenti dell&#8217;opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere per l&#8217;abbandono dell&#8217;avversario o a tavolino; si era anche da più parti parlato della necessità di una soluzione politica&#8221;.</em> Il Presidente Napolitano non può difendere uno schieramento politico contro un altro: è garante <em>super partes</em>; ma in questa stessa <em>mail,</em> in cui motiva peraltro le ragioni della sua firma e la legittimità della sua decisione, in qualche modo sottilea lo stato di necessità in cui si è collocato il suo  intervento,  per il fatto che un&#8217;altra strada avrebbe dovuto essere imboccata ma non fu imboccata, la strada che noi vi avevamo indicato e che voi non avete accolto, tra l&#8217;altro mettendo il Capo dello Stato nella condizione di una onerosa assunzione di responsabilità.<br />
Questa è la questione di cui stiamo parlando oggi: è in dirittura d&#8217;arrivo un decreto-legge che è nato in quelle circostanze, per quelle ragioni, con quella mancata assunzione di responsabilità, che avrebbe potuto essere condivisa, senza sbreghi alle norme e al tessuto liberale, che ancora resiste, per ora, in questo Paese.<br />
Dalla vicenda noi ricaviamo due lezioni, che non mi sembra insignificante sottolineare qui. La principale, su cui sono intervenuti la maggior parte dei commentatori e tutta la stampa, è che assistiamo con questo decreto-legge alla conferma di un costume, di una cultura, di una «incultura» istituzionale, quella della rottura delle regole del gioco quando il gioco è in corso, quella della democrazia privatizzata da un leader populista, quella delle leggi <em>ad personam</em>; quella cultura che ha portato, in neanche due anni di vita parlamentare e in diciotto mesi effettivi (tolti i momenti vuoti), a oltre cinquanta decreti e a oltre trenta questioni di fiducia. In questo decreto, nella decisione di assumere questa iniziativa c&#8217;è questa «incultura» istituzionale, quest&#8217;arroganza politica, questo atteggiamento, che è psicologico prima ancora che politico, verso la democrazia concepita come propria e vantaggiosa quando difende i propri interessi e la propria utilità, e come un ingombro quando è chiamata invece a regolare l&#8217;interesse di tutti e a trovare vie d&#8217;uscita condivise.<br />
Inoltre, la seconda lezione cui ci rimanda questa vicenda &#8211; lo dico citando frasi molto polemiche, ma che mi pare fotografino la realtà &#8211; è l&#8217;immagine di una mancata classe dirigente. Dentro questa vicenda ed anche in molte altre che l&#8217;hanno preceduta e accompagnata, siamo in presenza di un fallimento, del venir meno di un costume che dovrebbe essere quello di una classe dirigente: l&#8217;immagine più eloquente è quella del Ministro della difesa che si acconcia a fare da buttafuori al servizio di Berlusconi, per impedire l&#8217;intervento di un giornalista <em>freelance</em> durante una conferenza stampa del capo del Governo.<br />
Oppure, l&#8217;immagine è quella dello stesso ministro La Russa, il quale, all&#8217;indomani della mancata presentazione della lista del PdL, ha dichiarato:<em> &#8220;sia ben chiaro che non rispondiamo delle nostre azioni&#8221;.</em> O ancora: <em>&#8220;sia ben chiaro che faremo di tutto &#8211; di tutto! &#8211; per far riammettere la lista&#8221;.<br />
</em>Siamo in presenza, quindi, di atteggiamenti assolutamente deplorevoli, che vanno ricordati e stigmatizzati in ogni occasione, e in questa in particolare. Ciò accade nel momento in cui in Parlamento si arriva alla conclusione, speriamo con la bocciatura, dell&#8217;iter di questo decreto-legge. Tuttavia, sul fatto che questo giudizio sia largamente condiviso, lo dimostra un editoriale severissimo di un uomo che non ci ha mai lesinato critiche. Mi riferisco a Ernesto Galli della Loggia, che non è certo nostro amico e che su di noi ha dato giudizi severi, relativamente ad un riformismo troppo tiepido e a una carenza di <em>leadership</em>. È, dunque, un commentatore politico che posso citare proprio perché non è un compagno di strada della nostra parte politica. All&#8217;indomani di questa vicenda, ricavandone la lezione che faccio mia, Ernesto Galli della Loggia scrive: Il PdL è <em>«una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz&#8217;ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima repubblica. E tra loro, mischiati alla rinfusa &#8211; specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma &#8211; gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, gente d&#8217;ogni risma ma di nessuna capacità».</em><br />
Voi potete anche vincere le elezioni, ma non potete aggirare -  c&#8217;è poco da ridere &#8211; questo che è un giudizio largamente condiviso, certamente da me, per cui mi assumo la responsabilità di ripeterlo qui, facendolo mio. Immagino che nessuno pretenderà che io sia impedito nel farlo mio e nel ripeterlo. Galli della Loggia prosegue denunciando <em>«il comando berlusconiano corazzato di un inaudito potere mediatico-finanziario»</em> e ammonisce concludendo che <em>&#8220;la politica non è vincere le elezioni e poi comandare, come sembra credere il nostro Presidente del Consiglio. La politica è prima avere un&#8217;idea, poi certo vincere le elezioni, ma dopo anche convincere un Paese e infine avere il gusto e la capacità di governare&#8221;</em>. Sono tutte cose a cui Berlusconi, invece, non sembra particolarmente interessato.<br />
Berlusconi e la sua parte politica hanno vinto le elezioni, certamente nel Lazio. Fa bene l&#8217;onorevole Lorenzin, il cui intervento questa mattina ho ascoltato e apprezzato per la pacatezza, a rivendicare, contro la giustizia dei tribunali che non hanno ammesso la lista, <em>&#8220;la giustizia delle urne&#8221;.</em> Certo, la collega può farlo con noi legittimamente, perché noi rispettiamo e riconosciamo la giustizia delle urne e riconosciamo che non abbiamo certo vinto noi le elezioni nel Lazio, segnando, anche lì, una differenza di stile nei confronti di chi ha voluto questo decreto-legge, segno di quella «incultura» di cui parlavo. La differenza, infatti, con Berlusconi è quella per cui  quando lui perde le elezioni grida ai brogli, mentre noi prendiamo atto sia del risultato, sia della lezione che il risultato ci spedisce <em>(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)</em>.</p>
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		<title>Dieci ragioni per sostenere Ignazio Marino</title>
		<link>http://www.pierangeloferrari.it/2009/09/07/dieci-ragioni-per-sostenere-ignazio-marino/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 18:14:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierangelo Ferrari</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1) Noi sostenitori bresciani della candidatura di Ignazio Marino abbiamo grande stima di Bersani e di Franceschini, ma rileviamo che a loro sostegno si sono subito schierati dei gruppi organizzati, non solo singoli iscritti ed elettori. Le correnti ereditate dal passato si sono riprodotte nel nuovo partito. La candidatura del senatore Marino nasce al di fuori e contro queste logiche, che hanno fin qui paralizzato il PD. In ciò consiste per noi il principale valore della sua candidatura.
2) La stessa scelta dello slogan con cui egli ha voluto dare un&#8217;identità alla sua candidatura, VIVI IL PD, CAMBIA L&#8217;ITALIA, indica concretamente il nostro impegno: per cambiare l&#8217;Italia bisogna fare vivere il PD. Vivere, non sopravvivere. Un partito vivo è quello in cui iscritti ed elettori sono chiamati a partecipare attivamente alla discussione e alle decisioni, mentre fin qui gli aderenti al PD hanno assistito passivamente alle contese delle correnti e dei capicorrente.
 3) E&#8217; questo il vero radicamento di cui il PD ha bisogno. Il PD ha bisogno che i Circoli siano fatti contare, che non siano considerati solo terminali organizzativi per le Feste e per le campagne elettorali. Un partito è radicato solo se è vivo, se i suoi iscritti e i suoi elettori sono coinvolti nelle scelte, se sono chiamati a dire la loro e se, sulle questioni più rilevanti, le loro opinioni diventano decisioni. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">1) Noi sostenitori bresciani della candidatura di Ignazio Marino abbiamo grande stima di Bersani e di Franceschini, ma rileviamo che a loro sostegno si sono subito schierati dei gruppi organizzati, non solo singoli iscritti ed elettori. Le correnti ereditate dal passato si sono riprodotte nel nuovo partito. La candidatura del senatore Marino nasce<strong> al<em> </em>di</strong> <strong>fuori e contro queste logiche</strong>, che hanno fin qui paralizzato il PD. In ciò consiste per noi il principale valore della sua candidatura.</p>
<p style="text-align: justify;">2) La stessa scelta dello slogan con cui egli ha voluto dare un&#8217;identità alla sua candidatura, <em>VIVI IL PD,</em> <em>CAMBIA L&#8217;ITALIA,</em> indica concretamente il nostro impegno: <strong>per cambiare l&#8217;Italia bisogna fare vivere il PD</strong>. Vivere, non sopravvivere. Un partito vivo è quello in cui iscritti ed elettori sono chiamati a partecipare attivamente alla discussione e alle decisioni, mentre fin qui gli aderenti al PD hanno assistito passivamente alle contese delle correnti e dei capicorrente.</p>
<p style="text-align: justify;"> 3) E&#8217; questo <strong>il vero radicamento</strong> di cui il PD ha bisogno. Il PD ha bisogno che i Circoli siano fatti contare, che non siano considerati solo terminali organizzativi per le Feste e per le campagne elettorali. Un partito è radicato solo se è vivo, se i suoi iscritti e i suoi elettori sono coinvolti nelle scelte, se sono chiamati a dire la loro e se, sulle questioni più rilevanti, le loro opinioni diventano decisioni. Il senatore Marino ha preso questo impegno e noi gli crediamo.</p>
<p style="text-align: justify;"> 4) Gli crediamo perché <strong>è libero da condizionamenti</strong>, da accordi e da pesanti eredità. Non si tratta di confrontare la personale credibilità dei tre candidati, che sono tutti uomini degni di guidare il PD. Si tratta di guardare alla realtà di un partito in costruzione che non si è ancora liberato, soprattutto al Sud, dai vincoli clientelari e correntizi che ne condizionano l&#8217;azione e l&#8217;immagine. Il senatore Marino non ha dietro di sé un partito delle tessere: <strong>la sua debolezza è la sua forza</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"> 5) Crediamo soprattutto all&#8217;impegno che egli ha preso, da cattolico praticante, sul Vangelo di Matteo: <em>&#8220;le tue parole siano sì sì, no no&#8221;.</em> Il Partito Democratico ha rivelato, fin qui, una grande difficoltà a decidere. <em>&#8220;Sulle questioni economiche e sociali, sui temi eticamente sensibili, su tutto il PD deve avere una propria chiara</em> <em>posizione, senza confusioni e rinvii&#8221;,</em> ha ribadito con forza il senatore Marino. Noi lo sosteniamo in questo impegno fondamentale per il futuro del PD.</p>
<p style="text-align: justify;"> 6) Ci ha convinto il programma con cui ha presentato la sua candidatura alla guida del PD. Non solo perché ci troviamo una risposta ai problemi del Paese, ma soprattutto perché il suo programma è fondato sul <strong>valore della libertà. </strong><em>Libertà </em>deve tornare ad essere una parola nostra. Il centrosinistra italiano porta la responsabilità di avere abbandonato il tema della libertà nelle mani di Berlusconi, che ne ha fatto un uso strumentale. E&#8217; giunto il momento di riprenderci ciò che è nostro.</p>
<p style="text-align: justify;"> 7) Il valore della libertà si realizza, innanzitutto, sposando integralmente il <strong>costume della laicità</strong>. Il senatore Marino, con la sua battaglia in difesa della dignità di ogni essere umano messo di fronte alle scelte sulla fine della propria vita, ha dimostrato di avere a cuore il tema della laicità, che è il rifiuto, senza se e senza ma, di imporre agli altri le proprie convinzioni ideologiche. Su questo terreno il centrosinistra italiano ha molto da recuperare. Ignazio Marino è l&#8217;uomo giusto per farlo.</p>
<p style="text-align: justify;"> 8) Ci ha convinto nel suo programma la <strong>forte accentuazione ambientalista</strong>. La tutela dell&#8217;ambiente e le scelte conseguenti nelle politiche energetiche, industriali e infrastrutturali sono entrate in tutti i programmi elettorali della sinistra italiana dell&#8217;ultimo quarto di secolo. Molte parole, altisonanti impegni, ma assai scarsa convinzione nel realizzarli. Con il senatore Marino ci sono, su questo tema, una consapevolezza e una determinazione nuove.</p>
<p style="text-align: justify;"> 9) Il tema dei <strong>diritti civili</strong> è la seconda forte accentuazione del progetto politico del senatore Marino. Il nostro è un Paese nel quale sono negati diritti civili fondamentali a milioni di persone. E&#8217; urgente il riconoscimento delle coppie di fatto e il varo di una legge che, combattendo l&#8217;omofobia,  tuteli la libertà e la pari dignità delle scelte in campo sessuale. Così come è altrettanto urgente garantire agli immigrati regolari modalità rispettose di accoglienza e di integrazione nella legalità.</p>
<p style="text-align: justify;"> 10) Ci convince, infine, l&#8217;obiettivo di impegnare il PD sul fronte della <strong>lotta alle burocrazie, al nepotismo, al familismo</strong> che frenano l&#8217;efficienza della pubblica amministrazione, dell&#8217;università, della ricerca e che tengono i giovani lontani dalle professioni e dai ruoli di responsabilità negli uffici e nelle aziende. Con il senatore Marino la promozione, a tutti i livelli, del merito, del talento, della creatività e della professionalità può diventare finalmente una priorità.</p>
<p> </p>
<p> </p>
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		<title>Un Paese senza guida</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2009 14:28:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierangelo Ferrari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[(traccia dell&#8217;intervento a Desenzano, 15 febbraio 2009)
Io provengo da una storia politica di opposizione, almeno fino al 1996, nella quale il ricorso alla categoria della crisi era un atto dovuto dell&#8217;impegno in difesa dei ceti meno protetti e una pistola perennemente carica nei confronti dei governi. Ho una qualche reticenza pertanto a ricorrere a questo termine, in generale, ma è difficile sottrarsi alla presa d&#8217;atto che il nostro Paese è entrato, come l&#8217;intero mercato globale ma in condizioni più svantaggiate dei propri concorrenti, nella crisi più profonda e più duratura dal dopoguerra. Tutti gli indici dell&#8217;economia, dal calo della produzione e dei consumi al crescente ricorso a licenziamenti e alla cassa integrazione, ci segnalano che siamo entrati in una fase di acuta recessione. &#8220;Per l&#8217;economia si prospetta il peggior tracollo da decenni&#8220;, ha affermato Paul Krugman.
L&#8217;Italia entra in questa crisi epocale appesantita da condizioni svantaggiose, accumulate soprattutto nel quinquiennio 2001-2006, a guida centrodestra. Basti dire che nel decennio 1997-2007 la media europea di crescita del Pil è stata del 24,8%, con la Spagna a guidare la crescita con il 45,6% e l&#8217;Italia fanalino di coda con solo il 15,5%. Nelle previsioni dell&#8217;Ocse l&#8217;Italia è ventottesima nell&#8217;andamento dell&#8217;economia del prossimo anno, su trenta Paesi considerati. Pesa sul nostro Paese l&#8217;enorme debito pubblico accumulato negli anni Ottanta, il ritardo negli investimenti in ricerca, la dipendenza dall&#8217;estero per le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">(traccia dell&#8217;intervento a Desenzano, 15 febbraio 2009)</p>
<p style="text-align: justify;">Io provengo da una storia politica di opposizione, almeno fino al 1996, nella quale il ricorso alla categoria della crisi era un atto dovuto dell&#8217;impegno in difesa dei ceti meno protetti e una pistola perennemente carica nei confronti dei governi. Ho una qualche reticenza pertanto a ricorrere a questo termine, in generale, ma è difficile sottrarsi alla presa d&#8217;atto che il nostro Paese è entrato, come l&#8217;intero mercato globale ma in condizioni più svantaggiate dei propri concorrenti, nella crisi più profonda e più duratura dal dopoguerra. Tutti gli indici dell&#8217;economia, dal calo della produzione e dei consumi al crescente ricorso a licenziamenti e alla cassa integrazione, ci segnalano che siamo entrati in una fase di acuta recessione. <em>&#8220;Per l&#8217;economia si</em> <em>prospetta il peggior tracollo da decenni</em>&#8220;, ha affermato Paul Krugman.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Italia entra in questa crisi epocale appesantita da condizioni svantaggiose, accumulate soprattutto nel quinquiennio 2001-2006, a guida centrodestra. Basti dire che nel decennio 1997-2007 la media europea di crescita del Pil è stata del 24,8%, con la Spagna a guidare la crescita con il 45,6% e l&#8217;Italia fanalino di coda con solo il 15,5%. Nelle previsioni dell&#8217;Ocse l&#8217;Italia è ventottesima nell&#8217;andamento dell&#8217;economia del prossimo anno, su trenta Paesi considerati. Pesa sul nostro Paese l&#8217;enorme debito pubblico accumulato negli anni Ottanta, il ritardo negli investimenti in ricerca, la dipendenza dall&#8217;estero per le forniture d&#8217;energia, l&#8217;arretratezza della pubblica amministrazione, l&#8217;inadeguetezza delle infrastrutture pesanti e di quelle telematiche e informatiche, la debolezza del sistema politico&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">In queste condizioni, che esigerebbero uno straordinario e condiviso sforzo nazionale, l&#8217;italia paga soprattutto il fatto di essere governata da questa destra irresponsabile. Tutti i grandi Paesi occidentali hanno varato, per tempo, interventi straordinari a sostegno dell&#8217;economia, passando attraverso un solenne impegno parlamentare bipartisan. Il governo Berlusconi si è rifiutato, fin dai primi di ottobre, di portare in Parlamento una proposta e di aprire un confronto con le opposizioni. Ha varato, a fine anno, una mini Finanziaria di soli tagli e ha presentato a gennaio un Piano anticrisi che ha liberato la disponibilità di soli 5 miliardi di euro, per la maggiuor parte fittizi. Ciò, mentre la Germania ha investito, fin da ottobre, 23 miliardi di euro, la Francia 26, la Gran Bretagna 24, la Spagna 41, per non parlare degli Stati Uniti. Conoscete le nostre proposte anti crisi. Noi non facciamo demagogia, conosciamo lo stato dei conti: abbiamo proposto interventi per un totale di 16 miliardi di euro, a sostegno soprattutto dei precari espulsi dal processo produttivo, di esenzioni fiscali nelle buste paga dei lavoratori e nelle pensioni, di sostegno alla piccola e media impresa. Abbiamo chiesto di sbloccare le disponibilità finanziarie degli enti locali, per consentire pagamenti a fornitori che aspettano da mesi, in non pochi casi da anni. Abbiamo indicato le fonti di finanziamento della manovra alternativa, ma soprattutto abbiamo chiesto che venga ripresa, senza tentennamenti, la lotta all&#8217;evasione e all&#8217;elusione fiscale, su cui il governo Berlusconi ha già mollato la presa. Si tratta di un impegno doveroso per qualsiasi governo in qualsiasi epoca, ma tanto più doveroso oggi per fare fronte a una crisi che rischia di gettare nella fascia della povertà un numero crescente di famiglie.</p>
<p style="text-align: justify;">Attenti a coltivare l&#8217;illusione che la crisi apra gli occhi agli italiani e li spinga verso sinistra. La storia del Novecento ci dice, purtroppo, che la crisi del &#8216;29, che raggiunse l&#8217;Europa nei primi anni Trenta, fu un volano non irrilevante per la crescita del consenso del nazismo. Il fatto è che la destra è più forte quando può alimentare paure, perchè parla il linguaggio dell&#8217;egoismo personale e sociale, perchè ha sempre pronti i nemici su cui scaricare i rancori sociali. Ieri, gli ebrei, oggi gli immigrati. Serve grande attenzione a questi pericoli e una grande capacità di parlare ai ceti meno protetti e ai ceti medi minacciati dall&#8217;arretramento dello status sociale. Per questo il Partito Democratico ha organizzato, in tutta Italia, migliaia di iniziative come questa che affrontano pubblicamente i temi della crisi e che intendono fare conoscere ai cittadini le nostre proposte.</p>
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		<title>La voce del diritto civile</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2009 12:53:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierangelo Ferrari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[I professori di diritto civile contestano punto per punto le aberrazioni della proposta di legge governativa sul testamento biologico.
1. Nelle ultime concitate settimane si sono verificate attorno al caso Englaro forzature istituzionali molto preoccupanti in sé e per sé, ma assolutamente inaccettabili quando si controverte di valori fondamentali della persona come il significato del diritto alla vita, la dignità dell&#8217;uomo, l&#8217;habeas corpus, il diritto all&#8217;autodeterminazione: temi che per rispetto delle radici stesse della convivenza civile in una società pluralistica richiedono di essere affrontati, in sede normativa, sulla base di approfondite e documentate conoscenze, di mediazione ed ascolto delle diverse posizioni etiche, e con procedure adatte a consentire la discussione, il confronto, la ricerca di un attento bilanciamento.
2. Ora il Parlamento sta per approvare in tempi stretti una legge in materia di direttive anticipate (c.d. testamento biologico). A quanto è dato di conoscere, la maggioranza pare intenzionata ad una discussione rapida di un testo fortemente limitativo del fondamentale diritto all&#8217;intangibilità del corpo. Verso questo obiettivo si procede a passi spediti, senza tener conto dei principi costituzionali di diritto interno e sovranazionale ed ignorando l&#8217;esigenza di rispetto di posizioni morali diverse.
3. Sembra quindi necessario richiamare alcuni capisaldi giuridici in materia:
a) La Convenzione di Oviedo, che l&#8217;Italia ha sottoscritto e di cui è stata approvata la legge di ratifica, dispone all&#8217;art 5, che &#8220;Un intervento nel campo della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I professori di diritto civile contestano punto per punto le aberrazioni della proposta di legge governativa sul testamento biologico.</strong></p>
<p>1. Nelle ultime concitate settimane si sono verificate attorno al caso Englaro forzature istituzionali molto preoccupanti in sé e per sé, ma assolutamente inaccettabili quando si controverte di valori fondamentali della persona come il significato del diritto alla vita, la dignità dell&#8217;uomo, l&#8217;<em>habeas corpus</em>, il diritto all&#8217;autodeterminazione: temi che per rispetto delle radici stesse della convivenza civile in una società pluralistica richiedono di essere affrontati, in sede normativa, sulla base di approfondite e documentate conoscenze, di mediazione ed ascolto delle diverse posizioni etiche, e con procedure adatte a consentire la discussione, il confronto, la ricerca di un attento bilanciamento.</p>
<p>2. Ora il Parlamento sta per approvare in tempi stretti una legge in materia di direttive anticipate (c.d. testamento biologico). A quanto è dato di conoscere, la maggioranza pare intenzionata ad una discussione rapida di un testo fortemente limitativo del fondamentale diritto all&#8217;intangibilità del corpo. Verso questo obiettivo si procede a passi spediti, senza tener conto dei principi costituzionali di diritto interno e sovranazionale ed ignorando l&#8217;esigenza di rispetto di posizioni morali diverse.</p>
<p>3. Sembra quindi necessario richiamare alcuni capisaldi giuridici in materia:</p>
<p>a) La <strong>Convenzione</strong><strong> di Oviedo</strong>, che l&#8217;Italia ha sottoscritto e di cui è stata approvata la legge di ratifica, dispone all&#8217;art 5, che &#8220;<em>Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell&#8217;intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso</em>&#8220;. La previsione non riguarda solo le terapie in senso stretto, ma ogni &#8220;<em>intervento nel campo della salute</em>&#8220;, espressione più ampia che può corrispondere a quella di &#8220;atto medico&#8221;, vale a dire qualsiasi atto che, anche a fine non terapeutico, determini un&#8217;invasione della sfera corporea.<br />
All&#8217;art 9 si prevede che &#8220;<em>I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell&#8217;intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione</em>&#8220;, ove se da un lato non si qualificano i &#8220;desideri&#8221; come vincolanti, dall&#8217;altro è evidente che il rispetto va dato non soltanto alle &#8220;dichiarazioni di volontà&#8221; (men che meno alle sole dichiarazioni solenni come l&#8217;atto pubblico) ma ad ogni espressione di preferenze comunque manifestata.</p>
<p>b) La <strong>Carta</strong><strong> dei diritti fondamentali dell&#8217;Unione Europea</strong> protegge il diritto alla vita (art.2) e il diritto all&#8217;integrità della persona (art.3) nel titolo dedicato alla Dignità, che è anche il primo, fondamentale diritto della persona (art.1). All&#8217;integrità della persona, in ragione della dignità, è consustanziale il principio di autodeterminazione stabilito nel secondo comma dell&#8217;art. 2, secondo il quale &#8220;<em>Nell&#8217;ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge, ecc.</em>&#8221; Ancora una volta il principio non è limitato ai trattamenti terapeutici, ma riguarda la libera determinazione nel campo medico-biologico.</p>
<p>c) La <strong>Costituzione</strong><strong> italiana</strong>, che tutela l&#8217;autodeterminazione all&#8217;art. 13, configura all&#8217;art. 32 il principio del consenso come elemento coessenziale al diritto alla salute, e prevede che anche nei casi in cui il legislatore si avvalga del potere di imporre un trattamento sanitario, &#8220;<em><span style="text-decoration: underline;">in nessun caso possa violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana</span></em>&#8220;. Tale dignità non può essere intesa solo in un senso affidato a criteri oggettivi, ma implica il rispetto dell&#8217;identità senza la quale cade la ragion d&#8217;essere della dignità dell&#8217;uomo.</p>
<p>d) Il principio che consente il rifiuto di atti medici anche benefici è un&#8217;acquisizione consolidata della <strong>giurisprudenza europea</strong>, a valle di una evoluzione che risale alla fine dell&#8217;800; e più volte si è confermato che anche di fronte allo stato di necessità il libero, consapevole, lucido dissenso dev&#8217;essere rispettato. Un tale diritto di rifiutare le terapie, anche di sostegno vitale, non ha nulla a che fare con l&#8217;eutanasia, che consiste invece in una condotta direttamente intesa a procurare la morte.</p>
<p>e) Egualmente estraneo all&#8217;eutanasia è il <strong>principio condiviso</strong> in bioetica e in biodiritto per cui l&#8217;interruzione delle cure, anche senza volontà espressa del paziente divenuto incapace, debba essere praticata non solo quando le cure sono sproporzionate (c.d. accanimento terapeutico) ma anche quando esse siano inutili o abbiano il solo effetto del mantenimento in vita artificiale (cfr. l&#8217;art. L 1110-5, 2° comma, del <em>Code de la santé publique</em>, modificato dalla L. n. 2005-370 del 22 aprile 2005 &#8220;<em>Relativa ai diritti del malato ed alla fine della vita</em>&#8220;, e l&#8217;art. R 4127-37 del <em>Code de la santé publique</em>, modificato dal decreto n. 2006-120 del 6 febbraio 2006).</p>
<p>Confidiamo che il legislatore italiano saprà e vorrà tenere in conto questi principi e adeguare ad essi la disciplina delle direttive anticipate, evitando di espropriare la persona del diritto elementare di accettare la morte che la malattia ha reso inevitabile, di combattere il male secondo le proprie misure e &#8211; se ritiene &#8211; praticando soltanto il lenimento della sofferenza, senza rimanere prigioniera, per volontà di legge, di meccanismi artificiali di prolungamento della vita biologica.</p>
<p><em>Il documento è sottoscritto dai seguenti Professori di diritto civile: </em><em><br />
</em>(in ordine alfabetico)</p>
<p>Guido Alpa &#8211; Università di Roma La Sapienza<br />
Giuseppe Amadio &#8211; Università di Padova<br />
Tommaso Auletta &#8211; Università di Catania<br />
Angelo Barba -  Università di Siena<br />
Massimo Basile &#8211; Università di Messina<br />
Alessandra Bellelli &#8211; Università di Perugia<br />
Andrea Belvedere -  Università di Pavia<br />
Alberto Maria Benedetti &#8211; Università di Genova<br />
Umberto Breccia -  Università di Pisa<br />
Paolo Cendon -  Università di Trieste<br />
Donato Carusi -  Università di Genova<br />
Maria Carla Cherubini &#8211; Università di Pisa<br />
Maria Vita De Giorgi -  Università di Ferrara<br />
Valeria De Lorenzi -  Università di Torino<br />
Raffaella De Matteis &#8211; Università di Genova<br />
Gilda Ferrando &#8211; Università di Genova<br />
Massimo Franzoni &#8211; Università di Bologna<br />
Paolo Gaggero &#8211; Università di Milano Bicocca<br />
Aurelio Gentili -  Università di Roma Tre<br />
Francesca Giardina &#8211; Università di Pisa<br />
Biagio Grasso -  Università di Napoli Federico II<br />
Gianni Iudica &#8211; Università Bocconi Milano<br />
Gregorio Gitti &#8211; Università di Milano Statale<br />
Leonardo Lenti &#8211; Università di Torino<br />
Francesco Macario &#8211; Università di Roma Tre<br />
Manuela Mantovani &#8211; Università di Padova<br />
Marisaria Maugeri -  Università di Catania<br />
Cosimo Marco Mazzoni &#8211; Università di Siena<br />
Marisa Meli &#8211; Università di Catania<br />
Salvatore Monticelli &#8211; Università di Foggia<br />
Giovanni Passagnoli &#8211; Università di Firenze<br />
Salvatore Patti &#8211; Università di Roma La Sapienza<br />
Paolo Pollice &#8211; Università di Napoli<br />
Roberto Pucella &#8211; Università di Bergamo<br />
Enzo Roppo &#8211; Università di Genova<br />
Carlo Rossello &#8211; Università di Genova<br />
Liliana Rossi Carleo &#8211; Università di Napoli<br />
Giovanna Savorani &#8211; Università di Genova<br />
Claudio Scognamiglio &#8211; Università di Roma &#8220;Tor Vergata&#8221;<br />
Chiara Tenella Sillani &#8211; Università di Milano Statale<br />
Giuseppe Vettori &#8211; Università di Firenze<br />
Alessio Zaccaria -Università di Verona<br />
Mario Zana &#8211; Università di Pisa<br />
Paolo Zatti &#8211; Università di Padova</p>
<p><em>(15 febbraio 2009)</em></p>
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		<title>Sul federalismo fiscale</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2009 08:03:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierangelo Ferrari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[(Intervento alla riunione dei parlamentari del nord del PD alla Camera dei deputati, 4 febbraio 2009)
Io considero buoni punti di partenza le valutazioni contenute nei due interventi iniziali di Pizzetti e di Misiani, tanto sulle condizioni politiche che hanno portato al voto di astensione al Senato che sull&#8217;ossatura finanziaria e normativa del testo. Sulla base delle loro considerazioni non c&#8217;è dubbio che, anche alla Camera, noi dovremmo approdare a un voto di astensione.
Tuttavia, come è noto, l&#8217;opposizione al provvedimento sta crescendo nelle nostre file, soprattutto tra i colleghi meridionali, preoccupati che il federalismo fiscale comporti la riduzione dei flussi di spesa verso le loro aree. Comincerei da qui, per fare alcune valutazioni che integrano quelle emerse nel corso della riunione. E&#8217; vero che il Sud subisce la pressione di una stretta dei finanziamenti alle aree sottosviluppate, con la riduzione drastica dei fondi a disposizione del Fas, ma ciò si colloca dentro una generale politica dei tagli di questo governo;  vedi i colpi indifferenziati portati alla scuola o, in particolare, i mancati trasferimenti a Milano per fare fronte agli impegni connessi alla preparazione di Expo 2015. Nello stesso tempo, assistiamo agli esorbitanti finanziamenti assicurati alla Capitale e all&#8217;intervento straordinario a sostegno del disastrato comune di Catania. Insomma, va sgombrato il campo da una polemica pretestuosa: che questa legge delega sul federalismo fiscale si collochi dentro un disegno leghista rivolto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Intervento alla riunione dei parlamentari del nord del PD alla Camera dei deputati, 4 febbraio 2009)</p>
<p style="text-align: justify;">Io considero buoni punti di partenza le valutazioni contenute nei due interventi iniziali di Pizzetti e di Misiani, tanto sulle condizioni politiche che hanno portato al voto di astensione al Senato che sull&#8217;ossatura finanziaria e normativa del testo. Sulla base delle loro considerazioni non c&#8217;è dubbio che, anche alla Camera, noi dovremmo approdare a un voto di astensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, come è noto, l&#8217;opposizione al provvedimento sta crescendo nelle nostre file, soprattutto tra i colleghi meridionali, preoccupati che il federalismo fiscale comporti la riduzione dei flussi di spesa verso le loro aree. Comincerei da qui, per fare alcune valutazioni che integrano quelle emerse nel corso della riunione. E&#8217; vero che il Sud subisce la pressione di una stretta dei finanziamenti alle aree sottosviluppate, con la riduzione drastica dei fondi a disposizione del Fas, ma ciò si colloca dentro una generale politica dei tagli di questo governo;  vedi i colpi indifferenziati portati alla scuola o, in particolare, i mancati trasferimenti a Milano per fare fronte agli impegni connessi alla preparazione di Expo 2015. Nello stesso tempo, assistiamo agli esorbitanti finanziamenti assicurati alla Capitale e all&#8217;intervento straordinario a sostegno del disastrato comune di Catania. Insomma, va sgombrato il campo da una polemica pretestuosa: che questa legge delega sul federalismo fiscale si collochi dentro un disegno leghista rivolto contro il Mezzogiorno d&#8217;Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche gli argomenti critici sollevati qui da Duilio sono infondati. Intanto, perchè a noi non conviene giudicare il merito del provvedimento dal punto di vista degli interessi leghisti (che indubbiamente ci sono) e, tanto meno, dal punto di vista dei nostri rapporti politici con la Lega. Il nostro voto sul provvedimento non può essere fatto dipendere da questi rapporti, altrimenti avremmo a disposizione solo il voto contrario. Il solo punto di vista da cui guardare e sulla base del quale giudicare il testo uscito dal Senato sono gli interessi del Paese. Con un occhio magari all&#8217;evoluzione delle nostre posizioni sulla questione del federalismo. Tanto per difendere un minimo di coerenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Si, perchè noi siamo quelli della riforma del 2001. Siamo stati noi quelli che hanno voluto mettere mano alla radicale riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, che disegna il nuovo assetto federale dello Stato, abbandonando l&#8217;impianto centralistico che ci ha accompagnato fin qui e prevedendo addirittura, all&#8217;articolo 116, le condizioni per un federalismo differenziato. Non è che ora possiamo dimenticarlo e fingere di non essere stati noi a volere quella radicale svolta costituzionale, quando in Parlamento approda una legge delega in attuazione dell&#8217;articolo 119 della Costituzione. Una legge delega, che completerà il suo percorso nell&#8217;arco di non pochi anni, con una sequenza di decreti delegati che conterranno la vera sostanza dell&#8217;operazione. Questa è, dunque, la situazione in cui ci troviamo: quella di un processo politico istituzionale aperto da noi, che registra oggi un passaggio importante (ma solo un passaggio) e che ha davanti ancora molta strada da fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto a questo passaggio, giudicando il merito di questo atto parlamentare, noi disponiamo di argomenti così risolutivi da poter dire: no, il percorso aperto dalla riforma del titolo V verso il federalismo va interrotto? Io dico di no. Il testo Calderoli, che noi abbiamo ampiamente emendato al Senato, al punto da motivare il nostro voto di astensione, contiene ancora molti punti insoddisfacenti, che aprono lo spazio per una nostra iniziativa parlamentare, ma non tali da giustificare l&#8217;accensione di un semaforo rosso. Si, è vero, che c&#8217;è la questione delle cifre, che resta sospesa sull&#8217;evoluzione di questo processo politico. E non è questione da poco, essendo di federalismo <em>fiscale</em> di cui ci stiamo ocupando. Tuttavia, trattandosi di legge delega, è evidente che i nodi delle cifre legati alla definizione di costi standard dei servizi saranno sciolti, strada facendo, dai decreti delegati. E&#8217; altro, semmai, il campo che deve caretterizzare la nostra iniziativa: quello del completamento della riforma costituzionale, da un lato, e quello delle garanzie agli enti locali che devono essere chiaramente fissate in una carta delle autonomie, dall&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; importante ciòè il contesto istituzionale in cui si colloca il processo del federalismo fiscale. Non esiste federalismo fiscale se non dentro un quadro di federalismo costituzionale, di monocameralismo, di istituzione del Senato federale, titolare e garante di quella perequazione verticale richiesta, a gran voce, dai parlamentari meridionali. Così come non esiste federalismo senza una rottura sostanziale dell&#8217;eterno centralismo italiano, che può essere assicurata solo da un inequivocabile autonomia certificata da uno statuto delle funzioni autonome degli enti locali approvato dal Parlamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, mi disporrei verso il processo politico in corso, con maggiore fiducia, a perscindere dagli interessi politici della Lega. Contano, come ho detto, gli interessi del Paese. E coltiverei, oltre tutto, un pò di memoria storica, perchè gli anni Novanta si sono aperti con una netta contrapposizione: la Lega, da un lato, con la bandiera della secessione. Il nascente centrosinistra, dall&#8217;altro, con i progetti di federalismo. Andate a vedere i documento congressuali e il dibattito interno dell&#8217;allora Pds, per non parlare di altri radicali progetti usciti dal campo democratico, come quello della Fondazione Agnelli o quello della Curia arcivescovile di Milano. Quello del fedeeralismo è un nostro percorso. Non possiamo tirarci indietro ora perchè a governare e a muoversi sono gli altri. Apprezziamo il fatto, piuttosto, che è la prima volta che il centrodestra apre un vero tavolo di confronto su un pezzo fondamentale di riforma dello Stato.</p>
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		<title>IL DOVERE DI REAGIRE</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 09:27:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierangelo Ferrari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
&#8220;Sentiamo il dovere di una   risposta popolare di fronte alla ferita inferta dal Governo e dal Presidente del Consiglio ai principi della Costituzione repubblicana. 
Ci rivolgiamo a singole persone e personalità, ad associazioni e ai partiti, e innanzitutto al PD e ai suoi Circoli, perché ci sia una risposta corale di umanità e di rispetto della legalità. 
Insieme a tanti e tante ci adoperiamo per moltiplicare le occasioni di un dibattito pubblico e di mobilitazione nel Paese. Riteniamo auspicabile che la reazione diffusa di queste ore trovi sbocco nei prossimi giorni in un appuntamento nazionale unitario per la difesa della Costituzione. 
Comunque la si pensi, il dramma di Eluana e dei suoi cari richiede sensibilità e confronto. La scelta del Consiglio dei ministri e le parole del Premier umiliano per le argomentazioni offensive e per il metodo autoritario. Tanto più perché  il valore della vita si tutela solo nel rispetto dei principi e delle regole della democrazia. Si levi forte la voce di chi ha a cuore lo stato di diritto, il valore della laicità, il rispetto dei sentimenti e dell&#8217;amore di una famiglia.&#8221; 
 
Ignazio Marino, Mercedes Bresso, Sergio Chiamparino, Miriam Mafai, Fabio Fazio, Barbara Pollastrini, Albertina Soliani, Sergio Staino, Luigi Manconi, Stefano Draghi, Romana Bianchi, Daria Colombo, Paolo Corsini,   Alessandra Kustermann, Roberto Vecchioni, Giuliana Manica, Carlo Porcari, Gianni Cuperlo, Cini Boeri, Angelo Zucchi, Emilia De Biasi, Lucia Codurelli,   Walter [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;">&#8220;Sentiamo il dovere di una   risposta popolare di fronte alla ferita inferta dal Governo e dal Presidente del Consiglio ai principi della Costituzione repubblicana. <br />
Ci rivolgiamo a singole persone e personalità, ad associazioni e ai partiti, e innanzitutto al PD e ai suoi Circoli, perché ci sia una risposta corale di umanità e di rispetto della legalità. <br />
Insieme a tanti e tante ci adoperiamo per moltiplicare le occasioni di un dibattito pubblico e di mobilitazione nel Paese. Riteniamo auspicabile che la reazione diffusa di queste ore trovi sbocco nei prossimi giorni in un appuntamento nazionale unitario per la difesa della Costituzione. <br />
Comunque la si pensi, il dramma di Eluana e dei suoi cari richiede sensibilità e confronto. La scelta del Consiglio dei ministri e le parole del Premier umiliano per le argomentazioni offensive e per il metodo autoritario. Tanto più perché  il valore della vita si tutela solo nel rispetto dei principi e delle regole della democrazia. Si levi forte la voce di chi ha a cuore lo stato di diritto, il valore della laicità, il rispetto dei sentimenti e dell&#8217;amore di una famiglia.&#8221; </p>
<p> </p>
<p>Ignazio Marino, Mercedes Bresso, Sergio Chiamparino, Miriam Mafai, Fabio Fazio, Barbara Pollastrini, Albertina Soliani, Sergio Staino, Luigi Manconi, Stefano Draghi, Romana Bianchi, Daria Colombo, Paolo Corsini,   Alessandra Kustermann, Roberto Vecchioni, Giuliana Manica, Carlo Porcari, Gianni Cuperlo, Cini Boeri, Angelo Zucchi, Emilia De Biasi, Lucia Codurelli,   Walter Tocci, Teresa Bellanova, Franca Chiaromonte, Manuela Ghizzoni, Ferruccio Capelli, Antonio Misiani, Marco Carra,   Emanuele Fiano, Eva Cantarella, Cinzia Fontana,   Emanuela Marchiafava, Vitantonio Ripoli, Guido Ascari, Ilaria Cristiani, Pierangelo Ferrari, Graziella Pagano, Paola Concia, Lisa Noja, Francesca Marinaro, Lionello Cosentino, Andrea Benedino, Sara Paladini, Rosanna Abbà, Anna Rossomando, Terry Basso.</p>
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		<title>PER RIPARTIRE. Lettera appello sul Partito Democratico e le sue prospettive</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Dec 2008 09:33:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierangelo Ferrari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[PER RIPARTIRE
Siamo nel cuore di una “crisi storica” segnata da una recessione globale e dalla minaccia costante di quel terrorismo che ha segnato il mondo dopo l’11 settembre. L’economia – non solo la finanza speculativa – è investita da previsioni allarmanti. Del resto basta guardare a noi. Un milione i posti di lavoro a rischio da qui a un anno. Quattrocentomila i precari a casa entro Natale, e tra questi moltissime donne. Una diffusione della povertà che lambisce e recluta parte del ceto medio. Imprese, anche coraggiose nel modo di stare sui mercati, dal futuro ipotecato. Il tutto in un Paese col bilancio pubblico che conosciamo, coi ritardi e le anomalie note. Fino a ieri eravamo una Nazione perennemente in bilico dentro un G8 che dominava il mondo. Oggi muore il G8 sostituito da un altro club dove per noi difficilmente ci sarà uno spazio significativo. Mentre restiamo una Nazione che non ha risolto il suo problema di fondo: l’aver rinviato per anni una profonda e giusta modernizzazione in termini di crescita e di espansione di opportunità, diritti, responsabilità. Un’Italia declassata: questo è il rischio. Un Paese isolato nelle sue lentezze, burocrazie, ineguaglianze. Dove le élites della politica e della società, in questo appaiate, potrebbero continuare nella mortificazione di talenti e persone per tutelare gli interessi e le rendite di pochi. Un grande paese che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>PER RIPARTIRE</strong></p>
<p>Siamo nel cuore di una “crisi storica” segnata da una recessione globale e dalla minaccia costante di quel terrorismo che ha segnato il mondo dopo l’11 settembre. L’economia – non solo la finanza speculativa – è investita da previsioni allarmanti. Del resto basta guardare a noi. Un milione i posti di lavoro a rischio da qui a un anno. Quattrocentomila i precari a casa entro Natale, e tra questi moltissime donne. Una diffusione della povertà che lambisce e recluta parte del ceto medio. Imprese, anche coraggiose nel modo di stare sui mercati, dal futuro ipotecato. Il tutto in un Paese col bilancio pubblico che conosciamo, coi ritardi e le anomalie note. Fino a ieri eravamo una Nazione perennemente in bilico dentro un G8 che dominava il mondo. Oggi muore il G8 sostituito da un altro club dove per noi difficilmente ci sarà uno spazio significativo. Mentre restiamo una Nazione che non ha risolto il suo problema di fondo: l’aver rinviato per anni una profonda e giusta modernizzazione in termini di crescita e di espansione di opportunità, diritti, responsabilità. Un’Italia declassata: questo è il rischio. Un Paese isolato nelle sue lentezze, burocrazie, ineguaglianze. Dove le élites della politica e della società, in questo appaiate, potrebbero continuare nella mortificazione di talenti e persone per tutelare gli interessi e le rendite di pochi. Un grande paese che letteralmente può perdersi. Spegnersi. Eppure le risorse per reagire ci sono. Ma vanno viste, riconosciute, valorizzate. Il che è una delle ambizioni morali e politiche del Pd.</p>
<p>Questo è il quadro: un mondo che cambia in modo vorticoso. Un’Europa alla ricerca della propria funzione. Un’Italia che dovrebbe avere il coraggio, soprattutto adesso, di una “rivoluzione dolce”. Rivoluzione di idee, mentalità, contenuti economici e sociali.  E che invece è in mano a un governo – a una destra – che si limita a rinnovare le cause della nostra decadenza in nome della triade “Dio Patria e Famiglia”. La realtà è che mai come ora siamo di fronte a snodi che investono il nostro destino. Il futuro per le prossime cinque o sei generazioni. La sorte stessa della “democrazia repubblicana”. E non perché siano in pericolo principi costituzionali formali ma per lo slittamento progressivo da una democrazia rappresentativa a un “autoritarismo subdolo”. Un processo che svuota delle sue prerogative un Parlamento “nominato”, che riduce gli spazi della partecipazione, che amplifica l’ossessione mediatica, che prosciuga le residue forme di civismo in un Paese di suo poco incline al rispetto delle regole e dell’etica pubblica.</p>
<p>Sono solo alcuni dei temi che il Pd deve affrontare. E la ragione che ha spinto molti tra noi a porre da tempo il nodo della sua cultura politica e del significato autentico di una “vocazione maggioritaria” che non va intesa come “autosufficienza”. Che ruolo immaginiamo per l’Italia dei prossimi anni? Che modello di democrazia scegliamo di difendere o promuovere, a partire dal “nostro” federalismo? Come pensiamo di affrontare il tema della crescita: quali terapie d’urto per creare nuova occupazione, per una più equa distribuzione dei redditi, per ridare dignità al lavoro? Che concezione abbiamo di sicurezza e legalità, della cittadinanza, del dialogo sulla pace e sui diritti umani? E come pensiamo di rapportarci a quelle domande di senso che ovunque investono le coscienze e responsabilizzano i parlamenti, a partire dalla difesa del principio della laicità nell’epoca dei fondamentalismi e di temi etici inediti? Insomma la vera domanda è come una politica “autonoma” intende rinnovare quella trama di diritti e doveri, quella comune responsabilità che distingue una società libera e consapevole, e che è l’unica strada per rilanciare una crescita competitiva, giusta socialmente e sostenibile nel suo impatto ambientale.</p>
<p>Si dice che guardiamo a Obama. Ma a quale dimensione di Obama? Quella che coltiva nel presente le grandi passioni civili del popolo americano? O anche l’Obama promotore di un programma di innovazione dell’economia e della coesione sociale? O ancora, l’Obama dei diritti civili e della tutela di ogni minoranza? E l’Europa? Possiamo noi – Democratiche e Democratici italiani – costruire oltre Atlantico il nostro campo di riferimenti ideali e culturali? O non è anche dalla storia e dalle radici profonde dell’Europa – della nostra civiltà e memoria – che dobbiamo trarre spunto per consolidare l’innovazione che ci siamo candidati a promuovere e governare? Questione che attiene anche al nodo della nostra collocazione futura nel Parlamento di Strasburgo.</p>
<p>Domande serie. Fino a quella – non la meno rilevante – che riguarda il modello di Partito che vogliamo costruire. Quale sarà nei fatti la sua articolazione territoriale, il suo radicamento. Quale sarà il peso dell’autonomia dei partiti regionali, nella definizione della propria cultura politica, delle alleanze, della selezione delle classi dirigenti. Perché una cosa è un partito federale. Altra sarebbe una confederazione di partiti. E ancora: come combineremo la spinta alla partecipazione delle primarie a tutti i livelli con una vita democratica che non si riduca solo a quell’aspetto, pure fondamentale?</p>
<p>Non è solo un elenco di temi. Il punto è che la risposta a questi e altri snodi fisserà la cornice culturale del Partito Democratico. Quel Partito che è la risorsa sulla quale abbiamo investito. E che rappresenta per ciascuno di noi la vera speranza di avvenire per il Paese.</p>
<p>Non possiamo assistere in silenzio a ciò che avviene sotto i nostri occhi. Un grande progetto di unità e innovazione rischia di smarrirsi dentro logiche di rendita e logoramento. A tutti i livelli. Prima di tutto al vertice, talvolta insofferente verso un confronto di merito sulle scelte che si compiono. Sul territorio dove i conflitti si moltiplicano, e spesso per ragioni di assetto o di potere. Nonostante ciò un “popolo democratico” esiste. Resiste. Reagisce, a partire dai nostri Circoli. Come si è visto al Circo Massimo. O nelle proteste di studenti, insegnati, lavoratori. Ma è lo scarto tra le due dimensioni – il paese reale e la vita politica e democratica del Pd – a creare incertezza, sconcerto, e in alcuni casi un abbandono silenzioso. Di fronte a questa situazione ognuno deve rimboccarsi le maniche. Non basta più dire che siamo nati solo da un anno, che si sono fatte molte cose buone e che il tempo premierà il nostro coraggio. Né il punto è una “resa dei conti” che riduca tutto alla questione della leadership. Noi dobbiamo affrontare e risolvere i problemi. E per farlo non è sufficiente ripetere che le “correnti” sono il male da combattere. E’ una frase di buon senso ma prescinde dal fatto che le correnti ci sono. Selezionano le persone sulla base della fedeltà più che del merito, e la maggioranza di chi le contesta – fino dentro il coordinamento nazionale – non può dire di esserne estraneo. Il risultato è che per i più “le correnti fanno male”, salvo la propria. Ma non è pensando a questo modo che si fanno dei passi avanti.</p>
<p>Per tutte queste ragioni è consolatorio ridurre la discussione sul nostro futuro allo scontro tra singole personalità. Soprattutto non aiuta. Il dovere di ognuno è dibattere dell’avvenire dell’Italia e della nostra democrazia. Senza reticenze. Proprio in nome dell’unità di un partito nel quale potersi sentire “comunità” è giusto confrontarsi in modo libero e limpido su idee e proposte per dare vita finalmente a un “pensiero democratico”. Un confronto dove l’appartenenza ai luoghi di tutti sia più forte del sostegno a singole componenti. Che poi è la condizione per una mescolanza che possa dar vita a un pluralismo di segno diverso. Certo, le emergenze incombono. La crisi economica e sociale, le elezioni europee e amministrative. E soprattutto l’azione quotidiana, il “fare”. Che passa dal sostegno alle nostre amministrazioni. E dalla qualità della nostra opposizione. In Parlamento, nella società, in ogni comune, provincia, regione. Ma proprio quelle emergenze impongono di affrontare i nodi non risolti nella costruzione del Pd. Perché un equivoco va superato. L’idea che la costruzione paziente dell’unità derivi dall’accantonamento della discussione sulle scelte. Scelte chiare e comprensibili a tutti. La realtà è che il Partito Democratico se vuole riacquistare quella credibilità delle “sue” parole, che oggi pare aver smarrito, deve puntare sulla limpidezza delle sue posizioni. E quella limpidezza non può essere il frutto di rimozioni o unanimismi di facciata ma il prodotto di una discussione franca e appassionata. Noi vogliamo contribuire a farlo, nelle sedi e nei luoghi dove ciò sarà concretamente possibile e nella stessa Conferenza Programmatica. Lo vogliamo fare con umiltà. Per amore della politica. Per passione verso il Partito nel quale crediamo. E per un’idea di partecipazione che dia valore a ogni persona, alla sua autonomia critica e all’impegno di ciascuno.</p>
<p><em>2 dicembre 2008</em></p>
<p>Luciano Agostini<br />
Gabriele Albonetti<br />
Sesa Amici<br />
Teresa Bellanova<br />
Giuseppe Berretta<br />
Antonio Boccuzzi<br />
Michele Bordo<br />
Sandro Brandolini<br />
Giulio Calvisi<br />
Angelo Capodicasa<br />
Marco Carra<br />
Mario Cavallaro<br />
Susanna Cenni<br />
Lucia Codurelli<br />
Furio Colombo<br />
Paola Concia<br />
Paolo Corsini<br />
Gianni Cuperlo<br />
Lino Duilio<br />
Stefano Esposito<br />
Paolo Fadda<br />
Gianni Farina<br />
Pierangelo Ferrari<br />
Massimo Fiorio<br />
Laura Froner<br />
Maria Grazia Gatti<br />
Oriano Giovanelli<br />
Marialuisa Gnecchi<br />
Sandro Gozi<br />
Maria Laganà Fortugno<br />
Donata Lenzi<br />
Mario Lovelli<br />
Andrea Lulli<br />
Antonio Luongo<br />
Maino Marchi<br />
Massimo Marchignoli<br />
Siro Marrocu<br />
Margherita Mastromauro<br />
Guido Melis<br />
Ivano Miglioli<br />
Antonio Misiani<br />
Barbara Pollastrini<br />
Fabio Porta<br />
Elisabetta Rampi<br />
Lorenzo Ria<br />
Anna Rossomando<br />
Antonio Rugghia<br />
Marilena Samperi<br />
Walter Tocci<br />
Carlo Trappolino<br />
Silvia Velo<br />
Ludovico Vico<br />
Angelo Zucchi<br />
Massimo Zunino</p>
<p> </p>
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		<title>Lettera ad Alfredo Reichlin</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2008 08:49:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierangelo Ferrari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Caro Alfredo,
difficile non consentire con te su ciò che vai scrivendo, da tempo, sulla crisi italiana. Anche il tuo intervento di venerdì scorso su l’Unità è ricco di acute considerazioni. Lo sono meno, questa volta, le conclusioni, a mio avviso. La profondità della crisi italiana, di cui ti occupi con opportuna ostinazione, il profilo arretrato della destra nazionale, il vuoto di direzione politica, la stagnazione del modello di sviluppo, il crescente distacco della gente dalla politica, l’afasia del Partito Democratico…questo scenario drammaticamente realistico che rappresenti, immagine dantesca di una “nave sanza nocchier in gran tempesta”, va a parare nel dito medio di Bossi, febbre di una malattia che si chiama, tu dici, “rischio Belgio”, e su cui “noi, nei prossimi mesi, ci giochiamo tutto”. No, Alfredo, per una volta, non sono d’accordo. La malattia, sul cui esito noi ci giochiamo tutto, è esattamente quella che tu descrivi per nove decimi del tuo articolo. E’ la crisi di un modello di sviluppo e della forma di statualità che lo ha importato e accompagnato. Del resto, quale conferma più esplicita che il problema vero è un altro di quella che tu dai, laddove denunci il fatto che, dentro la crisi italiana, il Sud “sta diventando un altro Paese”? E’ una affermazione di enorme portata politica. Questa è la malattia su cui ci giochiamo tutto. Ed è lì [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Caro Alfredo,</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">difficile non consentire con te su ciò che vai scrivendo, da tempo, sulla crisi italiana. Anche il tuo intervento di venerdì scorso su <em style="mso-bidi-font-style: normal;">l’Unità</em> è ricco di acute considerazioni. Lo sono meno, questa volta, le conclusioni, a mio avviso. La profondità della crisi italiana, di cui ti occupi con opportuna ostinazione, il profilo arretrato della destra nazionale, il vuoto di direzione politica, la stagnazione del modello di sviluppo, il crescente distacco della gente dalla politica, l’afasia del Partito Democratico…questo scenario drammaticamente realistico che rappresenti, immagine dantesca di una <em style="mso-bidi-font-style: normal;">“nave sanza nocchier in gran tempesta”,</em> va a parare nel dito medio di Bossi, febbre di una malattia che si chiama, tu dici<em style="mso-bidi-font-style: normal;">, “rischio Belgio”,</em> e su cui <em style="mso-bidi-font-style: normal;">“noi, nei prossimi mesi, ci giochiamo</em> <em style="mso-bidi-font-style: normal;">tutto”</em>. No, Alfredo, per una volta, non sono d’accordo. La malattia, sul cui esito noi ci giochiamo tutto, è esattamente quella che tu descrivi per nove decimi del tuo articolo. E’ la crisi di un modello di sviluppo e della forma di statualità che lo ha importato e accompagnato. Del resto, quale conferma più esplicita che il problema vero è un altro di quella che tu dai, laddove denunci il fatto che, dentro la crisi italiana, il Sud <em style="mso-bidi-font-style: normal;">“sta diventando un altro Paese”</em>? E’ una affermazione di enorme portata politica. Questa è la malattia su cui ci giochiamo tutto. Ed è lì che si alimenta il <em style="mso-bidi-font-style: normal;">rischio Belgio</em>, se non sapremo rapidamente approntare una terapia. Se conosci la nostra risposta, ti prego di segnalarmela. Io non la conosco. Conosco quella di Bossi, perché è la stessa da un quarto di secolo. E’ il sonno dei riformisti che mette a repentaglio il patto nazionale, non le terapie antisolidaristiche e antinazionali della Lega. Il dito di Bossi vale l’esorcismo dello stregone, ma la sua insensatezza non esonera la medicina razionalista dal formulare la propria diagnosi e dal prescrivere la terapia più opportuna. Noi siamo cattivi medici al capezzale del Paese, perché siamo contraddittori sulla diagnosi e reticenti sulle terapie. Questo è il punto.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Ora, l’iniziativa leghista sul federalismo fiscale ci costringe ad uscire allo scoperto. Sul merito. Non si tratta di riproporre la tradizionale manovra politica rivolta a scomporre il centrodestra. Ci abbiamo provato per tanti anni, consapevoli che, nel Nord, gli spazi politici si sarebbero aperti tripolarizzando il fronte elettorale. Quella stagione ha dato i suoi frutti, ma è finita. Ora, la Lega è stabilmente collocata a destra. Il problema non è più fingere aperture sul federalismo per intercettare il rapporto con la Lega, coazione a ripetere che qualcuno continua a coltivare. Non siamo più nel 1995. Ora è in campo solo il merito. Per la verità, noi lombardi non abbiamo mai finto. Ecco una corposa questione su cui è necessario fare chiarezza. E’ stato un errore, a lungo coltivato dai gruppi dirigenti nazionali del Pds/Ds, quello di consegnare la bandiera del federalismo alla Lega. Anche perché l’avvio del processo federalista è merito esclusivo del Centrosinistra, con le leggi Bassanini del ‘97/98 e con la riforma del Titolo V del 2001. Quanti sanno, inoltre, che i riformisti del Nord hanno prodotto, fin dai primi anni novanta, radicali progetti di riforma federalista dello Stato? Dalla Fondazione Agnelli alla Curia vescovile di Milano ai gruppi dirigenti regionali del Pds/Ds? Siamo stati risolutamente arginati, ma non abbiamo cambiato idea. Eravamo e siamo convinti che dalla crisi italiana si possa uscire con un nuovo patto nazionale, costruendo una nuova statualità. Tanto più oggi, con una crisi che si è aggravata e con un Paese che si trova nel mezzo del guado della innovazione istituzionale. Tutto qui. Senza essere leghisti. Sospetto che ci accompagna ogni volta che affrontiamo questi temi. Eppure, la mia generazione è cresciuta con il mito del riscatto del Sud e ha trepidato per i <em style="mso-bidi-font-style: normal;">rinascimenti</em> napoletani, per le <em style="mso-bidi-font-style: normal;">primavere</em> palermitane. Sentivamo di avere una funzione storica. Volevamo essere la “classe nazionale e dirigente” che risolve la “questione meridionale”. Nazionale, non padana. L’esito è quello da te amaramente richiamato: <em style="mso-bidi-font-style: normal;">“il Sud rischia di non essere più solo un’economia in ritardo. Sta</em> <em style="mso-bidi-font-style: normal;">diventando un altro Paese”.</em> Appunto. Ma quanti, come te, hanno il coraggio di segnalare il mancato riscatto del Sud e il fallimento delle sue<span style="mso-spacerun: yes;">  </span>classi dirigenti. E di ricordare – qui è la novità &#8211; che questo fallimento ci chiama in causa direttamente: <em style="mso-bidi-font-style: normal;">“Noi che governiamo tutto il Sud, con l’eccezione della Sicilia, dovremmo pur dire qualcosa”, </em>scrivi giustamente<em style="mso-bidi-font-style: normal;">. </em>Ripeto: è una questione di enorme portata.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">Quando si aprirà finalmente un confronto politico nel PD <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>piacerebbe anche a noi dire alcune cose. Per esempio, che chi paventa una deriva istituzionale secessionista non si avvede che è già in corso una secessione politica e culturale. Che un pezzo di Paese se ne sta andando perché non si riconosce più nell’altra metà. Che non abbiamo raccolto il messaggio eloquente dell’elettorato settentrionale. Che in tutta l’area più europea del Paese siamo a rischio di cronica marginalità, se non sapremo dare al Nord un’offerta politica convincente e attraente. Sempre che ci interessi che il Nord torni ad avvertire l’orgoglio di un’identità nazionale condivisa. Sempre che non si coltivi l’idea insensata che il Nord è perso, che il Centro è stabilmente assicurato e che la partita si gioca essenzialmente al Sud. Noi non abbiamo niente da insegnare a nessuno, non ci muove nessuna alterigia e, soprattutto, sappiamo i rischi che comporta l’impegno politico in aree infiltrate dalla criminalità organizzata. Solo, diciamo che la questione su cui tu accendi i riflettori è <em style="mso-bidi-font-style: normal;">una urgente, drammatica questione</em> <em style="mso-bidi-font-style: normal;">nazionale</em>. Il cui prezzo elettorale si scarica soprattutto, al nord, sulle forze politiche garanti dell’unità nazionale.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: small;">La bozza del Disegno di legge sul federalismo fiscale proposta da Calderoli – per venire al qui e ora &#8211; <span style="mso-spacerun: yes;"> </span>merita una approfondita valutazione. Per adesso, registro reazioni divaricanti in casa nostra. Tra Enrico Morando e Stefano Fassina, per esempio, per il quale essa implica addirittura <em style="mso-bidi-font-style: normal;">“la rottura dell’unità nazionale”</em> e <em style="mso-bidi-font-style: normal;">“lo svuotamento dello Stato”.</em> Discutiamone senza pregiudizi e senza sconti. Con un’avvertenza, tuttavia, per quanto ci riguarda: che l’unità di misura è l’interesse del Paese, nient’altro. Il federalismo, come riconosce lo stesso Fassino, è <em style="mso-bidi-font-style: normal;">“un obiettivo democratico, una tappa fondamentale</em> <em style="mso-bidi-font-style: normal;">per avvicinare governanti e governati”</em>. In tutto il Paese, compreso il Sud. Dove, oltre tutto – lo sostengono, da tempo, molti meridionalisti &#8211; la riduzione della distanza tra governanti e governati, l’autonomia impositiva, il controllo della spesa, il vincolo del pareggio dei bilanci pubblici, la fine dell’assistenzialismo statale sono le sole scelte percorribili per formare classi dirigenti responsabili e per sottrarle alla pressione degli interessi malavitosi. E per dare vita ad amministrazioni virtuose, che non consegnino più all’opinione pubblica nazionale immagini e storie di cui vergognarci con il mondo intero. </span></span></p>
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		<title>Un paio di problemi</title>
		<link>http://www.pierangeloferrari.it/2008/07/30/un-paio-di-problemi/</link>
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		<pubDate>Wed, 30 Jul 2008 07:27:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierangelo Ferrari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[(Intervento alla riunione regionale dei parlamentari e dei consiglieri regionali del PD, Milano 29 luglio 2008)
La riflessione di Adamoli, che ho largamente condiviso, mi consente di concentrare l&#8217;intervento su un paio di questioni. D&#8217;accordo con ciò che hanno detto Martina e Porcari nelle loro relazioni. Partendo da lì e allargando il quadro in cui si colloca la nostra iniziativa, io vedo un primo problema, a proposito della stagione del federalismo che sembra aprirsi, ancora una volta. Può darsi che, di nuovo, si tratti di una falsa partenza. Ma, questa volta, ho l&#8217;impressione che saremo chiamati a un confronto parlamentare di merito e che non basterà limitarci alla nostra tradizionale manovra politica per cui il federalismo è solo un pretesto per aprire operazioni nella direzione della Lega, nel tentativo (nell&#8217;illusione, direi) di scomporre le alleanze e di ricomporle a nostro vantaggio. La questione si riapre, del resto, dopo quindici anni, in una condizione in cui sulla prospettiva federalista si addensano le preoccupazioni (non infondate) di una deriva che porti la spesa pubblica regionale fuori controllo. E, nello stesso tempo, registriamo oggi, a differenza dei primi anni novanta &#8211; anni carichi di aspettative e di fiducia nel cambiamento &#8211; uno scetticismo diffuso, una opinione pubblica disincantata e ripiegata, da cui non verrà un sostegno all&#8217;opera di costruzione di una nuova statualità. Sempre che questa opera si avvii.
Ma il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Intervento alla riunione regionale dei parlamentari e dei consiglieri regionali del PD, Milano 29 luglio 2008)</p>
<p>La riflessione di Adamoli, che ho largamente condiviso, mi consente di concentrare l&#8217;intervento su un paio di questioni. D&#8217;accordo con ciò che hanno detto Martina e Porcari nelle loro relazioni. Partendo da lì e allargando il quadro in cui si colloca la nostra iniziativa, io vedo un primo problema, a proposito della stagione del federalismo che sembra aprirsi, ancora una volta. Può darsi che, di nuovo, si tratti di una falsa partenza. Ma, questa volta, ho l&#8217;impressione che saremo chiamati a un confronto parlamentare di merito e che non basterà limitarci alla nostra tradizionale manovra politica per cui il federalismo è solo un pretesto per aprire operazioni nella direzione della Lega, nel tentativo (nell&#8217;illusione, direi) di scomporre le alleanze e di ricomporle a nostro vantaggio. La questione si riapre, del resto, dopo quindici anni, in una condizione in cui sulla prospettiva federalista si addensano le preoccupazioni (non infondate) di una deriva che porti la spesa pubblica regionale fuori controllo. E, nello stesso tempo, registriamo oggi, a differenza dei primi anni novanta &#8211; anni carichi di aspettative e di fiducia nel cambiamento &#8211; uno scetticismo diffuso, una opinione pubblica disincantata e ripiegata, da cui non verrà un sostegno all&#8217;opera di costruzione di una nuova statualità. Sempre che questa opera si avvii.</p>
<p>Ma il dato più eclatante della condizione in cui ci troviamo, in avvio del confronto parlamentare di autunno sui progetti di federalismo fiscale e di riforme costituzionali, è il palese, eclatante fallimento di ogni tentativo di riscatto del Sud, la bancarotta di tanta parte della classe dirigente meridionale. Chi paventa nel federalismo fiscale il rischio di una secessione istituzionale non si avvede che il disastro della sanità meridionale e la vicenda dei rifiuti campani hanno già prodotto una secessione politica nel Paese. Una parte della nazione se ne è già andata, l&#8217;altra parte non la riconosce più. Lo riconosce lo stesso Reichlin, in un articolo peraltro ostile al federalismo, laddove riconosce che <em>&#8220;il Sud rischia di</em> <em>non essere più solo un&#8217;economia in ritardo. Sta diventando un altro Paese&#8221;.</em> Il federalismo non serve per dialogare con la Lega. Serve per rimettere insieme il Paese, nella costruzione di una nuova statualità, nella definizione di un nuovo patto nazionale. Solo attraverso la trasparente assunzione di responsabilità che il federalismo porta con sè, le classi dirigenti regionali possono uscire dalla dinamica della spesa incontrollata e dei trasferimenti dello Stato centrale, a copertura delle esposizioni accumulate. Questo è il lato da cui dobbiamo fare passare il federalismo nel sistema istituzionale del nostro Paese, se vogliamo che l&#8217;opinione pubblica lo accetti e lo sostenga: autonomia fiscale, risorse proprie ma, nello stesso tempo, controllo della spesa e compatibilità di bilancio. Chi ricorre alla finanza allegra dovrà chiedere risorse al proprio territorio. Del resto, il federalismo serve anche e soprattutto al Sud, perchè è l&#8217;unica via percorribile per spezzare l&#8217;assedio della criminalità organizzata alla cosa pubblica. Tu amministratore sai che se cedi risorse pubbliche a pressioni esterne ne risponderai in proprio, poichè non ci sarà più la cassa nazionale a venirti in soccorso. Al contrario, elemento fondamentale di snodo dell&#8217;intero sistema dovrà essere un meccanismo di controllo, che faccia perno sul Senato federale, finalizzato a monitorare l&#8217;uso delle risorse destinate alle regioni più svantaggiate. Perequazione non assistenzialismo. Questa deve essere la nostra posizione. </p>
<p>La seconda questione sul tappeto della nostra agenda politica di autunno si chiama Partito Democratico, questa entità astratta a cui gli italiani hanno conferito fiducia sulla parola, ma che ora si aspettano di vedere. Sono molto critico sui primi mesi di vita del nostro partito, a cominciare dalla vicenda mortificante delle liste elettorali alle elezioni di aprile. Non solo. Dopo le elezioni, ci siamo chiusi in una condizione autistica, senza confronto politico sul voto, sulla situazione del paese reale, sulle prospettive politiche. In questa condizione sospesa, dentro un partito che c&#8217;è e che non c&#8217;è, fiorisce una dialettica malata sui modelli elettorali e sulle alleanze futuribili. Manca il presente. Nessuno si occupa di costruire il partito, insediandolo nei territori, mettendolo in relazione a estesi bisogni, scegliendo il profilo di una rappresentanza sociale. Chi sei, chi rappresenti, che idea hai del futuro del tuo Paese? Nessun partito può evitare di rispondere in modo chiaro a questi interrogativi. Qualcuno si illude di poter rispondere: io aderisco a ReD. Non è una risposta. Le correnti di un partito che non c&#8217;è sono solo conventicole. Prima il partito, dalla cui dialettica trasparente e riconoscibile solo possono nascere le aree politiche. Dov&#8217;è la dialettica, quali sono le posizioni in campo? Non si sa&#8230; Quello che si vede è che quasi tutti i capicorrente sono d&#8217;accordo nel rinviare il congresso e nell&#8217;organizzarsi, nel frattempo, le loro truppe. Non è un bel vedere. Ecco, io vorrei che dal Partito Democratico della Lombardia arrivasse al gruppo dirigente nazionale un doppio, convinto punto di vista. Sul federalismo &#8211; e su questo ci siamo mossi per tempo e bene &#8211; e sulla necessità della costruzione di un partito popolare di massa. Del resto, veniamo tutti da grandi partiti popolari e sappiamo quanta fatica e quanta attenzione comporta la costruzione di un insediamento di massa nella società italiana.</p>
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		<title>Federalismo fiscale. La proposta del PD lombardo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jul 2008 10:15:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierangelo Ferrari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[La proposta del Pd lombardo sul Federalismo fiscale.
Nelle scorse settimane, un gruppo di parlamentari lombardi del Pd, ha messo a punto una proposta di federalismo fiscale. La proposta è stata discussa e approvata in una riunione congiunta con i consiglieri regionali lombardi del Pd.
Scarica la proposta formato Pdf
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La proposta del Pd lombardo sul Federalismo fiscale.</p>
<p>Nelle scorse settimane, un gruppo di parlamentari lombardi del Pd, ha messo a punto una proposta di federalismo fiscale. La proposta è stata discussa e approvata in una riunione congiunta con i consiglieri regionali lombardi del Pd.</p>
<p><a href="http://www.pierangeloferrari.it/wp-content/themes/mimbo2.2/images/federalismo_fiscale_pd_lombardia.pdf" target="_blank">Scarica la proposta formato Pdf</a></p>
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